Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (9°parte)

La patria dei socialisti

Leonida Bissolati, riassumendo e conclu­dendo la lunga polemica agitatasi su L’Avan­ti! intorno alla difesa nazionale e all’a­zione dei socialisti, notava che su un punto era ormai constatato l’accordo fra i socialisti italiani: sulla necessità di riconoscere e di armare la patria; e soggiungeva: e questo basta per ora.
Se ci pungesse desiderio di facile ironia, noi osserveremmo che i socialisti hanno im­piegato un tempo un po’ troppo lungo per accorgersi di una necessità…. così evidente.
Essi — bontà loro! — riconoscono adesso la patria. Essi si degnano finalmente di accordare all’Italia un brevetto di esistenza. È un po’ tardi, e la dichiarazione ha un ca­rattere di ingenuità che confina col ridicolo, ma…. meglio tardi che mai.
Questi intellettuali del socialismo che hanno con molta serietà indetto un referendum per sapere se essi dovevano riconoscere la patria e se dovevano quindi riconoscere l’ob­bligo di difenderla, mi sono sembrati psi­cologicamente eguali — e chiedo scusa del paragone — a dei ragazzi i quali avessero indetto un referendum per decidere se essi dovevano amare e rispettare la madre.
Vi sono delle questioni che si abbassano soltanto col posarle. Vi sono delle opinioni che per essere rispettabili, debbono essere la conseguenza spontanea di un sentimento in­timo, non il frutto di un abile ragionamento calcolatore. Discutere se la patria esiste e se bisogna difenderla, è come discutere se si deve amare la madre. Il solo dubbio, co­stituisce una bestemmia psicologica, — e costituisce anche una gran prova d’ignoranza dal punto di vista sociologico.

I socialisti tedeschi che hanno più senti­mento patriottico e più ampia e lontana vi­sione politica dei socialisti italiani, non han­no atteso l’anno di grazia 1909 per…. ri­conoscere che la Germania esiste e che il dovere di ogni tedesco è di difenderla!

***

Ma, lasciamo in disparte le troppo facili recriminazioni, e prendiamo atto della di­chiarazione ufficiale dei socialisti: essere ne­cessario oggi armare la patria.
Questo basta, per ora — come diceva con breve eloquenza Leonida Bissolati.
Basta — per dimostrare al Governo pa­vido e incerto, che il paese, anche nei suoi partiti estremi, è disposto a compiere dei sacrifizi pur di assicurare all’Italia quella posizione militare che è la base necessaria della sua influenza politica.
Basta — per ricacciare nel nulla donde è uscita quella propaganda eunuca che, volendo indebolire l’esercito, indeboliva senza accor­gersene tutte le attività economiche e sociali della nazione.
Uno degli equivoci più sciocchi, con cui socialisti e pacifisti sono andati per tanto tempo inquinando la nostra vita politica e ingannando l’ingenuità ignorante del nostro popolo, è che le spese militari siano spese improduttive.
Tanto varrebbe il dire che sono danari male spesi e tempo perduto quelli che un individuo spende ed impiega per conservarsi sano e per rendersi agile e forte.
L’Austria, che non ha dato ascolto alle si­rene del pacifismo, seppe a poco a poco or­ganizzare un esercito formidabile che, recen­temente, le ha permesso di ottenere ,una clamorosa vittoria…. senza sparare una car­tuccia.
Oseranno ancora — di fronte a questo esempio — sostenere i pacifisti che le spese militari sono spese improduttive?
Per quanti milioni abbia costato e costi al­l’Austria il suo esercito, certo è che l’annes­sione di due floride e ricche provincie come la Bosnia e l’Erzegovina, ha largamente com­pensato la spesa. E il prestigio morale, e l’influenza politica ed economica che oggi l’impero d’Absburgo si è conquistato nella penisola Balcanica, valgono il mezzo miliar­do speso per la mobilitazione delle sue trup­pe. L’Austria-Ungheria ha in mano, si può dire, tutto il commercio della Serbia che deve dipendere economicamente da lei, e questa ricchezza che gli austriaci e gli un­gheresi traggono dal piccolo regno ha un’uni­ca causa e un’unica ragion d’essere: la forza militare dell’impero, che si impone non solo alla Serbia, ma a tutta l’Europa.

Le cosiddette spese improduttive dell’Au­stria, le hanno reso in pochi anni il cento per uno.

