Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (4°parte)

Questa è — narrata colla maggiore esat­tezza che per me è stata possibile — la sto­ria delle non liete vicende che i nostri fra­telli trentini hanno subito negli ultimi tempi.
Storia strana di una stranissima lotta, co­minciata e continuata per anni con una cal­ma ed una misura che talvolta confinavano colla timidità e colla rassegnazione, e bru­scamente finita con un atto di sdegnosa ener­gie. nel quale pare i trentini abbiano voluto accumulare tutti i risentimenti legittimi a cui avevano per troppo lungo tempo imposto silenzio.
Che avverrà ora ?
Le previsioni — sempre difficili — sono difficilissime in questa questione dove i fat­tori degli avvenimenti sono molti e per loro natura mutevoli e infidi. Una sola cosa è ben certa: che il Trentino, per bocca de­gli uomini che meglio lo rappresentano, de­plora adesso il rifiuto del luglio 1902. Lo deplorano concordi i clericali, i liberali ed i socialisti.
L’autorevole capo dei clericali nazionali, il deputato Conci, da me espressamente in­terrogato, mi rispondeva: «Il postulato rela­tivo a Fassa era certo affatto infondato da parte dei tedeschi, e solo un’emanazione di quello spirito di prepotenza che è caratteristico della loro schiatta; ma pure fu, a mio modo di vedere, un errore il non adattarsi, per conseguire delle importanti concessioni autonomistiche, ad una condizione che non poteva avere che un carattere provvisorio e non involveva alcuna rinunzia al patrimonio nazionale».
È doveroso il notare a questo proposito che il partito clericale fu l’unico il quale si mantenne sempre fedele e compatto (ad ecce­zione del clero di Fassa) nell’idea di accet­tare il progetto. Forse, oltre che per intimo convincimento e per acuta visione dell’op­portunità politica, questo partito era favore­vole all’accettazione anche per finire una buona volta quella lotta per l’autonomia che lo metteva spesso in una posizione difficile tra il sentimento di italianità cui non vo­leva venir meno, e i principii del clericalismo che nel Trentino sono non solo tempo­ralisti, ma anche austriacanti.
Il clero di Fassa, che si staccò dagli altri clericali, rappresenta un fenomeno di scis­sione politica di cui altra volta si videro esempi nel grembo della Chiesa. Quei sacer­doti montanari riproducono oggi — sia pure a grande distanza intellettuale e morale — i tipi di quei preti patriotti che non erano rari all’epoca del nostro risorgimento, e di cui alcuni seppero anche salire il patibolo. Il decano di Fassa, il curato di Soraga e molti altri sacerdoti dei piccoli comuni fassani sono anzitutto e sopra tutto italiani, e non ascoltano nè promesse, nè consigli, nè minacce che vengon dall’alto, pur di difen­dere l’italianità della loro bellissima valle, posta al confine ultimo fra il Trentino e il Tirolo. Furono questi preti che nel luglio 1902, recatisi al comizio di Predazzo, pro­testarono per i primi contro il progetto del­l’autonomia, e da essi partì la scintilla che infiammò tutto il paese. Ebbero torto, — dicono oggi i savi di tutti i partiti ; ma il loro errore, dovuto a un sentimento così bello e così poco frequente nei preti, ci deve ispi­rare ad ogni modo simpatia ed ammirazione.
Quanto al partito liberale, ho già detto che i suoi capi, favorevoli prima all’accettazione, si convertirono al rifiuto dietro l’impulso po­polare (uno solo, il deputato Bertolini, ebbe il coraggio di sostenere la sua opinione a viso aperto anche durante i comizi) e ades­so confessano di essersi lasciati trascinare dalla folla, e di aver perduto una bat­taglia per la soddisfazione platonica di affermare troppo altamente un’idea. Non so­lo, ma alcuni tra essi, come l’onorevole Tambosi, e il dottor Riccabona, l’antico leader dei liberali conservatori, sostengono che i deputati dietali avrebbero dovuto, anziché rivolgersi al popolo, prima di decidersi, as­sumersi da soli la responsabilità della de­cisione. Sarebbe staio questo un atto di sa­via politica e di legittima furberia, poiché — anche se i deputati avessero accettalo il progetto — non avrebbero impegnato il pae­se, il quale poteva benissimo sconfessare i suoi rappresentanti. Le proteste dell’opinione pubblica — venute dopo, anziché prima — sarebbero state definite come semplici dimostrazioni popolari, e ufficialmente sareb­be rimasto il fatto positivo dell’accettazione. Si avrebbero avuti cioè tutti i vantaggi e nes­suno dei danni, originati dai comizi; e la questione avrebbe lasciata aperta una facile via d’uscita, anziché apparire come ora chiu­sa per molto tempo. [1]
