Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (8°parte)

L’Italia e la politica estera

 

A Luigi Luzzatti.

Illustre Maestro,

Elia vorrà perdonare ad un suo discepolo, che è un suo ammiratore, di rivolgerle pub­blicamente una franca parola.
Nel numero del 24 gennaio 1909 del Cor­riere della Sera — all’indomani del giorno in cui il Governo austriaco presentava quel progetto dell’Università italiana a Vienna, che era un’irrisione e un insulto — Ella pub­blicava un articolo intitolato Raccoglierci in dignitoso silenzio, che io ho letto con grande stupore e con infinita tristezza. Ero abituato da tempo — pur troppo — a trovare nella stampa consigli di tanto in­dustriale egoismo da rasentare la viltà, ed ero da tempo rassegnato al dolore di veder gli ufficiosi del Ministero farsi i propagandi­sti di una politica quietista che preparava all’Italia un popolo d’eunuchi.
Ma mi illudevo che gli italiani liberi, gli italiani che non hanno ministri da difendere quand-méme, e che ripongono il loro ideale in qualche cosa di più nobile e di più alto che non sia lo scopo di fare denari disfa­cendo la coscienza nazionale, sentissero e pensassero in altro modo. Ella può quindi comprendere la mia me­raviglia quando in fondo a un articolo, che era una necrologia del nostro paese — poiché lo si voleva morto in conspetto del mondo — vidi la firma di Luigi Luzzatti. Non erano più i mediocri o gli industriali che, con macabra gioia, suonavano a stormo per la scomparsa dell’Italia dal numero del­le grandi Potenze; era un uomo illustre — non solo per la sua scienza, ma per il suo patriottismo — che osava dettare questa in­verosimile sentenza:

«Tutti quelìi che umano la patria devono per qualche tempo distogliere la mente il più possibile dalla politica estera.»

Tali gravi parole Ella ha scritto, onorevole Luzzatti, e mi auguro non le abbia pensate. Non può, infatti, averle pensate; perché il dire ad un popolo di 34 milioni d’abitanti che esso ha il dovere di non occuparsi di politica estera significa consigliargli il sui­cidio. Evidentemente, illustre Maestro, la sua penna ha tradito la sua coscienza.

***

Perchè infatti, l’Italia non dovrebbe più occuparsi di politica estera?
Forse perchè la catastrofe di Messina e di Reggio ci ha indeboliti? Ella non vorrà far suo — m’immagino — questo miserabile argomento che si comprende nella bocca de­gli scrittori dell’Armee Zeitung, ma che sa­rebbe indegno di ogni italiano. Le sventure addolorano, ma non umiliano. E se i nostri nemici vogliono approfittarne per levarci quel po’ d’influenza che abbiamo, e per costringerci al silenzio, penso che noi dobbia­mo invece approfittarne per gridare ben alto che l’Italia non perde la coscienza di sè stessa dopo un terremoto, nè crede che il vestirsi a lutto significhi anche oscurare la propria dignità.
O forse noi non dovremmo più occuparci di politica estera perchè l’Austria ha inghiottito la Bosnia e l’Erzegovina e non ha con­cesso l’Università italiana a Trieste?
Questi due fatti parvero ai più una grave delusione e un gravissimo scacco della no­stra diplomazia, la quale o ha ingannato o si è lasciata ingannare, promettendo compen­si e concessioni che non furono date.
Ma ad alcuni invece — pochi per verità, e non credo che Ella sia fra questi — par­ve che il nostro Governo, e segnatamente l’o­norevole Tittoni, si fossero condotti in tali circostanze nel miglior modo che era pos­sibile.
Qualunque sia tra questi due giudizi il vero, io mi permetto di chiederle: perchè dovrebbe derivarne la conclusione che noi non dobbiamo più fare della politica estera?
O l’onorevole Tittoni ha agito saggiamente, come il Corriere della Sera sostiene, e al­lora perchè non occuparci più di quella po­litica estera dove l’ex prefetto di Perugia e di Napoli ha raccolto — sempre secondo il Corriere della Sera — tanti allori ? Se voi dite che la politica di Tittoni è abile, se voi proclamate che nessuno poteva fare diver­samente e meglio di lui, perchè proporre di abbandonare un campo dove un uomo di grande ingegno (secondo voi) ha ottenuto cosi ragguardevoli successi? La logica vi costringe a consigliare non l’abbandono, ma la conti­nuazione di questa politica così… feconda!
Se invece si pensa che l’onorevole Tittoni fu impari al proprio ufficio, se si crede che altri al suo posto, pur non potendo ottenere nulla di più, avrebbe se non altro parlato meno, avrebbe cioè tenuto quel silenzio che è dignità, anziché illudere l’Italia e far ridere il mondo con dei discorsi che erano reati di millantato credito, perchè arrivare alla con­clusione negativa che noi non dobbiamo più occuparci di politica estera? Anche in que­sto caso mi sembra che la logica consigli non l’abbandono ma il miglioramento della nostra politica estera.
Io non vedo dunque, onorevole Luzzatti, alcuna ragione che giustifichi il suo umiliante consiglio. E mi pare assai strano che un uomo che ha tanto contribuito alla rifiorente grandezza d’Italia, voglia d’un tratto dimen­ticare questa grandezza e farne getto e ren­derla inutile dal punto di vista internazio­nale.

