Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (6°parte)
L’Università libera di Innsbruck
e le ultime fasi della lotta per l’università italiana.

L’Università libera di Innsbruck è morta nascendo, ma non crediamo per questo ch’es­sa sia stata senza effetti utili per i diritti dell’italianità e della coltura. Fu una pro­testa, l’ultima dignitosa coraggiosa prote­sta, che gli studenti ardirono contro le in­giustizie del governo di Vienna, e che, sof­focata con la violenza, dette all’Italia e a quanti sono nel mondo spiriti liberi la mi­sura degli arbitrii che l’Austria sa commet­tere contro una nazionalità esigua di nu­mero e quindi parlamentarmente poco temi­bile.
L’idea di questa Università libera nacque spontaneamente fra gli studenti trentini: e la sua attuazione — o, diciam meglio, il ten­tativo pur troppo fallito della sua attuazione — fu aiutato dal dottor Cesare Battisti, di­rettore del Popolo di Trento, e da chi scrive.
Pensavano gli studenti trentini, e il loro pensiero era costituzionalmente legittimo:

«Noi chiediamo invano al Governo un’Uni­versità italiana a Trieste per poter studiare nella lingua nostra: il Governo ci costringe ad andare ad Innsbruck, ove dobbiamo fre­quentare le lezioni di professori tedeschi e dove non troviamo che il meschino regalo di qualche cattedra tenuta da professori ita­liani: [1]  desiderosi di più ampia coltura nella lingua materna, noi vogliamo chiamare quest’anno dal regno i professori più illustri, e dopo avere frequentato l’Università imperiale e regia, come è nostro dovere, ci per­metteremo anche di frequentare l’Università libera come è nostro diritto.»