Quanto al partito socialista — se prima dei comizi era diviso prò e contro l’accet­tazione — oggi si può dire concorde an­ch’esso nel deplorare quel che è avvenuto. Il dottor Piscel, che ne è insieme al dottor Bat­tisti uno dei capi più intelligenti e operosi, mi scriveva: «Il no dei Trentini mi fa l’ef­fetto medesimo che mi avrebbero fatto i Lombardi all’indomani di Villafranca se, in­vece di accontentarsi di protestare contro la permanenza dei fratelli veneti sotto il do­minio austriaco, avessero dichiarato che piut­tosto di separarsi da essi preferivano con­tinuare in una comune schiavitù. Del resto, se non ci lasciamo inebriare dalle parole, bisogna riconoscere lealmente che l’italianità di Fassa non era affatto tradita in quel pro­getto; era anzi garantita nella dichiarata per­manenza del nesso tribunalizio con Trento, e capitanale con Cavalese; era favorita soprattutto dalla facilità di allacciare economicamente Fassa al Trentino colle tramvie elettriche, e dalla forza di attrazione che avrebbe immancabilmente esercitato sulla valle lontana un Trentino autonomo e più prospero del presente ; era difesa inoltre dal­la presenza degli italiani nella Giunta e nel Consiglio scolastico provinciale e dall’unione con gli altri Ladini (Gardèna e Ampezzo) sotto l’amministrazione comune. Alla fine dei conti i Fassani sarebbero rimasti in uno statu quo, anzi con un notevole miglioramento in senso italiano».
Non v’ha dubbio, dunque, che i trentini d’ogni partito sarebbero oggi disposti a ri­prender le trattative con animo proclive a trovarvi una soluzione.
Ma saranno dello stesso parere i tede­schi?
Ormai il momento opportuno è sfuggito, e non è probabile che ritorni tanto presto. I tirolesi non cercavan di meglio che un pretesto per rinnovare le loro agitazioni anti-autonomistiche : i trentini col loro rifiuto hanno offerto questo pretesto, e la borghe­sia austriaca è stata ben lieta di coglierlo, invasa com’è da un vero furor teutonico, da una specie di manìa pangermanista, rea­zione fatale (e in parte scusabile o almeno spiegabile) contro gli innegabili progressi della preponderanza slava nell’Austria. A questa borghesia esaltata, l’autonomia del Trentino appare come la vittoria d’un ele­mento straniero, come l’abdicazione al predominio avuto in tutto lo scorso secolo dai tedeschi sul Tirolo. «Nel Tirolo, ¡e specie a Merano e a Bolzano — scriveva il dot­tor Pisce! — queste velleità nazionaliste tro­vano un terreno meravigliosamente adatto per prosperare, rivestendo di un manto re­torico e patriottico l’interesse egoista e botte­gaio di alcuni celebrati luoghi di cura, i quali vedono un pericolo e un danno nella formazione di un Trentino autonomo, che convergerebbe a Trento con la rete tramvia­ria, non solo il mercato delle valli di Fiemme e di Fassa e dell’alta valle di Non, ma anche l’industria dei forestieri».
E se sono contrari all’autonomia i tiro­lesi, vi sarà favorevole il Governo?
Pareva ch’egli lo fosse: lo era forse real­mente ; ma non lo avrà mal disposto il ri­fiuto dei trentini? Non lo avranno — in­direttamente — determinato a una politica più avversa all’elemento italiano i recenti tu­multi di Innsbruck? Il torto, in questi tu­multi, era tutto degli studenti tedeschi provo­catori e sopraffattori : ma che importa il torto o la ragione in politica e — sopra tutto — in politica austriaca?
A queste circostanze che intralciano e turbano la questione dell’autonomia, bisogna ag­giungere la difficoltà cronica dell’Austria per la risoluzione di tutti i problemi di razza e di nazionalità. Quel mosaico che è l’Impero austriaco non può cedere di fronte ad uno dei popoli che lo compongono, senza trovarsi necessariamente costretto a cedere di fronte ad altri. Dopo gli italiani del Trentino pos­sono parlar alto gli sloveni di Stiria, i ru­teni e i polacchi di Galizia, e gli innumere­voli altri popoli vittime più o meno ribelli di maggioranze sopraffattrici.
L’onorevole Malfatti, che è il più acuto os­servatore e il più profondo conoscitore di quell’olla podrida che è l’Impero di France­sco Giuseppe e di quella piazza di negozianti che è il Parlamento austriaco [2], mi riferiva il colloquio avuto da lui un giorno col ministro Taaffe. «Se non esistesse che la vostra que­stione — gli diceva il Taaife — io non avrei alcuna difficoltà a risolverla in senso favore­vole, ma accontentati voi, bisognerà acconten­tar tutti gli altri. Non c’è nulla di più peri­coloso della logica. Voi sapete i danni che portò a noi il principio di nazionalità in politica estera : potete immaginarvi le difficoltà maggiori che porterebbe in politica interna: noi creeremmo troppi centri i quali penti­rebbero che la loro calamita è fuori dello Stato.»
