Un musical controcorrente

di Attilio Sodi Russotto

Probabilmente i lettori di questo scritto, o almeno quelli che fra loro seguono le vicende del cinema internazionale, ricorderanno un curioso episodio accaduto durante la serata della consegna degli ambiti Oscar, a.D. 2017; inizialmente annunciato come vincitore per la categoria Miglior Film, La La Land di Damien Chazelle dovette, nel giro di alcuni minuti, lasciare il posto al (trascurabilissimo) Moonlight di Barry Jenkins. La La Land fece ad ogni modo un figurone in quell’edizione degli Academy, e si aggiudicò, tra le altre, le statuette per la Miglior Regia, Miglior Attrice Protagonista (Emma Stone), Miglior Fotografia (Linus Sandgren). Questa gaffe, chiamiamola così, attirò comunque la mia attenzione, unitamente ad una critica mainstream, soprattutto statunitense, insolitamente aspra ed insofferente verso quella che comunque era una produzione hollywoodiana importante, con un cast di primo livello, e apparentemente priva di criticità “politicamente scorrette”.
Lo confesso: come critico e come cinefilo non sono un amante del musical. Ho sempre trovato tale genere eccessivamente artefatto e simulato, e forse solo Dancer in the Dark di Lars Von Trier era riuscito a strapparmi applausi sentiti (ma si trattava del beneamato genio danese, e di un film assai particolare in cui gli intervalli musicali costituivano sofferenti evasioni mentali dalla dolorosa realtà vissuta dalla protagonista); pertanto, ho messo l’opera di Chazelle in coda a molte altre da guardare ed analizzare, e fino a ieri sera non avevo mai trovato il tempo di accostarmi alla visione. 
Via via che il minutaggio procedeva, mi era sempre più chiaro ed evidente il perché di tanta ostilità, di tanto snobismo, nei confronti di un’opera peraltro tecnicamente ottima, con una fotografia a lunghi tratti davvero magistrale, una regia brillante e sentita, umana e toccante, ed una recitazione della Stone davvero superlativa. La La Land rappresenta una summa dei peggiori incubi della propaganda progressista, e, forzando ancora più il carico, tali incubi sono mostrati in un modo talmente semplice ed accattivante da rischiare di far breccia nel cuore dello spettatore medio.
Partiamo dai primi dati di fatto: Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling) sono bianchi, viventi entrambi in un ambiente etnicamente omogeneo; fatta eccezione per i locali jazz che i due ragazzi amano frequentare, e la famiglia della sorella di lui, confinata però in un angolo del tutto periferico ed ininfluente dell’opera, gli unici rapporti dei due con coetanei afroamericani si limitano alla band dove Sebastian verrà assunto come pianista, fase questa che, però, rappresenterà, come vedremo, l’inizio della fine del loro amore. Di più: Mia e Sebastian non sono solo bianchi. Si vestono “da bianchi”, in modo informale ma classico, la loro parlata è del tutto priva di influssi slang da melting pot, la passione di Sebastian per il jazz non lo porta affatto ad “africanizzarsi”, ed in linea di massima appaiono completamente lontani dall’ideal-tipo di giovane americano culturalmente meticcio che viene oggi generalmente proposto.
Mia e Sebastian sono poi evidentemente eterosessuali, ma non sono affatto libertini. Sono giovani esteticamente belli, fisicamente in salute, capaci di amarsi di un amore romantico, semplice, genuino. Non hanno amanti, non si tradiscono, e desiderano una vita stabile, coniugale, con figli, che solo una delle parti riuscirà a realizzare, seppur con grande rammarico di entrambi, perché comunque il destino non li vedrà percorrere fianco a fianco il futuro.
È però, forse, la stessa parabola personale e relazionale di due persone che già nella loro apparenza non sono sfruttabili politicamente a costituire il più pesante affronto alla disgregazione postmoderna.
Mia e Sebastian, provenienti entrambi da un ceto sociale semiproletario (Mia è commessa in una pasticceria, Sebastian uno squattrinato pianista da ristorante a chiamata), sono due sognatori. La ragazza vorrebbe intraprendere la carriera di attrice, ammirata dal bel mondo che bazzica il bar dove lavora, attiguo a degli studios cinematografici, laddove lui sogna di aprire un locale, dove spera di far rivivere alle generazioni giovani la lunga tradizione jazzistica, e mentre entrambi sognano, mostrano di saper vivere la vita, apprezzando le minute gioie di ogni giorno. L’amore che lega Mia e Sebastian è un amore profondo, in cui ognuno dei due, mantenendo i propri sogni come stelle polari, sprona l’altro a migliorarsi ed a lottare. Amore che va però in crisi quando, nella coppia, si introduce un terzo elemento, ossia l’ambizione personale ed economica di Sebastian.
È quando la logica individualista, quando l’esigenza di essere vendibile, prende il sopravvento su Sebastian, che l’idillio va in frantumi. È interessante in tal senso il dialogo sul jazz che intercorre fra il ragazzo ed il frontman della sua nuova band, il quale gli rimprovera di avere una visione troppo tradizionalista del jazz e di non essere sufficientemente rivoluzionario, intendendo, con rivoluzionario, vendibile, appetibile dal mercato, spendibile. Accettando un lavoro economicamente molto redditizio ma che intimamente detesta, rinunciando alla qualità dell’Arte, abbandonando il suo sogno, Sebastian diventa l’uomo contemporaneo, l’homo oeconomicus, disilluso e fatalista, l’uomo che si adegua, il modello perfetto della società liberista.
Ecco dunque spiegata la ragione dell’acidità della critica liberal, che del Mercato, dello sradicamento identitario e dell’individualismo esasperato ha fatto il suo feticcio, nei confronti dell’opera di Chazelle; è difficile infatti opporre argomenti persuasivi dinanzi allo sguardo che Mia e Sebastian si scambiano nell’ultima inquadratura. Uno sguardo colmo di rimpianto di due giovani che, per conformismo e buonsenso, hanno rinunciato a sognare, e chi cessa di sognare, in fondo, è come se cessasse anche di vivere.  

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