Due mesi di intenso lavoro (settembre e ot­tobre 1903) ci avevano condotto a questo ri­sultato: che noi avevamo ormai quaranta professori aderenti, fra i più illustri dei no­stri Atenei, e completa la serie dei corsi dal novembre 1903 all’aprile 1904. Ogni professore avrebbe tenuto da tre a sei lezioni, portando la sintesi delle proprie ricerche, dando la parte migliore del proprio ingegno, illustrando il problema d’arte o di scienza cui aveva dedicato i suoi studi. Sarebbe sta­ta, insomma, una Università sul tipo della Università Nouvelle di Bruxelles, ove passano, come in un caleidoscopio, i pensatori più mo­derni e più originali; una specie di Istituto di Alti Studi da cui si sarebbero irradiate tutte le diverse idee che con lotta feconda si in­crociano nel campo intellettuale.
Appena fu nota la nostra iniziativa e il successo intellettuale che essa aveva già avu­to, i giornali austriaci la accolsero con alte grida di disprezzo e la bollarono come una provocazione. Il Tiroler Tagplatt, uno dei meno violenti, scriveva: — «Quello che gli italiani fanno non è solo un assalto, è anche un’offesa ai tedeschi: il loro disegno di una Università italiana ad Innsbruck è cosa vergognosa pel germanismo. Bisognerebbe che i tedeschi fossero semplicemente dei mascal­zoni se non impiegassero tutti i mezzi per insegnare ai prepotenti intrusi che li vo­gliono sfrontatamente schernire, ad avere ri­spetto del pugno tedesco. L’erezione della loro libera Università mostrerà loro che cosa ci sia in terra tedesca per ospiti che vitu­perano villanamente il diritto dell’ospitalità. Oltre al Comitato italiano, ci sarà un Comi­tato tedesco che avrà pure l’obbligo di ri­cevere degnamente gli ospiti italiani». — Orbene, — prescindendo dal notare che questo brano di prosa (il quale, ripeto, era fra i più calmi!) pare scritto nella lingua d’un popolo barbaro anziché in quella d’una nazione colta e civile, — è opportuno tener presente che non solo non esiste in Austria alcun articolo di legge in base al quale sa­rebbe stato possibile proibire l’Università libera di Innsbruck, ma esiste anzi il para­grafo 2° per il quale ogni riunione pri­vata di cittadini è concessa dalla costituzio­ne. E l’Università libera avrebbe avuto ap­punto la forma di una riunione privata: un Comitato, cioè, avrebbe invitato, in un’ap­posita sala presa in affitto, quelle persone che (oltre gli studenti italiani) avrebbe cre­duto opportuno invitare ad assistere alle le­zioni dei professori del regno.
Noi eravamo quindi nel diritto e nella lega­lità — come del resto riconobbe lo stesso luogotenente del Tirolo barone Schwartzenau, — e noi potevamo quindi disprezzare il linguaggio dei giornali pangermanisti che ge­nerosamente ci minacciavano il pugno te­desco.
Disprezzarlo, questo linguaggio, ma con­siderarlo come un sintomo di quanto sarebbe avvenuto. La città di Innsbruck era già stata teatro di lotte fra studenti italiani e tede­schi, e le armi di questi ultimi, il numero ed il bastone, avevano facilmente soffo­cato le ragioni degli italiani, che erano in proporzione di uno contro dieci. Era dun­que facile prevedere che un nuovo conflitto sarebbe avvenuto. Non era invece altrettanto prevedibile che il governo, mutando tattica, si sarebbe alleato ai nostri nemici, e avrebbe improvvisamente proibito ciò che aveva fino all’ultimo momento riconosciuto legittimo. Ma il governo austriaco — si sa — è maestro in questi voltafaccia, e gli arbitrii che non gli consente la legge, esso li commette sotto la forma di misure di polizia per ragioni poli­tiche. Il governo vide nell’Università libera chissà quali complicazioni internazionali e sognò chissà quali reconditi fini nell’iniziativa semplicissima degli studenti italiani. Gli am­malati sognano sempre torbidi sogni!
È noto in qual modo l’Università libera fu soppressa.
Quando il 21 novembre 1903, il professor De Gubernatis che doveva inaugurarla con un discorso intorno a Francesco Petrarca, (Lema…. poco pericoloso) si presentò sulla cattedra, e la sala era colma di invitati, entrò un commissario di polizia che proibì al De Gubernatis di prendere la parola e dichiarò che radunanza…. era sciolta. Contempora­neamente, la sala veniva invasa da gendarmi con baionetta inastala e da studenti tedeschi; gli studenti italiani reagirono: nacque un tu­multo, dal quale molti italiani e tedeschi usci­rono feriti. Il professor De Gubernatis potè a mala pena salvarsi dalla folla urlante e minacciante, e giungere alla stazione onde partì per l’Italia.
Così l’Università libera di Innsbruck, que­sto bel fiore d’italianità, fu divelto appena sbocciato! Ed io non posso pensare senza tristezza a quegli studenti che avevano lun­gamente accarezzata la speranza di udire in paese straniero la parola dei nostri uomini maggiori e migliori, e di crearsi una piccola luminosa patria italiana nel buio ambiente tirolese, e che si son visti a un tratto spezzare il loro sogno da un decreto polizie­sco! Poveri giovani! Avevano fatto — essi e le loro famiglie — sacrifici di tempo e di danaro: avevano fatto, i più, il sacrificio massimo di abbandonare le ridenti e civili grandi città universitarie di Graz, di Mona­co, di Vienna per accorrere tutti nella pic­cola incolta inospite città di Innsbruck, pur di alimentare colla loro straordinaria presen­za quell’Università libera che sarebbe stata il loro unico conforto, — ed ecco che il loro sacrificio è stato inutile, la loro speranza in­franta, il loro legittimo desiderio condannato!
Ah, voi studenti del regno, che vi agi­tate e protestate per ottenere vacanze, quasi che non bastassero le troppe che già vi sono, o per ottenere nuove sessioni d’esami, qua­si che non fosse già troppo facile il conqui­starsi una laurea, — quanto siete poveri d’i­deale in confronto agli studenti italiani del­l’Austria, i quali si agitano per ottenere un supplemento alla coltura che è loro impar­tita, e protestano per un’idea che va al di là dell’ambiente universitario, che esprime la nostalgia intellettuale di esuli per quella civiltà latina che si vuol soffocare!