Queste parole, che hanno tutta la sapienza diplomatica di un Mettermeli, costituiscono anche ora il vangelo dell’Austria? Il mini­stro Kòrber è dell’identico parere del mini­stro Taaffe? 0 gli eventi sono tanto mutati, o è sperabile almeno che tanto si mutino, da costringere i ministri attuali o i futuri, se non a pensare, almeno ad agire diversa­mente?
Ecco l’incognita che noi certo non abbia­mo la pretesa di risolvere.
Noi ci limitiamo a constatare che il pro­blema dell’autonomia, come ora è posto, è un problema essenzialmente economico, e che quindi la sua soluzione non può di­pendere che dal risorgimento economico del Trentino. Questo paese oggi è, sotto molti aspetti, povero e debole. La sua popolazione, che dal 1810 al 1847 aumentò di oltre 90 000 abitanti, non crebbe dal 1847 al 1890 che di soli 31 000. L’emigrazione è fortissima, poiché la mancanza di pane e di lavoro caccia i figli in esilio. Le sovrimposte comu­nali che nella maggioranza dei comuni tren­tini superano il 300 per cento, toccano in alcuni di essi le cifre favolose del 700, dell’800, del 1000, perfino del 1200 per cento. E ciò perché, non ottenendo mai nulla dalla Provincia, i Comuni sono costretti a prov­vedere a tutti i bisogni da sè. Non parlia­mo poi della pellagra che miete un numero straordinario di vittime (il 25 per cento dei pazzi ricoverati al manicomio provinciale di Pergine son pellagrosi! e che in alcuni Co­muni arriva a cifre inverosimili: in Folgaria su 3500 abitanti si hanno 500 pellagrosi, e a Terragnolo su 2500 abitanti circa, se ne hanno 650! [3]).
Questa miseria è dovuta in gran parte al predominio tirolese che con una amministra­zione ingiusta o incurante ha compresso o annientato le ricchezze materiali e le energie morali e intellettuali che il paese innegabilmente possiede. Il Trentino sa e sente questa ingiustizia, vuole scuotersi dal collo il giogo e, rifiorendo, mostrarsi qual è.
E la prima necessità per rifiorire con­siste in una rete di tramvie elettriche che al­laccino a Trento le ricche e magnifiche valli di Non, di Fiemme e di Fassa. Costrutte que­ste tramvie, il risorgimento del Trentino è assicurato, e con esso si può dire anche ri­solto il problema del’autonomia. Infatti è appunto intorno ai vari progetti di queste tramvie che raccordo non è mai avvenuto fra trentini e tirolesi, volendo questi una linea che faccia capo, anziché a Trento, a Bolza­no. Dice benissimo il dottor Battisti che la linea tramviaria ideata dai Tirolesi farebbe destinata a far la funzione d’una pompa as­sorbente la quale, attraverso valichi alpini, dovrebbe portare artificialmente al nord il commercio di valli che hanno per legge di natura il loro sbocco al sud. È stato questo dissidio riguardo alle tramvie la causa latente del naufragio di tutti gli ultimi progetti per l’autonomia. I tirolesi da una parte e i trentini dall’altra capivano bene che ogni concessione d’indipendenza amministrativa era relativamente poco importante in con­fronto alla questione più vitale delle tramvie. E poiché su questa questione mai aveva potuto avvenire una intesa, anche le altre questioni politiche ed amministrative, in ap­parenza maggiori, non riuscivano mai ad es­sere definite.
Ora dunque ciò che importa è che il Tren­tino abbia tanta energia da trovare i capi­tali occorrenti per l’impresa tramviaria ch’esso vagheggia. Dimostrato una volta ai tiro­lesi che i trentini possono e sanno fare da sè, e che la linea che fa capo a Trento si costruisce ad ogni modo, i nostri nemici di Bolzano e di Innsbruck ricacceranno nel nul­la il progetto della loro linea, poiché questa, che potrebbe prosperare se fosse Tunica, non potrebbe assolutamente reggere alla concor­renza della nostra[4]).
Per fortuna, lo slancio con cui il Tren­tino ha risposto in brevissimo spazio di tempo alla sottoscrizione per la tram via di Fiemme, ci dà speranza che la vittoria gli arri­derà. E quando la linea sarà in costruzione e ormai i tirolesi non potranno che rasse­gnarsi al fatto compiuto, sarà tolta al pro­blema dell’autonomia la ragione più forte che gli impediva di esser risolto. La formula le­gislativa colla quale si riconoscerà una certa indipendenza al Trentino dovrà per forza seguire alle condizioni di fatto le quali dimostreranno che quella indipendenza, nel cam­po economico, il Trentino ha saputo con­quistarla da sè.
È il destino delle leggi di riconoscere uffi­cialmente le battaglie che i popoli hanno sa­puto vincere nella vita.