***

Ma Ella ha creduto di trovare un forte argomento in difesa della sua tesi, dicendo che «tutti quelli che amano la patria do­vrebbero non occuparsi di politica estera, per occuparsi unicamente di politica in­terna».
Ch’io mi sappia, illustre Maestro, l’una cosa non esclude l’altra: anzi io penso che dif­ficilmente si può fare una buona politica in­terna se non si fa una altrettanto buona politica estera, e viceversa.
E quando Ella scrive che «noi dovremmo soprattutto pensare al rinvigorimento dei no­stri ordini militari e navali» viene a dar ra­gione a me e a contraddire sè stesso.
Secondo Lei, una buona politica interna sarebbe rinvigorire l’esercito e l’armata: — e siamo perfettamente d’accordo, con que­sta sola differenza: che io ho la franchezza di dire che tale rinvigorimento non si è vo­luto o non si è osato finora, appunto perchè i nostri governanti… non si preoccupavano della politica estera. E se oggi ci troviamo deboli (non tanto forse quanto agli auto-de­nigratori piace di proclamare, ma certamente tanto quanto basta a farci provare rimorso) gli è unicamente perchè, onorevole Luzzatti, prima ancora che Ella lo divulgasse sulle co­lonne del Corriere della Sera, altri, troppi altri, avevano narcotizzato l’Italia, consiglian­dole di non occuparsi di politica estera.
Se dunque la logica vale qualche cosa — ed Ella mi insegna che la logica è la lealtà del pensiero — bisogna riconoscere e confes­sare che negli anni passati non furono rin­vigoriti l’esercito e Tarmata, cioè non fu fatta una buona politica interna (come ora Ella la definisce) unicamente perché il Governo e il paese non si occupavano e non si preoc­cupavano di politica estera.
Ma a Lei non piace — e si capisce — ri­vangare il passato, ed Ella afferma che è inutile palleggiarsi le responsabilità e che è doverosa in questi momenti una grande in­dulgenza.
Sia pure. Lasciamo il passato, e guardia­mo soltanto al futuro. Ma guardiamolo con coraggio e assumiamo ognuno la nostra re­sponsabilità — sia essa immensa, come fa sua, o minima, come la mia.
Il momento è grave: lo ha sentito la Ca­mera nella discussione del dicembre scorso, quando acclamò il discorso Fortis: lo sente oggi il paese, nell’imminenza delle eiezioni: lo sente anche il Governo, quantunque nella relazione che precede il decreto di sciogli­mento della Camera, l’onorevole Giolitti abbia dello che tutto va per il meglio nel mi­gliore dei mondi possibili.
Quale sarà l’esito della lotta elettorale non so: so che il Ministero ha tutto l’interesse a non basar questa lotta su una piattaforma che sinceramente ed audacemente ponga il problema della nostra esistenza e della no­stra funzione nel mondo. All’onorevole Gio­litti è sempre piaciuto rasentare i problemi gravi, senza risolverli, correre per i viottoli della politica, anziché camminare per la stra­da maestra, vivere di alchimia parlamentare, anziché chiedere al Parlamento la limpida e genuina espressione del suo pensiero. Ed egli ha costruito in tal modo la sua fortuna e la sua potenza personale. Peccato non ab­bia egualmente costruito la fortuna e la gran­dezza d’Italia!
Ma per tutti coloro — c mi auguro siano molti — che guardano un po’ più alto e più lontano, il problema da cui il Governo rifugge con l’aiuto di uomini e di clientele interessate, deve porsi in tutta la sua chiarezza.
Ella, onorevole Luzzatti, lo ha posto. Ella ha detto al grandissimo pubblico di un gran giornale: che gli italiani che amano la patria non devono occuparsi di politica estera.
Noi invece diciamo agli italiani: occupa­tevene, e noi deploriamo che finora essi se ne sieno occupati troppo poco.