***

Ed è necessario, a tal proposito, spiegarsi una volta per sempre su questa questione delle spese militari.
Siamo, credo, tutti d’accordo in teoria che i danari del pubblico si potrebbero impie­gare in qualche cosa di più socialmente utile che non siano le corazzate delle grandi navi o i cannoni delle fortezze o i fucili dei sol­dati.
Ma, in pratica, sarebbe assurdo che men­tre gli altri si armano noi restassimo dis­armati.     
Le teorie pacifiste mi hanno sempre fatto l’effetto di somigliare, per la loro ingenuità, alle leggi sul porto d’armi. Come a queste non obbedisce che il galantuomo, il quale quindi nel caso di un’aggressione si trova disarmato di fronte al delinquente il quale viceversa s’è ben guardato di ottemperare alla legge e tiene in tasca il coltello o il re­volver, così alle teorie pacifista abboccano i popoli più deboli i quali accettando e favo­rendo questa propaganda diminuiscono sem­pre più le loro già scarse energie e si tro­vano così in uno stato di sempre maggiore inferiorità di fronte ai popoli forti i quali naturalmente hanno sorriso di quelle ubbìe di pace e hanno continuato ad armarsi.
Toccherebbe invece ai popoli forti, ai po­poli vittoriosi dare l’esempio del disarmo, non a parole, come è ormai un cliché di tutti i discorsi di capi di Stato, ma a fatti. E allora, ma allora soltanto, i popoli deboli po­trebbero disarmare anch’essi.
Disarmare — s’intende — se rinunciassero per sempre ai loro ideali. Giacche io non posso prescindere da quest’idea: che il di­sarmo e la pace devono venire soltanto quan­do siano risolte secondo giustizia le questio­ni di nazionalità. Altrimenti, non solo la pace non sarebbe duratura ma avrebbe questo si­gnificato immorale: essa legalizzerebbe lo status quo delle ingiustizie. Essa eleverebbe cioè a principio di equità questa troppo co­moda teoria: — ciò che è stato preso fu ben preso: chi finora ha fatto un bottino più grosso se lo tenga, e gli altri…. cantino l’inno di pace. — Se questo è lo scopo dei pacifisti, dichiaro di non essere pacifista. E aggiungo che penso del disarmo precisamente quello che Alfonso Karr pensava della pena di morte: que mes­sieurs les assassins commencent! Sicuro, che comincino i popoli i quali hanno tolto ad al­tri popoli colla violenza ciò che non ave­vano diritto di prendere! Sin che questi popoli non disarmeranno o non restituiranno il mal tolto, perché dovrebbero disarmare gli altri? — Voi volete dunque la guerra, — si dirà.
No, non voglio la guerra. Voglio che se ne consideri l’eventualità senza troppa paura, perché mi sembra davvero una pessima educazione morale quella di chi consiglia doversi mantenere la pace anche a costo di ogni viltà, quasi che non vi fosse al mondo altro bene che la vita e per non perder questa si dovesse far getto di qualunque cosa più sacra!
Non voglio la guerra. Anzi osservo che non noi, ma i pacifisti la preparano. Inde­bolire una nazione significa offrirla facile preda alle ingordigie altrui. Armarla, come noi vogliamo, significa allontanare queste ingordigie, preparare non la guerra ma la pace. Gli eserciti attuali altro non sono in fondo che dei prendi d’assicurazione che le na­zioni pagano per mantenere la pace. E come si paga volentieri l’assicurazione contro gli incendi pur sperando che l’incendio non av­venga, così si devono volentieri pagare le spese militari pur sperando che la guerra non abbia luogo.
Anzi, non solo sperando, ma collo scopo preciso di allontanare la guerra.
Ho citato più su l’esempio recentissimo del­l’Austria, la quale, appunto perché era formidabilmente armata, riuscì a mantenere la pace…. pur prendendo quello che voleva prendere.
Se noi fossimo stati allora militarmente forti come l’Austria, avremmo potuto otte­nere, senza guerra, compensi assai maggiori di quelli miserrimi che ottenemmo.
Invece….