***

La stampa italiana indipendente giudicò co­me doveva essere giudicato l’atto di sopraf­fazione austriaca. Ma alcuni giornali che hanno sempre bisogno di far gli umili servi­tori all’alleato prepotente, insinuarono che il professor De Gubernatis aveva commesso un’ imprudenza o una leggerezza recandosi ad Innsbruck mentre si sapeva per molti segni che la sua presenza colà avrebbe scatenato la reazione dei tirolesi; e lo fecero quindi responsabile, in parte, di quanto era avve­nuto.             
A questi difensori dell’Austria basterà rispondere che non toccava al professor De Gubernatis mancare al suo impegno, ma toccava al governo austriaco avvertire in tempo il governo nostro che la presenza del De Gu­bernatis ad Innsbruck poteva suscitare di­sordini.
Il galateo insegna che quando si vuol ri­spondere negativamente alla domanda di per­sona amica si deve farlo con gentilezza.
Così, la più elementare cortesia internazio­nale avrebbe dovuto suggerire al governo au­striaco una forma diplomatica per ottenere che il professor De Gubernatis non si muo­vesse da Roma. L’alleanza — se non sbaglio — dovrebbe almeno servire a dir le cose spiacevoli in modo corretto, e a dirle a tem­po per evitare incidenti e conflitti che tur­bano, logicamente e fatalmente, le relazioni fra due governi che sono alleati.
Ma certi italiani non sono disposti a rico­noscere l’equanimità di queste osservazioni, ed hanno un così scarso sentimento del loro decoro, che mentre trovano legittime tutte le scortesie degli stranieri, sono pronti a bol­lare come imprudenze o come leggerezze gli atti virili dei loro connazionali!
La violenza governativa che sopprimeva l’Università libera era il preludio e il tacito invito a violenze popolari elle avrebbero ten­tato di sopprimere, non una parvenza di Università, ma le stesse persone degli stu­denti italiani.                       
Infatti un anno in punto dopo il novem­bre 1903, a Innsbruck si rinnovavano, più gravi, più dolorosi, più barbari, i tumulti uni­versitari. È storia di sei anni fa, ma non può essere dimenticata. Una plebe che non me­rita il nome di popolo aggrediva vigliacca­mente nella Beozia austriaca gli studenti italiani. Nè gli studenti soli, ma tutti i fra­telli nostri furono, allora, o feriti o im­prigionati o cacciati dalla furibonda città: nè le persone sole, ma ogni cosa italiana fu, allora, vilipesa e oltraggiata: le botteghe, le case, i caffè, gli alberghi degli italiani furono devastati, e il palazzo della facoltà giuridica italiana ove avean luogo le lezioni delle cattedre parallele fu distrutto a colpi di scure.
Questa volta non uno osò in Italia men­dicar pretesti per attenuar la vergogna e la responsabilità degli… alleati. E corse lungo tutta la penisola un fremito di rivolta e l’a­nima italiana vibrò di nobile protesta nei numerosi comizi che dissero l’indignazione contro i vili e la solidarietà per le vittime innocenti e gloriose.
Ma a che prò?
Gli studenti italiani feriti erano più di ven­ti: quelli in carcere più di cento. E noi ci sfogavamo a parole! L’Austria nel frattem­po, come conclusione di tanta guerra, soppri­meva le cattedre parallele.
E gli studenti italiani dell’impero, dopo le ferite, dopo il carcere, dovettero sopportare anche l’ultimo danno e l’ultima ironia di ve­dersi tolte le poche lezioni che fino allora erano state loro concesse in lingua italiana!
Il governo austriaco sentì — o fece mo­stra di sentire — che, se motivi polizieschi lo avevano indotto a chiudere quella larva di Facoltà giuridica italiana che esisteva a Innsbruck, ragioni di equità, di diritto, di opportunità politica gli facevano obbligo di interessarsi — o di fingere di interessarsi — alla resurrezione di quella Facoltà.
Potevasi infatti rispondere a chi chiedeva l’Università italiana completa a Trieste: non potevasi negare in teoria il ripristinamento delle cattedre parallele. Se la città di Innsbruck si era mostrata per tanti e così brutali e sanguinosi episodi inadatta assolu­tamente ad accogliere quelle cattedre, biso­gnava pure trovare ad esse un’altra sede.