Ella forse — quando scriveva quella frase. — aveva paura che il popolo, e soprattutto la gioventù universitaria, ripetesse contro la canzonatura che il governo di Vienna aveva inflitto al nostro ineffabile Tittoni, quelle di­mostrazioni che aveva già organizzate con­tro le violenze della studentesca viennese. Ed Ella implorava pace e silenzio per questo ultimo scherzo di cattivo genere della no­stra alleata. 
L’intenzione era ottima, ma inutile.
Come Ella avrà potuto constatare, nè il popolo nè la gioventù universitaria si sono mossi: hanno anzi tenuto quel contegno se­rio e silenzioso che l’onorevole Tittoni in al­tre circostanze non ha saputo tenere.
Perche — vede, onorevole Luzzatti — il po­polo ed i giovani hanno talvolta un più chia­ro intuito di certe situazioni di quello che non abbiano alcuni ministri. Il popolo ed i giovani hanno capito che il governo austriaco era nel suo pieno diritto di risolvere una questione di politica interna, e che sarebbe stato quindi sciocco ed illogico protestare contro l’Austria. Ed hanno altresì capito che chi faceva una pessima figura in tutta quella faccenda non era il Gabinetto di Vienna, ma il Gabinetto di Roma, il quale aveva dato per certo ciò che non era stato nemmeno pro­messo.
Bisognava quindi protestare contro l’Ita­lia, non contro l’Austria: bisognava prote­stare contro Tittoni, non contro Aehrenthal. Ma i giovani sono generosi e non uccidono un uomo morto.
Se dunque il suo consiglio — illustre Mae­stro — era dettato dalla preoccupazione che dimostrazioni di piazza non turbassero le re­lazioni internazionali, Ella ha avuta la pro­va che quel consiglio era superfluo.
Ed Ella — e con Lei molli altri che in buona o in mala fede sognano sempre chi sa quali pericoli — dovrebbero finalmente persuadersi che questo popolo e questi stu­denti non sono degli irredentisti incoscienti e dei cercatori di guerra; sono semplice­mente degli italiani i quali, appunto perché amano la patria, vogliono occuparsi di politica estera, e vorrebbero che vi fosse un po’ più di dignità in chi la dirige.
È tattica molto comoda, ma altrettanto poco leale il dare ad intendere che chi è contro Tittoni vuole la guerra con l’Austria, e che quindi bisogna sostenere e difendere la po­litica del nostro ministro degli esteri, per non precipitare la patria in un disastro.
Per fortuna la verità è un’altra.
Noi sappiamo, pur troppo, che il nostro paese è impreparato: lo sappiamo da tempo, c avremmo voluto che da tempo si provve­desse, e facciamo colpa a chi regge da anni la nostra politica di non aver provveduto. Ma appunto perchè abbiamo questa co­scienza della nostra inferiorità militare, non ci agita alcuno spirito d’avventura. Soltan­to crediamo che anche a chi non è il più forte sia concesso d’essere dignitoso: credia­mo anzi che la dignità sia un dovere, e serva, assai più di un’attitudine vile, a man­tener lontana la guerra.
Noi crediamo cioè che, pur non potendo pretendere compensi dall’Austria per l’an­nessione della Bosnia e dell’Erzegovina, noi avremmo potuto risparmiarci il ridicolo e la vergogna del discorso di Carate, che quei compensi annunziava con tanta leggerez­za e con tanta incoscienza: noi predia­mo che pur non potendo ottenere dal Go­verno austriaco l’Università italiana a Trie­ste, noi avremmo almeno potuto risparmiarci la boriosa promessa che di quella Università l’onorevole Tittoni faceva nel suo ¡discorso del 5 dicembre, e che i suoi ufficiosi allegra­mente e trionfalmente diffondevano per tutti i giornali italiani.
Non ottenere dei successi diplomatici è sventura che dobbiamo sopportare, perchè troppe colpe antiche e recenti ce l’hanno pre­parata, e perchè — ripeto — è impossibile parlar forte quando alla voce dei ministri non può far eco quella più poderosa del can­none; ma lasciarsi turlupinare, e offrire al mondo lo spettacolo di un ministro che pro­mette grandi cose per poi raccogliere un pu­gno di mosche, — è una vergogna, e una ver­gogna ridicola, contro cui è logico ed è giu­sto che il popolo italiano protesti in nome della dignità.
In altre parole, se il danno era inevita­bile, noi crediamo che si potevano, si dove­vano almeno evitare le beffe.