***

Che cosa ha fruttato a noi, la nostra po­litica incerta e vigliacca che palleggiava sem­pre le sue responsabilità tra ministri della Guerra che chiedevan danari e ministri del Tesoro che non li accordavano?
Questa politica ci ha condotto al disastro di Adua: ci ha impedito di prendere la ri­vincita: ci ha continuamente abbassati nella stima e nel rispetto delle nazioni. Ormai, noi contiamo ben poco. I nostri alleati hanno verso di noi il contegno che hanno le fami­glie ricche verso il parente povero. Un con­tegno di protezione e di degnazione. Fanno i loro affari senza consultarci. Noi siamo semplicemente un nome e una firma che non possono mancare ai contratti che esse re­digono. Nessuno ci invidia: nessuno ci teme. Si parla sorridendo dei nostri ideali di con­quista e di espansione, perchè non sappiamo mai tradurli in realtà e ci accontentiamo, da buoni figlioli chiassoni, a sbandierarli re­toricamente nei discorsi e nelle dimostrazioni di piazza. E poiché non facciamo paura a nessuno, poiché serviamo di comodino a mol­ti, poiché la nostra politica è una piccola barca a rimorchio della gran nave austro-ungarica, gli stranieri ci amano, e adoprano tutte le arti sottili della furberia per persuaderci che noi dobbiamo restare eter­namente quello che siamo ora. Gli stranieri — si capisce — hanno tutto l’interesse che l’Italia rimanga soltanto il giardino d’Eu­ropa. Nulla di più. Diventare una grande potenza? E perchè? Diventare una nazione che vuole anch’essa la sua parte a questo banchetto dove le altre si sono già divorate i piatti migliori ? Ma sono delle utopie ! È dell’ imperialismo! L’Italia deve stare a guardare quello che fanno — e quello che prendono — gli altri: e tutt’al più può per­mettersi il lusso di applaudire, come fece l’onorevole Tittoni a Carate, quando gli al­tri hanno avuto l’abilità di divorare un gros­so boccone.
Questo era il vangelo politico in cui per tanti anni si è creduto, con una fede che era incoscienza o con un ragionamento che era rassegnazione.
Adesso — sotto gli schiaffi che abbiamo molto cristianamente subiti — pare che il decoro e la dignità italiana si sveglino. Ades­so perfino i socialisti si degnano di rico­noscere che bisogna armare la patria.
Armarla, per difenderla contro i possibili nemici (i quali sono — ironia della sorte e condanna della nostra diplomazia !… — nien­temeno che i nostri alleati); armarla, perchè essa possa far udire la sua voce, che finora non era che l’eco della voce austriaca.
E coi socialisti, tutti i partiti, senza ecce­zione, sono d’accordo in questa necessità.
Parrebbe che un così unanime consenso in un’opera così bella dovesse trovare pronta e facile l’attuazione.                                                           
Non sarà, purtroppo, così.
E già si iniziano le polemiche sul come e quanto armare la patria; e già assistiamo al delinearsi di varie correnti che sperdono in questioni tecniche il bell’impeto sentimen­tale del popolo che voleva forte e temuta l’Italia.
Quando — tra pochi giorni — la questio­ne verrà alla Camera, noi udremo forse dei bei discorsi, ma noi non assisteremo a un voto che risolva veramente e italianamente il problema.
Il Governo e il Parlamento non ci offrono garanzia di risoluzioni energiche. Per non scontentare, per non urtare nessuno — nè dentro nè fuori i confini — la Camera voterà una somma che attenuerà il male senza toglierlo. Con un criterio di politica miope si vorrà conciliare il patriottismo e l’economia, e si tradirà l’uno senza difendere l’altra.
I socialisti diranno che hanno armato la patria secondo la potenzialità del nostro bi­lancio.
Gli uomini sinceri diranno che si sono spesi degli altri milioni scioccamente ed inutil­mente.

aprile 1909.

II.