Ed ecco allora spuntare all’orizzonte il pro­getto di collocare la Facoltà giuridica a Ro­vereto. Progetto che parve agli italiani del­l’Austria un’irrisione, e che nel fatto era un’abile mossa del governo per dividere trentini da triestini e suscitar fra gli uni e gli altri il germe della gelosia. Sperava il governo di allettare i trentini coll’offa della facoltà giuridica in una loro città, e di far loro quindi abbandonare, per interesse re­gionale, la tattica fino allora unanimemente accettata di perseguire soltanto lo scopo del­l’Università completa a Trieste.
Ma il patriottismo trentino fu superiore a queste blandizie governative, comprese il fine recondito di chi gliele prodigava, e riaffermò la costanza nel suo programma: o Trieste o nulla.
Seguirono così mesi ed anni, durante i qua­li il problema universitario non fece un pas­so innanzi: trascinato svogliatamente fra go­verno e commissioni che non volevano tro­varne la soluzione: inutilmente riproposto con tenacia ammirabile dagli studenti che non stancavansi di chiedere ciò che essi stes­si sapevano essere impossibile ottenere.
Finalmente, parve ai giovani che la loro pazienza avesse raggiunto il limite massimo e che le vie ufficiali e burocratiche fossero state troppo inutilmente battute. E decisero di ripetere la loro domanda in un modo e in un luogo che meglio s’imponessero all’at­tenzione del pubblico. Decisero cioè (era il novembre del 1908) di radunarsi entro l’U­niversità di Vienna per chiedere che fosse loro concessa l’Università italiana, alla quale avevan diritto.
Che cosa accadde a Vienna tutti sanno. Si ripeterono, peggiorate, le scene Vandaliche di Innsbruck. I 200 studenti italiani furo­no accolti a bastonate da 2000 studenti te­deschi e slavi. Non solo: ma fu per la pri­ma volta violato il diritto d’asilo dell’Uni­versità della capitale austriaca, poiché alla richiesta degli studenti tedeschi — (cui non bastava d’essere duemila contro duecento) — cinquanta gendarmi entrarono nel cortile del­l’Università con le sciabole sguainate e per­cossero ferirono arrestarono quanti studenti italiani trovarono sul loro cammino.
L’eco di questi fatti fu immensa nel re­gno — come quattro anni prima per i tu­multi di Innsbruck — ma come allora fu vana. E spenta la vampata di sdegno, noi dimenticammo.
I prudenti, che sono molti, ci ammonivano a tacere; e gli ingenui, che sono troppi, ci garantivano che l’Austria, ammaestrata da tanti esempi, avrebbe finalmente capito che era non solo suo dovere, ma suo interesse accordare l’Università italiana.
Anzi, ci fu persino un ministro italiano che dichiarò avergli il governo austriaco for­malmente promesso l’Università italiana a Trieste.
E gli ingenui attesero la realizzazione di questa promessa.
Non era una promessa: era una commedia.
Il primo atto di questa commedia fu re­citato nell’inverno 1909. Il ministero austria­co presentò allora al Parlamento un pro­getto di legge che istituiva a Vienna la fa­coltà giuridica italiana.
Tale progetto era, come e più di quello di Rovereto, un’irrisione, non solo perché Vien­na, anziché Trieste, era la sede di quell’a­borto di Università, ma anche perchè tale Università che doveva essere veramente ed unicamente italiana, risultava viceversa nei fatti bilingue, poiché il progetto ammetteva ed autorizzava corsi e lezioni in lingua te­desca, e soprattutto perchè faceva obbligo agli studenti «di conoscere perfettamente la lingua tedesca e di dimostrare la capacità di servirsene». Obbligo, codesto, che da un lato snaturava il carattere dell’istituzione, e dall’altro lato apertamente violava i diritti di nazionalità, poiché, invece di rispettare la lingua italiana, metteva per condizione al conferimento delle lauree…. gesuiticamente dette italiane, la conoscenza perfetta della lingua tedesca.
Non era dunque un diritto che si rico­nosceva: non era nemmeno una concessione che si faceva: era un ricatto che veniva pro­posto all’approvazione del Parlamento. Il progetto infatti aveva questo unico signifi­cato: Noi daremo la laurea a quegli stu­denti italiani che dimostreranno di conoscere perfettamente la lingua tedesca. Era quindi un progetto che, sotto un’apparenza legittima, nascondeva una violazione della costituzione: era un progetto che mentre sembrava rispet­tare l’italianità dei nostri fratelli, in realtà la imbastardiva.