***

Questo è — onorevole Luzzatti — il con­cedo che ci anima, questo è il sentimento che ci ha indotto — e non da ora — ad oc­cuparci di politica estera. E oserà Ella ri­petere che noi non amiamo la patria, perchè, secondo Lei, tutti quelli che la amano non dovrebbero occuparsi di politica estera?
Quale è dunque l’ideale che Ella assegna agli italiani, se fa loro divieto — sotto pena di essere accusati di leso patriottismo — di sognare per il loro paese un maggiore ri­spetto e una maggiore influenza nel mondo?
Quale è l’insegnamento politico che Ella dà in questo momento, agli elettori, proclamando che tutti devono distogliere la mente dalla politica estera, e pretendendo quindi implicitamente che nessuno discuta l’opera del Ministro degli esteri, il quale dovrebbe es­sere sacro e intangibile? Non ha Ella stessa dalla cattedra e dai libri affermato che uno dei più saldi principi di libertà costituzio­nale è quello di riconoscere nel popolo il di­ritto di discutere non solo le persone dei suoi ministri, ma i problemi più gravi che lo interessano?
E dovrebbe esservi, oggi, un’eccezione a questo principio in Italia e per l’onorevole Tittoni?
Io non ho la speranza, Illustre Maestro, ch’Ella risponda a queste mie domande; ma io ho sentito il bisogno di formularle, per reagire contro un consiglio che tende ad ad­dormentare sempre più le già torpide energie del nostro paese.
Mi perdoni l’audacia e mi creda con am­mirazione, suo

Scipio Sighele.

 

L’ITALIANITÀ DEL GARDA

A Giulio De Frenzi.