Le cose lunghe diventano serpi. E la di­scussione iniziata sull’Avanti! per conoscere il parere dei socialisti intorno alla necessità di difendere la patria, anziché condurre a un risultato sincero e leale, minaccia di de­generare in uno di quegli equivoci di cui la vita politica è maestra e da cui il par­tito socialista non è sempre alieno. I due padri spirituali del riformismo, Fi­lippo Turati e Leonida Bissolati, continua­no a scriversi delle lettere che la stampa d’ogni colore riproduce compiacentemente, e nelle quali di veramente limpido e chiaro non c’è forse che la firma degli autori.
Io credo, con molta modestia ma con molta fermezza, che al pubblico importi poco tutto questo pettegolezzo tra il direttore della Cri­tica sociale e il direttore dell’Avanti!, tutto questo palleggiarsi di accuse di illogicità e quasi di tradimento verso i sacri e intangibili principi del vangelo socialista. 
Il pubblico sa, per esperienza, che nel cam­po socialista non fiorisce sempre la pianta della concordia; e d’altra parte riconosce che il modificare o anche il mutare le proprie opinioni può essere, in politica, non un er­rore e una colpa, ma una necessità e un do­vere.
Ciò che importa — o dovrebbe importare — al pubblico, gli è che in queste polemiche vi sia, oltre la indiscutibile e indiscussa sin­cerità dell’intenzione, anche la chiarezza della conclusione.
Ora, in tutta questa corrispondenza epi­stolare del caro Filippo al caro Leonida, una conclusione recisa, precisa, assoluta, non c’è. Voi leggete dei bei periodi, voi ammirate dei bellissimi sillogismi, ma voi non trovate alla fine quella parola semplice che rispec­chi candidamente il pensiero di un cervello limpido e il sentimento di una coscienza sicura.
Il Turati e il Bissolati sono degli incerti e degli ambigui, che ondeggiano Tra il il loro dovere di italiani e il loro dovere di socia­listi, che vorrebbero metter, d’accordo il pri­mo col secondo, e che, non riuscendovi, si rinfacciano reciprocamente di essere troppo italiani o troppo socialisti. Vorrebbero, sì, di­fendere la patria, ma vorrebbero anche non tradire il partito: l’uno ha paura della tac­cia di militarista che già i compagni non gli risparmiano: l’altro teme che lo si ac­cusi di avvicinarsi coi fatti se non colle pa­role all’herveismo; e così, sbattuti fra que­sti due scogli, i capitani della nave socialista seguono una rotta a zig-zag, che scontenta tutti e che non si sa dove potrà condurre.

***

Avevano cominciato con una frase, dirò meglio, con una professione di fede che non soffriva ambiguità di interpretazione. Aveva­no detto: noi riconosciamo la necessità di armare la patria.
E gli ingenui avevano concluso: quindi, voteranno le spese militari.
Come sempre, gli ingenui avevano torto.
L’onorevole Turati, di cui è nota l’abilità dialettica per complicare nelle questioni idi dettaglio la rigida semplicità di una que­stione di principio, ha dichiarato abbastanza esplicitamente nel suo ultimo articolo: no, non voterò l’aumento delle spese mi­litari, perché è vero che io ho riconosciuto il dovere di difendere e armare la patria, ma subordinandolo alla capacità finanziaria ed economica del paese.
E per l’onorevole Turati, la capacità finan­ziaria ed economica del paese esige che non si faccia una grande politica estera, e che noi ci riduciamo, molto modestamente, a fare la politica del piccolo Belgio, della piccola Svizzera, della piccola Olanda.
Se l’onorevole Turati fosse un uomo di temperamento allegro, direi che egli ha vo­luto scherzare. Non può infatti esser preso sul serio un italiano il quale sostenga che l’italia deve ridursi a fare la politica estera che fa la Svizzera. Quando si ha un pas­sato come il nostro, quando si ha un’emi­grazione vastissima come la nostra da tu­telare, quando si hanno dei mercati econo­mici da difendere o da conquistare, il consi­glio d’imitare la Svizzera equivale a un consiglio di suicidio. E il Turati che pretende di voler difendere la patria non è sincero. Egli la vuole morta, la patria, non difesa ed armata!
Del resto, anche prescindendo da queste ragioni sociali e politiche, anche cioè volen­do riconoscere — per ipotesi — che l’onore­vole Turati abbia ragione, e che l’Italia non debba avere militarmente altro ideale e altro scopo che quello di limitarsi alla semplice difesa contro i possibili invasori, come un modesto borghese non ha altra precauzione che quella di chiudere la porta di casa perché non entrino i ladri, — bisognerà pur riconoscere che la porta della nostra casa è cosi grande e così mal chiusa e mal custodita attualmente, che per necessità si devono spendere dei denari per sbarrarla ,un po’ meglio. Tutti sanno in quali condizioni si trovi la nostra linea di confine Sulle Alpi, e Jack la Bolina ha dimostrato come spe­cialmente la nostra costiera dell’Adriatico co­stituisca una costa di stoppa mentre quella dell’Austria è una costa di ferro.
Vuole l’onorevole Turati che la nostra co­stiera da Venezia a Taranto rimanga sempre una costa di stoppa? Vuole che al confine orientale delle Alpi l’Italia rimanga aperta e indifesa ? E allora neghi il voto alle spese militari. Ma non si azzardi di aggiungere che egli «riconosce e vuole armare la patria».
Non sarebbe più un socialista, sarebbe un gesuita che parla.