Occorre dire che questo progetto restò let­tera morta, come era forse intenzione di co­loro stessi che l’avevano presentato?
Il secondo atto della commedia fu recitato nella primavera del 1910.
Il barone Bienerth, presidente dei ministri, tutti i partiti tedeschi e anche gli altri par­titi della maggioranza ministeriale sapevano che per l’approvazione del bilancio, ossia per non restare in minoranza avevano bisogno dei voti della deputazione italiana. E allo scopo di rendersi favorevole questa depu­tazione pensarono che fosse necessario ri­petere ancora una volta le solite promesse, e riconoscere che gli italiani avevano non solo diritto ad ottenere la reintegrazione del­la loro facoltà giuridica da sei anni sop­pressa, ma avevano anche diritto di ottenerla a Trieste.
Questo riconoscimento venne fatto ampia­mente, serenamente, cordialmente, da tutta la stampa austriaca, con una contempora­neità e una unanimità…. che avrebbero in­sospettito i furbi.
Ma i deputati italiani abboccarono all’amo e si tennero quasi sicuri di arrivare questa volta finalmente a una soluzione.
Quando, a un tratto, e precisamente nel maggio 1910, il mare parlamentare e politico fino allora calmissimo cominciò ad agitarsi. A breve distanza di tempo comparve a Vien­na nell’Armee Zeifung l’articolo del contr’ammiraglio Chiari che svelava le supposte ambizioni guerresche dell’Italia, e dipingeva a tinte fosche la situazione dei rapporti fra le due nazioni alleate, e cominciarono a Trieste gli arresti politici. Il barone Bienerth dichiarava contemporaneamente ai deputati italiani di essere recisamente contrario alla sede di Trieste, e di aver pensato che la facoltà giuridica italiana poteva per alcuni anni essere istituita a Vienna.
Per chi non avesse ancora capito che si voleva escludere Trieste «per ragioni di alta politica», un articolo della Reichspost lo spiegava a chiare note.
Malgrado ciò, i deputati italiani non eb­bero il coraggio di ribellarsi: accettarono il progetto Bienerth che collocava per quattro anni a Vienna la facoltà italiana, e si mo­strarono paghi della promessa che questo «collocamento provvisorio» non avrebbe du­rato oltre il limite fissato.
I deputati non italiani lodarono l’arrende­volezza esemplare dei nostri connazionali, e il barone Bienerth ne approfittò per, farsi votare il bilancio.
Ottenuto questo scopo (che era runico!), la commedia poteva avviarsi all’ultimo atto.
E l’ultimo atto fu l’ostruzione slovena e lo staccarsi dei polacchi dalla maggioranza favorevole alla reintegrazione della Facoltà italiana.
L’Austria è uno Stato così felicemente or­dinato, che quando si è riconosciuto da tutti il diritto di una nazionalità ad ottenere un’i­stituzione civile, si impegna subito una ge­nerosa gara fra i partiti nel mettere osta­coli all’attuazione di quel diritto.
Così dopo gli sloveni, vennero i polacchi, gli amici di ieri, a combattere il progetto della Facoltà italiana. E i polacchi dissero agli ostruzionisti sloveni: — Ah, voi doman­date, per concedere alla giurisprudenza ita­liana di soggiornare a Vienna in un alber­ghetto di secondo ordine, voi domandate che vi sia dato un palazzo universitario a Lu­biana, che vi sieno aperte ampie sale in altre Università della monarchia, che sieno snazionalizzate per conto vostro alcune pro­vincie italiane a vostra scelta? Siete molto discreti, molto cavallereschi, domandate ben poco. Sentite adesso quello che domandiamo noi: noi domandiamo che il Ministero ci costruisca alcuni canali, alcuni piccoli ca­nali navigabili per l’importo complessivo di un miliardo e duecento milioni, e noi, se questo fa piacere al Ministero, noi promette­remo in compenso a quattro professori ita­liani di tener cattedra a Vienna.[2] — Di fronte a questo linguaggio (preveduto? desiderato? favorito?) il barone Bienerth pensò bene di calare precipitosamente il si­pario. Il Parlamento fu aggiornato. La com­media era finita.