***


Alla fine di questo studio in cui ho cer­cato di rispecchiare obbiettivamente le con­dizioni materiali e, se posso dir così, lo stato d’anima dei nostri fratelli, prevedo che qual­che mistico patriota, ancor perduto nel so­gno d’altri tempi, rimprovererà ai trentini di lottare soltanto per interessi troppo pratici e di rinchiudere entro gli stretti e prosaici confini di una questione economica un idea­le che dovrebbe essere più Alto, più disin­teressato, più puro.
Forse chi muoverà questo rimprovero non conoscerà nè il Trentino nè i trentini. Avrà preferito ogni estate di andare in Svizzera anziché nelle nostre valli superbe che hanno tesori di bellezza e di poesia pur troppo igno­rati dagli italiani del regno, e non si sarà mai curato di apprendere quel che i tren­tini hanno sofferto e soffrono, modestamente ma virilmente, per volersi mantenere italiani.
Ma anche il rimprovero venisse da persone più degne le quali non si limitano a fare l’eroe o il martire a parole, è facile rispon­dere loro che oggi tutte le idee e tutti i par­titi, e quindi anche il partito nazionale Tren­tino, hanno il loro programma minimo pel quale lottano più vivacemente e più aper­tamente, programma minimo che non esclu­de la fede nella realizzazione del programma massimo.
E mi pare di non poter meglio esprimere questo mio concetto se non riportando le parole di un amico trentino, parole saggie in cui vibra, insieme al legittimo pensiero di vantaggi immediati, il nostalgico desiderio di un avvenire migliore: « Noi — mi di­ceva quell’amico — siamo nelle identiche condizioni di Robinson Crosué: come lui, ab­bandonati sopra un’isola, non perdiamo la speranza di ritrovare un giorno la patria, ma intanto dobbiamo pur cercare di farci meli dura la vita fin che il destino ci ob­bliga a star dove siamo».

Dicembre 1902.