Se è vero che la misura del valore d’una campagna giornalistica — come di qualsiasi opera dell’ingegno — è data dall’interesse e dalle polemiche che suscita, voi, caro De Frenzi, potete essere orgoglioso d’avere scrit­to le «Lettere dal Gardasee».
Voi siete stato l’interprete geniale di un sentimento che era diffuso in moltissimi: voi avete avuto il merito di cogliere il momento opportuno per dire ad alta e chiara voce quella parola di dignità e di verità che gli italiani non avevano osato pronunciare fi­nora.
Ed è salito intorno a voi un coro di elogi per tutte le cose italianamente belle che ave­te scritte; ed è salito anche intorno a voi un coro di critiche per tutti gli orgogli stra­nieri che avete osato schiaffeggiare, per tutte le viltà nazionali che avete osato mettere alla gogna.
Nessuno più di me che vivo qui all’estremo confine del nostro azzurro lago di Garda, e vedo ogni giorno calare dal nord i tede­schi con la loro pesante regolarità di sol­dati che pare obbediscano a un ordine di conquista anziché avviarsi a un viaggio di divertimento, nessuno più di me ha sentito quanta giustizia e quanta serena previsione di un pericolo grave fosse nelle vostre pa­role.
La psicologia miope di alcuni albergatori andava dicendo che la campagna del Gior­nale d’Italia avrebbe avuto l’unica conseguen­za di allontanare i tedeschi dalle sponde del nostro lago e di ridurre quindi alla miseria questa magnifica regione che ogni anno s’ar­ricchisce dei milioni che i tedeschi vi la­sciano. E la superbia di qualche panger­manista minacciava contemporaneamente di boicottare il Garda per punirci della grave colpa di volerlo mantenere italiano.
Ma quella paura d’albergatori e questa mi­naccia di pangermanisti non erano che tor­bidi sogni di gente cui la mediocrità del­l’ingegno o un volgare desiderio di rappre­saglia toglieva robbiettività del giudizio.
I tedeschi continuano a scendere sulle rive del lago di Garda, e la statistica di questi ultimi mesi ci avverte anzi che scen­dono più numerosi di prima. Voi siete dun­que innocente, caro De Frenzi, del delitto che vi si voleva imputare, e le vostre «Let­tere», anziché del danno, hanno fatto la re­clame al più bello dei nostri laghi. Perche, fortunatamente, il popolo tedesco è troppo saggio per cedere agli stupidi consigli di ven­detta di qualche energumeno, ed è troppo in­namorato dell’Italia per rinunciare a portarle personalmente il suo tributo d’ammirazione.
Senza dubbio, oltre l’ammirazione, i tede­schi portavano finora in queste provincie di confine, anche la loro influenza e tendevano a germanizzare la nostra lingua, i nostri co­stumi, la nostra architettura. Essi credevano adempiere così a un dovere patriottico, quasi a una missione che Iddio, e per lui l’Im­peratore, avesse affidato alla loro razza. Essi credevano la nostra terra una terra di con­quista: essi sapevano, pur troppo, che in politica come in affari, la dignità italiana non esiste, e approfittavano logicamente di questa mancanza per imbastardirci.
Il torto non era loro, ma nostro.
Oggi, dopo il vostro grido d’allarme che ha espresso finalmente dalle colonne d’un grande giornale ciò che era da tempo nella coscienza di molti, oggi i tedeschi si saranno accorti che la dignità italiana era addor­mentata non morta poiché ha saputo sve­gliarsi; oggi finalmente essi avranno com­preso che se noi siamo sempre lieti di ac­coglierli come ospiti, non siamo più così deboli e così vili da sopportarli come padro­ni. E mentre, prima, essi ammiravano le bellezze del nostro paese ma intimamente ci disprezzavano come un popolo che mal sa­pesse difendere la sua nazionalità, ora essi scendendo in Italia impareranno anche a sti­marci per la fierezza del nostro carattere.
Questo è l’effetto ché le «Lettere dal Gar­dasee» hanno prodotto: questo è lo scopo no­bilissimo che voi avete avuto nello scriverle.