***

Leonida Bissolati — e lo riconosco con pia­cere — è stato più logico di Filippo Turati. Più logico e più chiaro, se non altro perchè con una bella ingenuità da galantuomo ha intimato ai suoi compagni: — ma, insomma, finitela cogli equivoci e dichiarate se siete patriotti o herveisti!
Adesso però, mi fa l’effetto ch’egli sia qua­si pentito di aver promosso quell’inchiesta, giacché molto mitemente se ne difende di fronte all’amico Turati che gliela rimpro­vera. E ripete e riafferma anche lui che «il partito socialista ha molte e fortissime ra­gioni per opporsi agli aumenti di spesa mi­litare richiesti dal governo ».
E allora?
Allora, noi concludiamo come abbiamo co­minciato: la disputa teorica iniziata dai so­cialisti intorno alle spese militari, anziché chiarire il problema, lo ha reso più torbido.
Noi abbiamo avuto la sorpresa di dichia­razioni verbali patriottiche da parte dei so­cialisti, ma la tattica effettiva del partito non muterà.
Questi riformisti hanno voluto fare un bel gesto patriottico riconoscendo astrattamente la necessità di armare la patria, ma poi si sono spaventati delle conseguenze.
Nessuno avrebbe preteso certamente che i socialisti votassero tutto ciò che avrebbe po­tuto chiedere il governo. Il quanto e il come delle spese militari include una questione tecnica che solo i competenti sono in grado di decidere, sulla quale è troppo giusto che i pareri siano discordi, e che ad ogni modo sarebbe illogico voler risolvere a priori.
Ma è altrettanto illogico dichiarare a priori che qualunque aumento di spesa militare sarà respinto…. una volta che si era dichia­rato di voler armare la patria!
Di questa illogicità si sono resi colpevoli i riformisti italiani, e ne verrà danno, io credo, alla dignità e alla lealtà del loro partito. Poi­ché essi fanno in fondo quello che fa Gustavo Hervé senza avere, come lui, il coraggio di dirlo.

aprile 1909.

 

L’antipatriottismo degli italiani
e il patriottismo dei socialisti tedeschi

 

Finora erano due soli i popoli presso i quali le dottrine antipatriottiche si diffon­devano con discreto successo: la Russia e la Francia.
In Russia, Tolstoj e i suoi discepoli (che del resto, come dice argutamente il Faguet, sono piuttosto suoi ammiratori che suoi di­scepoli) e in Francia Gustavo Hervé e i suoi discepoli (che, del resto, sono piuttosto suoi discepoli che suoi ammiratori) avevano dif­fuso con ardore e con convinzione queste dot­trine. E fra il grande genio russo e il pic­colo avvocato francese non vi era — in po­litica — se non questa differenza: che Leone Tolstoj era antipatriotta per ragioni evange­liche, e il signor Hervé per ragioni socialiste.
Leone Tolstoj non vuole che gli uomini si uccidano fra loro: non lo vuole sotto nessun pretesto, e odia gli eserciti come strumenti di morte, e ripudia il sentimento patriottico soltanto perché può incitare ad uccidere o permettere che si uccida.
Il signor Hervé, invece, non fa guerra alla guerra per il cristiano motivo di non spar­gere sangue: egli non è un sentimentale, egli non è nemico della guerra…. se questa è una guerra civile. Egli è, semplicemente, un so­cialista lucido e logico che vede con molta chiarezza come il principale ostacolo all’e­voluzione del socialismo consista nell’esisten­za delle patrie, e che vuol quindi distrug­gere le patrie sopprimendo il patriottismo. Il suo ragionamento è semplicissimo: il so­cialismo è la guerra di classe, è il proleta­riato che non vuol più essere sottomesso alle altre classi; ciò che gli impedisce di scuo­tere il giogo è unicamente il fatto che i proletari, in ogni paese, sono forzatamente co­stretti dalla classe borghese dominante e dai suoi clienti a far parte dell’esercito e pos­sono quindi, eventualmente, essere inviati a combattere i loro fratelli di miseria, che stanno al di là della frontiera. Ora, poi­ché il loro interesse consiste non nel com­battere i fratelli di miseria ma i ricchi e i padroni che li sfruttano, non più guerra da popolo a popolo, ma guerra universale da classe a classe. E per raggiungere questo ideale, bisogna distruggere la patria, biso­gna indebolire e annichilire il sentimento del patriottismo.