II

Con dolore devo constatare che a queste pagine scritte quasi otto anni or sono, poco è da aggiungere e nulla da mutare. La lotta per l’autonomia del Trentino non ha fatto un passo da allora. La tramvia elettrica di Fiemme è ancora da costruire[5]). Economi­camente e politicamente il Trentino è rica­duto in letargo, e solo lo scuote di tanto in tanto dal suo torpore qualche processo po­litico. Un’ombra di sfiducia di scoraggiamen­to di indifferenza pare sia ridiscesa a un tratto sul paese che era, prima, vivo alacre ardente nella difesa dei suoi diritti.
Perchè?
I perchè sono molti, ma forse si possono riassumere tutti e spiegare col risultato delle ultime elezioni politiche di tre anni fa.
Le elezioni generali austriache del 14 mag­gio 1907 rappresentarono uno spettacolo nuo­vo e interessante. Esse furono sul teatro po­litico la première del suffragio universale.
La riforma ardita della legge elettorale, vo­luta dal Governo di Vienna e approvata più in alto, sembrava ispirarsi a quei criterii di democrazia larga e tollerante, che fino ad ora erano stati negati e combattuti dallo Sta­to austriaco, il quale si sforzava di conti­nuare, come i tempi lo consentivano, l’antico indirizzo aristocratico-conservatore del prin­cipe di Metternich.
In realtà, quella riforma non era che una mossa abile e furba con cui il Governo ten­tava — e pur troppo riuscì — di sgominare i suoi nemici maggiori, vale a dire i partiti nazionali radicali.
Se noi allarghiamo il diritto di voto — pensavano le volpi della Hofburg e del Reichstag — noi vedremo aumentata un poco la falange rossa dei socialisti per opera degli operai delle città, ma noi vedremo anche aumentata, e di molto, la falange nera dei clericali per opera dei contadini delle cam­pagne, e noi vedremo soprattutto diminuita, schiacciata, ridotta ad una quantità trascu­rabile la falange dei nazionalisti, di questo perfido partito borghese che ha ancora la malinconia di credere ai diritti di razza e di lingua, che ha l’audacia di rinfacciarci la sua storia per pretendere di essere rispet­tato, e che turba la sapiente serenità del no­stro Governo paterno con le ridicole doman­de di autonomia e di Università nazionale!
Le volpi non si sono ingannate nelle loro previsioni.
Il Parlamento austriaco, quale uscì dalle elezioni generali del 1907, può dirsi non ab­bia, tra gli incerti colori delle sue incerte na­zionalità, che due tinte vive : il rosso e il nero, e due soli partiti nettamente delineati e vitali: il socialista e il clericale. La scon­fitta degli altri partiti fu grave in quasi tutto l’impero: fu gravissima a Trento e a Trieste.
Bisogna avere il coraggio di dire la ve­rità, quando non si è avuta la gloria di vin­cere. Il Trentino vide tutti i suoi collegi rurali passare in mano dei clericali: a Trento fu eletto un socialista: Rovereto sola salvò l’onore del partito liberale nazionale eleggen­do il barone Malfatti. Su Trieste passò con inaspettata violenza l’onda socialista e som­merse le figure più alte e più degne che simbolizzavano colà il pensiero e l’ideale italiano, prima fra queste, per la tenacia e la resistenza, l’onorevole Ziliotto, il pode­stà dell’eroica Zara[6].
Ed è ovvio intendere come dinanzi a così grave sconfitta, poco o nulla potessero più fare i rari deputati superstiti del partito na­zionale, affogati com’erano tra socialisti e cle­ricali, che — per scopi e per vie diverse, ma con egual risultato — tenevano in poco con­to o disprezzavano addirittura le idealità na­zionali. Ed è ovvio altresì il comprendere come il paese, non più diretto come una volta, non più incitato cioè continuare le antiche battaglie, si adagiasse in quella mor­te politica che è la rassegnazione.