Risvegliare la sonnolenta anima italiana perchè essa, anziché abbandonarsi docile e incosciente preda all’invadente straniero, sappia difendersi contro di lui, — risusci­tare il nostro orgoglio per non cedere alcuno dei pregi che fanno così bello e desiderato il nostro paese, — mantenerci italiani di lin­gua di costumi di paesaggio, anziché pro­stituir l’una e gli altri per un po’ di da­naro, — abbandonare insomma la nostra vec­chia psicologia da affittacamere che disten­deva la dignità come un tappeto perchè gli stranieri trovassero soffice il camminarvi so­pra, e sostituirvi invece una psicologia di po­polo altiero, che accoglie cortesemente pia non si umilia, che offre ma non si vende, — ecco il sentimento che infiamma le vo­stre pagine, ecco l’idea che va più lontano e più in alto della semplice propaganda per la difesa dell’italianità del Garda.
Qui, alla frontiera, il pericolo era più grave e più imminente che altrove, ed era quindi logico e doveroso correre senza indugio ¡ai ripari. Ma il pericolo è diffuso ovunque in questo nostro paese ove sembra che a nessu­no ripugni di snazionalizzarsi e ove tutto as­sume volentieri una tinta esotica quando, as­sumendola, si spera di trarre qualche guadagno.
Ciò che avviene sul nostro lago non è che il sintomo acuto di una malattia che trava­glia tutta l’Italia, non è che l’indice dolo­roso della fiacchezza del nostro carattere. Mentre i popoli forti tendono ad espandersi e non dimenticano, non rinnegano mai, ovunque vadano, la loro nazionalità, anzi super­bamente la affermano per mezzo di quel suo simbolo vivo che è la lingua, noi italiani, non solo abbiamo perduto ogni velleità d’e­spansione, ma entro i nostri stessi confini noi ci affrettiamo a nascondere, ad attenuare ciò che pur dovrebbe essere il nostro orgoglio e il nostro diritto, e per renderci più gra­diti agli stranieri traduciamo il nostro pen­siero nella loro lingua e camuffiamo anche l’aspetto esteriore dei nostri alberghi, dei no­stri negozii…
Dicon gli ingenui: codesta è una prova di gentilezza e di superiorità, perchè parlare la lingua degli ospiti significa essere cortesi ed intelligenti.          
Gli ingenui non sanno che talvolta alcune virtù personali si tramutano collettivamente in viltà nazionali.
Per un individuo è indiscutibilmente una forza e una superiorità parlare le lingue stra­niere, ma se tutta una provincia, se tutta una regione prendesse l’abitudine di parlare una lingua straniera dimenticando la propria, da­rebbe, anziché una prova di superiorità, una triste prova del suo fatale decadimento.
Quelle zone neutre di territorio che stanno ai confini di due razze e di due civiltà e che a poco a poco si lasciano linguisticamente assorbire dalla più forte tra queste razze, non sono forse l’esempio doloroso di dove possa condurre quella debolezza di carattere nazionale che gli ingenui gabellano per cor­tesia o per intellettualità?
Le doti che fanno la genialità degli indi­vidui non sono sempre quelle che fanno la grandezza delle nazioni. E pur troppo l’Ita­lia offre — unica forse tra i popoli — que­sto misterioso contrasto che racchiude un elo­gio e una umiliazione: i suoi abitanti singo­larmente presi hanno più ingegno, più sobria moralità, più energia e più resistenza al la­voro degli inglesi e dei tedeschi, eppure l’Ita­lia, come organismo collettivo, è inferiore al popolo tedesco e al popolo inglese. Perché? Per quale ragione le grandi potenze europee, la Francia e sopra tutto l’Inghilterra e la Ger­mania valgono socialmente assai più di noi, mentre la materia prima di cui sono formate — l’individuo — è inferiore alla nostra? Dove risiede la causa di questo paradosso psicologico per il quale, con unità elemen­tari migliori, noi italiani diamo politicamente un prodotto peggiore?