***

Non si può negare che questo ragionamento sia logico e giusto, quando si voglia guar­dare il mondo dal punto di vista da cui lo guarda il signor Hervé.
Ciò che par meno giusto e assai meno lo­gico, è l’attitudine che hanno assunto in Ita­lia alcuni partiti, che non sono nè mistici come il conte Tolstoj, nè socialisti come il si­gnor Hervé. Dalle colonne di alcuni giornali radicali, come da quelle di alcuni giornali conservatori (che sono tutti giornali borghe­si) si fa in Italia una propaganda larvata di antipatriottismo, cercando di spegnere ogni ricordo delle nostre glorie, ogni aspirazione ad un’Italia grande, forte, temuta, cercando di addormentare i pochi — oh, quanto po­chi! — spiriti giovani e liberi che ancora sperano e sognano.
Il desiderio di pace — che è in tutti — degenera in alcuni fino ad una inconscia ostentazione di viltà. Ernesto Teodoro Mo­neta mette la sua rivista La vita internazio­nale non solo al servizio delle nobilissime idee pacifiste, ma anche — ed è doloroso! — al servizio di persone che vi fanno una tri­ste campagna contro l’italianità degli italiani soggetti all’Austria, e sostengono i diritti di espansione dei tedeschi e degli slavi a Trie­ste nell’Istria e nella Dalmazia.
Teodoro Moneta fu soldato valoroso con Garibaldi. Ha mai pensato che cosa direbbe il Generale se leggesse ciò che egli pubblica ora?
Parallele a queste manifestazioni antipa­triottiche di antichi garibaldini che ora mi­litano nel campo radicale, sono le manife­stazioni di alcuni giornali conservatori. Que­sti spingono la prudenza fino alla mancanza di dignità; e credono che per far piacere agli alleati occorra anche tacere le nostre glorie legittime. Così, or non è molto, un grande giornate ammoniva di non far troppi brindisi a proposito della Nave di Gabriele d’Annunzio. E si capisce! Rievocare la gloria di Venezia e il suo impero sull’Adriatico? Storia antica e…. pericolosa, che bisogna far dimenticare alla gioventù, la quale deve es­sere unicamente educata a far danari, senza preoccuparsi di sentimentalismi!
Questi sono gli insegnamenti che, più o meno palesemente, secondo il grado di fur­beria di chi li diffonde, vengono al popolo italiano dalle sue classi più elevate e più colte. Non gli si dice soltanto (ciò che sarebbe giusto): sii forte ma calmo: se hai un ideale, conservalo, senza sciuparlo in frasi o in dimostrazioni inutili: pensaci sempre e non parlarne mai! — No: gli si dice: dimentica tutto ciò che i tuoi padri e i tuoi avi t’hanno insegnato; getta, come inutile, quell’eredità di patriottismo che essi — ingenui! — t’avevan lasciato sperando tu la raccogliessi; guarda, senza invidia, i po­poli intorno a te che si armano e si prepa­rano perché sentono la gioia e la voglia di vivere e di espandersi; e tu, tu povero pic­colo popolo italiano, fatti ancora più povero e più piccolo, e canta arcadicamente l’inno di pace che in bocca tua sarà una confessione di debolezza e avrà sapore di invito per i furbi che approfitteranno della tua impotenza!