***

Adesso gli ingenui — una razza che non si estingue — vanno dicendo, ,e non so se lo pensino, che, durante la chiusura del Par­lamento, il Ministero istituirà la Facoltà ita­liana con ordinanza ministeriale.
A me sembra che la lunga e dolorosa sto­ria del problema universitario degli italiani dell’Austria provi una cosa sola: che il go­verno si prende gioco della popolazione e della deputazione italiane. Non nego che le difficoltà di razza che travaglian l’impero rendano difficile al governo di fare ciò che esso riconosce idealmente giusto: ma con­stato che le promesse son sempre messe in­nanzi quando c’è bisogno dei voti degli italiani, e son sempre dimenticate quando di questi voti non c’è più bisogno immediato.
Secondo me, e lo dico con dolore, la de­putazione italiana ebbe torto di concedere ultimamente al Gabinetto Bienerth il suo voto. Ebbe torto perché l’esperienza avrebbe dovuto insegnarle di non credere alle pro­messe del Ministero, di non credere soprat­tutto alle buone parole pronunciate nell’im­minenza della votazione del bilancio.
Il 14 giugno 1910 il Ministero Bienerth fu salvato dagli italiani. Le cifre lo dimo­strano con indiscutibile evidenza. Il passag­gio alla discussione degli articoli del bilancio fu approvato con 214 voti contro 189. Se, coi voti dei diciotto membri dell’unione la­tina, il Ministero ha ottenuto una maggio­ranza di 25 voti, ciò significa che senza quei voti il Ministero sarebbe caduto. Aggiungendo infatti 18 voli ai 189 dell’opposizione, e di­minuendo di altrettanti i voti favorevoli al Governo, questo si sarebbe trovato in mi­noranza con 196 voti contro 207: vale a dire il Ministero sarebbe stato rovesciato [3] .
Ora — non per la vanagloria del bel ge­sto, ma per l’affermazione del proprio diritto, per la dignità del proprio mandato, per, la dimostrazione pratica della propria forza parlamentare — io credo che il dovere de­gli italiani era di votar contro.
Qual risultato hanno essi ottenuto colla loro rassegnazione, col loro umile atto che ob­bediva, come all’ordine di un padrone, alle parole del Bienerth?
Per restar con un pugno di mosche, tanto valeva votar contro. Questa conclusione mi sembra evidente anche per chi non senta d’istinto il desiderio di non curvar troppo la propria spina dorsale.
E forse se il Governo si trovasse di fronte una deputazione italiana meno credula e malleabile, forse se l’Austria si accorgesse una volta, coi fatti, che l’Unione latina vuole e può rovesciare un Ministero, for­se noi otterremmo, se non l’Università che chiediamo, almeno una cosa che gli avversa­ri non hanno pur troppo verso di noi: il rispetto che si deve a un nemico temibile. E noi non dovremmo, dopo le clamorose scon­fitte, veder versare sulle nostre ferite l’aceto dell’ironia, e sentirci lodare in pieno Parla­mento, come il popolo più ‘paziente d’Europa. Un altro elogio noi vorremmo per il popolo nostro!
Dopo quanto ho detto, una conclusione può parere superflua. I fatti sono per sè stessi eloquenti.
Pure voglio aggiungere un’ultima conside­razione.           ,
Se lo scopo dell’Austria fosse veramente di rinsaldare la triplice, di indebolire l’irre­dentismo, di migliorare insomma i rapporti coll’Italia, essa dovrebbe accordare l’autono­mia al Trentino e l’Università italiana a Trieste. Sarebbe questo un modo semplice per togliere a noi ogni ragione di protesta, per impedire agli italiani dell’Austria ogni manifestazione di malcontento. Noi dovremmo tacere, e riconoscere con lealtà che il Governo austriaco non potrebbe fare di più.
Ma è destino — forse un felice destino — che l’Austria non comprenda i suoi veri in­teressi o per lo meno non sappia raggiungerli con una tattica opportuna. L’Austria crede ancora che la migliore politica sia quella di opprimere i sudditi e di negare i loro di­ritti. E non sa che si possono imprigiona­re persone, distruggere Istituti, ma non si può uccidere un’idea, perchè questa anzi, più è combattuta, e più divampa radiosa nel mondo.
L’Austria è nella condizione di chi si sente dalla parte del torto: ha paura; e crede dì sfuggire al pericolo ch’essa stessa riconosce grandissimo, rifiutandosi ostinatamente a quelle concessioni che le darebbero un po’ di tregua.
Attilio Hortis diceva al Parlamento di Vien­na : — «Voi avete paura, sempre paura! Ma non sapete che la paura non vale a scon­giurare il veramente terribile!» — Ora, il veramente terribile si avvicina, più per colpa di chi lo contrasta che per me­rito di chi lo desidera. E non fu pronunciata mai parola più lucida e più profetica di quel­la di Antonio Fogazzaro che asseriva «es­sere il contegno dell’Austria recisamente av­verso a ogni concessione autonomistica e uni­versitaria, uno di quei provvidenziali errori che l’impero a noi vicino ha sempre avuto la bontà di commettere».

[1]Ecco l’elenco delle cosiddette cattedre parallele di Innsbruck, ora, come ho già detto, soppresse :
Diritto Romano – prof. Giovanni Pacchioni dal 1894.
Diritto Germanico – prof. Tullio de Sartori-Montecroce,
dal 1893.
Diritto Penale – prof. Pietro Lanza, dal 1898.
Diritto Canonico – prof. Andrea Galante, dal 1897.
Processo Civile – prof. Francesco Menestrina, dal 1901.
Economia Politica – prof. Giovanni Lorenzoni, dal 1903,

[2] Vedasi il Piccolo del 6 luglio 1910.

[3] Il solo deputato di Trieste, Giorgio Pitacco, votò contro. Sia lode a lui!

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