***

Ma i risultati delle elezioni del 1907, se furono come cloroformio all’attività nazionale del Trentino, ebbero anche, pur troppo, fuori dal paese irredento una dolorosa ripercus­sione. 
Che cosa dovevano, che cosa potevano pen­sare, di fronte a quell’eloquente linguaggio delle cifre, gli italiani d’Italia?
Forse che il patriottismo è moribondo e ch’e gli italiani soggetti all’Austria si erano ormai adattati non solo a non sperar più nulla dalla grande patria (la quale, del re­sto, li dimentica e li trascura), ma si erano anche adattati a spegnere e a confondere la loro nazionalità nel crogiuolo di altre razze più invadenti e più forti?
Io non lo credo.
Vi sono in politica delle sconfitte che non deprimono, ma infondono anzi nuova e mi­gliore energia per le lotte future. Basta avere la lealtà di riconoscere che la vittoria degli avversari è dovuta più ai nostri difetti e alle nostre colpe, che ai meriti loro.
Il partito nazionale liberale — parlo spe­cialmente di ciò che riguarda il Trentino — ha avuto il torto, da alcuni anni, di non se­guire il movimento economico del paese, di non animare, se posso dir così, la sua pro­paganda politica con la visione lucida degli interessi materiali della popolazione. Non si vive di solo pane; ma non si può nemmeno pretendere che si viva soltanto di ideali e di speranze. E mentre il partito liberale o si teneva lontano o si interessava poco a quelle piccole questioni di benessere che sono i rigagnoli con cui si forma il gran fiume del consenso popolare, il partito clericale invece sfruttava con l’abilità che gli è propria tutti i bisogni, tutti i desideri delle popolazio­ni, e, aiutato dal prete, si formava una base granitica di aderenze e di simpatie. I liberali avevano alcune Associazioni floride di contributi borghesi: e nelle assemblee, nei con­gressi, sentendo intorno a sè salire alto e en­tusiastico l’applauso dei consenzienti, si illudevano di avere in pugno l’anima del popolo, mentre essi non avevano che la simpatia delle classi ricche ed elevate.
Il popolo era altrove perché essi non an­davano a lui. Il popolo era coi preti, nei vil­laggi distesi lungo l’Adige o appollaiati in cima alle Alpi: il popolo era coi socialisti, nelle città o nelle borgate, ove. batteva col cupo rumor delle macchine il ritmo della vita moderna.
Il medico-condotto e il maestro di scuola — queste due professioni che possono nei piccoli comuni validamente contrastare l’in­fluenza del prete — non furono adoperati, come si avrebbe potuto, dal partito liberale.
Rarissimo, per non dire ignoto, era il caso di deputati liberali che si tenessero in diretta continua comunicazione coi loro elet­tori ; solo nelle grandi occasioni si facevano vivi; solo nell’imminenza delle elezioni, misurando il pericolo che correvano, intensifi­carono la loro propaganda. Ma era troppo tardi. Il tempo non rispetta ciò che si fa senza di lui, e non rispettò un lavoro elet­torale che aveva la vita di pochi mesi.
Ecco quali sono, secondo me, le cause del­la sconfitta del partito liberale nel Trentino, ed ecco perchè la questione ¡dell’autonomia dorme e dormirà temo per molto tempo son­ni tranquilli.
Tutto ciò è triste, ma non è senza rimedio. Se gli italiani dell’Austria hanno ora po­chissime voci che degnamente li interpretino e ne difendano i diritti al Parlamento dell’im­pero, se i deputati socialisti adriatici e tren­tini legano la loro volontà al carro trion­fante del socialismo tedesco, e se i deputati clericali son ligi a quella politica anti-ita­liana che domina a Vienna nelle alte sfere, — giorno verrà che gli italiani dell’Austria s’accorgeranno quali frutti «di cenere e to­sco» dia  la situazione presente, mediteranno sui proprii errori e — riparandoli — potran­no presentarsi alle nuove battaglie con la certezza della vittoria che il pentimento e il raccoglimento avran maturato.

Luglio 1910.

[1] Contro questo apprezzamento, una delle personalità po­litiche più autorevoli del Trentino mi scriveva: — “I depu­tati ritennero cosa non soltanto opportuna ma doverosa di interrogare i loro elettori prima di decidersi, poiché in un pubblico programma, subito dopo la loro elezione, avevano dichiarato in forma esplicita e categorica che non avrebbero accettato alcuna modificazione a quel progetto di autonomia (del resto assai limitato) i cui capi-saldi erano noti al paese. Ora, poiché il nuovo progetto Schwarzenau aveva trascurato questi capi-saldi, essi si trovavano nella dolorosa alternativa o di accettarlo qitcìnd-méme (e in tal caso mancavano alla parola data agli elettori) o di respingerlo (e in tal caso re­cavano danno agli interessi materiali del paese, pel quale il progetto sarebbe riuscito nel complesso di indiscutibile uti­lità). Dinanzi a questo dilemma, i deputati pensarono che fosse parlamentarmente corretto appellarsi al paese”.

[2] La definizione non è mia, ma di un ministro austriaco.

[3] Vedi per queste cifre ed altre altrettanto eloquenti il già citato opuscolo del dottor Battisti.

[4] Chi conosce il Trentino intende facilmente come la linea Bolzano-Egna-Cavalese (voluta dai tirolesi) non avrebbe più ragione d’essere dopo la costruzione della linea Trento-Lavis- Cavalese. Sarebbe invece logico che la linea Trento-Lavis- Cavalese venisse prolungata per Vigo di Fassa e Costalunga fino a Bolzano. Ed in questa idea convengono ormai il Go­verno e gli uomini politici trentini poiché, mentre resterebbe alla città di Trento il monopolio commerciale dell’alta valle dell’Avisio, la città di Bolzano troverebbe un compenso nel grande movimento di forestieri che sarebbe promosso da una ferrovia meravigliosamente interessante come quella appunto che va da Vigo a Bolzano attraverso la regione dolomitica.

[5] Fu inaugurata però l’anno scorso la tramvia elettrica della valle di Non.

[6] A Trieste, nell’elezione suppletoria del novembre 1909, un altro seggio fu per fortuna conquistato al partito libe­rale dall’on. Giorgio Pitacco, che vinse con fortissima mag­gioranza i suoi competitori, slavi, socialisti e…. austriaci.

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