Fra le molte cause di questo paradosso, una mi sembra abbia un’importanza di primo or­dine, ed è questa: noi non abbiamo ancora formata un’unica anima italiana : noi abbia­mo diviso e abbassato fra le piccole pettegole vanità regionali quell’orgoglio nazionale che farebbe la nostra forza nel mondo; noi sia­mo, in una parola, ancor troppo individua­listi e regionalisti per assurgere all’ideale grandezza patriottica che si afferma in un sano e cosciente nazionalismo.
E quindi le nostre energie non conver­gono e non si sommano in un fuoco cen­trale, ma tendono a raggrupparsi secondo an­tichi legami regionali frutto dell’eredità e del­l’ambiente. Ognuno di noi, — forse perchè l’ingegno naturale lo persuade all’indipen­denza e all’insofferenza d’ogni autorità — mal s’adatta ad apprendere quelle modeste virtù di disciplina di ordine e di concordia, che pur essendo mediocri pell’individuo, creano, tutte insieme, la potenza granitica di una nazione.
Noi abbiamo un patriottismo sporadico e un patriottismo di frasi: noi non abbiamo ancora un patriottismo costante e di fatti. Noi ci esaltiamo ogni tanto, quando qualche schiaffo più sonoro viene a colpire la già rossa guancia della nostra politica estera, e noi protestiamo allora con comizi e con di­scorsi. E facciamo benissimo. Ma è troppo poco. Noi dobbiamo imitare i tedeschi che parlano meno di provincie da conquistare, e viaggiano di più per conquistarle a poco a poco. Noi dobbiamo sopra tutto imitare i tedeschi che non transigono mai, non solo nelle grandi ma nemmeno nelle piccole cose, colla loro dignità nazionale, e varcando il confine non la dimenticano e non la tra­vestono, ma portano con una tenacia che par testardaggine il loro inelegante costu­me e adoperano sempre il loro idioma duro e sgarbato. Essi sono forse ridicoli, essi sono forse antipatici, ma essi sono certo ammi­rabili come soldati d’un’idea, per la magnifica umiltà con cui servono la loro patria diffon­dendone i costumi e la lingua, per il pa­triottismo cosciente con cui affermano, in ogni ora, in ogni luogo, la nazionalità ger­manica e l’orgoglio di appartenervi.
Questo orgoglio di razza che è la più sicura base del nazionalismo, bisognerebbe che fosse imitato da noi. Noi dovremmo essere più umili come individui e più superbi come italiani: noi dovremmo dimenticare le sterili vanità personali e i nostri antagonismi di partiti e di regioni, non palleggiarci più ac­cuse di inferiorità tra l’una, e l’altra provincia, ma affermare verso di noi come verso gli stranieri, affermare ben alto, non a pa­role ma in ogni atto della vita, il semplice e grande orgoglio di essere italiani.
Questo orgoglio che è amore ed è fede, che è ricordo di grandezze passate e speranza e volontà di grandezze future, che polarizza e riassume tutti i sentimenti nel sentimento del patriottismo, io ho creduto di leggere, caro De Frenzi, attraverso le vostre pagine, le quali non sono che una parte di quella propagan­da nazionalista che voi, e con voi tanti giova­ni egregi, vanno oggi, per fortuna d’Italia, esercitando non inutilmente fra il pubblico.
E voi mi permetterete di esprimervi il com­piacimento grande per l’opera vostra che rialza la dignità del giornalismo, il quale in questi ultimi anni ci aveva dato troppi scet­tici e troppi ironisti che non credono a nulla e bollano come retorica patriottarda tutti gli sforzi che noi, più vecchi, faccia­mo per dare al paese nostro un po’ di fede e un po’ d’energia.
Codesti scettici diranno anche ora, se mi leggono, che nelle mie parole c’è troppa esa­gerazione, troppa polvere retorica. Lascia­moli dire! 
Io vi scrivo dal Trentino. Sarà la polvere della frontiera che oscura la vista di un soldato che combatte da tempo al suo posto.

Nago (Trentino) agosto 1909.

 

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