***

Come devono sorridere i nostri nemici — e anche i nostri amici! — di questa scuola di antipatriottismo che le nostre classi di­rigenti hanno fondato in Italia! E come de­vono esser lieti i socialisti d’aver trovato de­gli alleati là dove logicamente non potevano sperarli!
Parlo, s’intende, dei socialisti italiani che imitano i socialisti francesi, poiché è risa­puto che in questo nostro paese delle scim­mie tutto, la moda come la politica, non è che una cattiva copia di ciò che si fa e si pensa a Parigi.
I socialisti tedeschi per loro fortuna, e per l’onore del socialismo non sono anti-patriotti. Lasciano quella debolezza di spina dorsale che è l’antipatriottismo, ai socialisti e…. ai borghesi dei popoli vinti.
Si chiamino Bebel o Bernstein o Vollmar, tutti i socialisti in Germania sono orgogliosi di essere patriotti, e non credono che il sen­timento di patria sia in antagonismo coll’i­deale socialista.
Il Vollmar dichiara che «per difendere la patria e per volerla grande nel mondo, i so­cialisti saranno i migliori soldati dell’eser­cito tedesco». Bebel afferma che «la Demo­crazia sociale è il partito che è più risolu­tamente partito d’impero», e che «le con­dizioni primordiali del libero sviluppo del socialismo restano in ogni paese l’indipen­denza e l’autonomia della nazione». E pole­mizzando nel 1907 al congresso socialista di Stoccarda con Hervé esclamava: «Non è vero che la patria è soltanto la patria delle classi dominanti: la patria è di tutti, perchè tutta la nostra vita civile si sviluppa sulla base della lingua materna e sul suolo che appartiene ad ogni nazione. Ogni popolo che geme sotto un dominio straniero insorge con tutto l’impeto per la lotta per la liber­tà, posponendo tutte le altre finalità. L’idea di Hervé che al proletariato sia indifferente che la Germania appartenga alla Francia, o viceversa, è assurda. Se Hervé volesse ten­tare di mettere in pratica le sue idee, i suoi pochi compagni lo calpesterebbero».
Nè solo per bocca dei loro capi, o solo in teoria, nei discorsi pronunciati in congressi internazionali, i socialisti tedeschi dimostrano il loro nazionalismo: ma anche i gregari, (e persino i gregari austriaci!) nelle questioni pratiche quotidiane non vengono mai meno ai principi di un illuminato patriottismo.
Il deputato socialista Pernerstorfer dedi­cava nel maggio del 1910 (nell’Arbeiter Zei­tung, organo ufficiale dei socialisti dell’ Au­stria) un articolo di apprezzamenti e di ri­cordi al trentesimo anno d’esistenza dello Schulverein.

«Trentanni d’esistenza — egli scriveva — è una seria e degna occasione per ce­lebrare l’attività dello Schulverein, tanto più che l’istituzione ha rappresentato nella vita nazionale dell’Austria una parte molto im­portante. E non soltanto nella vita del po­polo tedesco. La sua fondazione fu l’imme­diato incentivo al sorgere di consimili isti­tuzioni fra gli italiani. Se qualcuno si sob­barcasse alla fatica di rappresentare l’opera di civiltà compiuta da tutte queste associa­zioni con l’erigere scuole e il mantenerle, si avrebbe con tutta probabilità una imponente immagine, che prenderebbe un grande ed im­portante posto nel quadro complessivo dello sviluppo della coltura nei tempi moderni.»
Notiamo, incidentalmente, che l’onorevole Pernerstorfer è un lodatore implicito anche della «Lega Nazionale» e della «Dante Alighieri» ch’egli pone a fianco allo « Schulverein» per i loro meriti verso la coltura. E constatiamo, anche incidentalmente, che dai socialisti italiani non venne mai alle isti­tuzioni nostre che difendon la lingua italiana un elogio così aperto come quello che il socialista austriaco prodiga alla grande società che difende la lingua tedesca.
L’onorevole Pernerstorfer continua: «il conservare la germanità dove essa è ancora viva ed è minacciata costituisce un dovere nazionale che i socialisti non sono gli ul­timi a riconoscere» e conclude: «lo Schul­verein può guardare con orgoglio a ima bella attività nazionale e civile».
Ora, io penso con „tristezza a quei socia­listi italiani che là dove la nostra lingua e la nostra nazionalità sono minacciate parteggia­no per gli slavi piuttosto che per gli ita­liani….
Non mi illudo che i socialisti italiani, an­ziché imitare Gustavo Ilervé, si schierino tutti sotto la bandiera socialistico-nazionalista di Angusto Bebel, od abbiano la serenità pa­triottica dell’onorevole Pernerstorfer: io mi limito a desiderare che chi ha libero l’intel­letto da ogni pregiudizio partigiano mediti questo fatto: in Italia, non solo i socialisti ma anche in parte i borghesi predicano l’antipatriottismo: in Germania, tutti indistinta­mente i partiti, compresi i socialisti, tengo­no scuola di alto e fiero patriottismo.

E l’Italia è un paese debole, e la Germania è un paese forte….

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