Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (3°parte)

La lotta per l’autonomia nel Trentino

Una delle osservazioni più comuni di psi­cologia individuale è che noi, quotidianamen­te, vediamo senza guardare, udiamo senza ascoltare, infinite cose e persone che avven­gono o si muovono intorno a noi, perdendo così l’occasione di informarci su quanto ci interessa più da vicino, e riserbando a torto le nostre facoltà di attenzione per fatti ec­cezionali e sopra tutto stranieri e lontani.
Si direbbe che il cervello esercita sull’am­biente che lo circonda una funzione analoga a quella dell’occhio sul paesaggio che gli si stende dinanzi. Come l’occhio, più che dagli oggetti vicini e dalle linee normali, è attratto talvolta dalle singolarità dei profili lontani, così il cervello, più che da quanto accade ogni giorno intorno a lui, è attratto talvolta da avvenimenti estranei e sporadici. Questo fenomeno di psicologia individuale, si riflette in psicologia collettiva. Anche i popoli, al pari degli individui, sprecano spesso le loro energie in problemi che dovrebbero interes­sarli soltanto indirettamente; e viceversa non si appassionano o non si curano nemmeno di quelli che per essi sono di vitale impor­tanza.
Il popolo italiano, per esempio, ha un con­tegno di scettica indifferenza di fronte alla lotta che gli italiani soggetti all’Austria so­stengono per difendere la loro nazionalità e i loro diritti ; e lascia che questa lotta si svolga senza accompagnarla con queirintenso interesse e con quella fervida simpatia che essa meriterebbe. Forse questo scetticismo e questa indifferenza dipendono anche dal tramonto dell’ideale nazionale. Quest’ideale sembrava una volta il più alto e il più va­sto di tutti: ora è stato sostituito o assorbito da un altro, che non conosce diversità di lingue nè frontiere naturali. L’irredentismo è scomparso nel socialismo, come il pesce pic­colo nella bocca del pesce grosso. E poiché il popolo ha visto illanguidirsi a poco a poco la fiamma dell’irredentismo, il Governo dal canto suo ha creduto di poterne a poco a poco abbandonare il pensiero. La politica oggi ha messo agli archivi quella questione che per tanto tempo l’aveva occupata e pre­occupata.
Noi constatiamo il fatto, senza commen­tarlo. L’unico commento che ci permettiamo di fare è che gli italiani del regno — poco edotti, purtroppo, nella loro maggioranza, di ciò che avviene al di là del confine — non distinguono, o mal distinguono l’irredentismo ¡politico d’una volta dall’agitazione legale odierna che gli italiani dell’Austria manten­gono in difesa della loro nazionalità e per la salvaguardia dei loro diritti amministrativi ed economici.
Presso di noi l’opinione pubblica quando sente nominare Trento e Trieste ha ancora la visione delle speranze nutrite nel 1866, — speranze deluse dall’eroico obbedisco di Ga­ribaldi — e crede che tutta quanta l’attività di quelle Provincie si riassuma ancora nel perseguire quella visione e nel cullarsi in quelle speranze. Ora, poiché l’opinione pub­blica pensa che questo sia un sogno — chi sa quando realizzabile ! — lo accompagna bensì con la deferenza dovuta alle nobili idee, ma anche con la sfiducia dello scettico per gli entusiasmi degli ottimisti.
Bisogna invece dir alto e forte e porre bene in chiaro, alio scopo di evitare equivoci pe­ricolosi, che la lotta per l’autonomia quale si agita oggi nel Trentino ha tutte le forme della legalità e non può turbare in alcun modo la politica estera.
Quali siano i sentimenti dei trentini è noto ed è quindi perfettamente inutile dire. Ciò che è men noto, ed è quindi necessario di proclamare, si è appunto che i trentini com­battono oggi apertamente per un ideale che non urta contro alcun articolo della costi­tuzione della monarchia austriaca, e chiedo­no soltanto il rispetto della loro naziona­lità, che la stessa costituzione sancisce, e il diritto di amministrarsi da sè, invece che essere costretti a sopportare le sopraffazioni della maggioranza tirolese.
Ecco dunque che cosa è la lotta per l’auto­nomia : una lotta legale, che ha per sostrato questi due sentimenti legittimi: il desiderio di reagire contro il pangermanismo invaden­te, il quale vorrebbe imbastardire paesi stori­camente italiani; e il desiderio di migliorare le proprie condizioni economiche, ,che la Dieta di Innsbruck ad arte trascura per fa­vorire il Tirolo.

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Se si dovessero scolpire con un’immagine viva le condizioni politico-amministrative del Trentino, non si potrebbe trovar paragone più appropriato di quello che raffigurasse la bella Provincia come una persona legala ad un’altra di cui deve servilmente seguire il volere e subir l’egoismo. Il Trentino infatti, unito amministrativamente al Tirolo, è schia­vo di questo, nel senso che alla Dieta d’Innsbruck i deputati tirolesi sono in maggioranza e possono ciò che vogliono. E il guaio è che vogliono molto per sè e poco si degnano di dare ai trentini; non solo, ma alla prepoten­za materiale aggiungon talvolta l’offesa mo­rale, stampando su per i loro giornali che i trentini «s’illudono di essere italiani», e cer­cando di imporre in tutti i modi la lingua tedesca a chi ha sempre parlato la lingua di Dante.
È quindi, oltre l’ingiustizia del predominio, anche il modo con cui questo predominio viene esercitato, che offende i trentini.
E le ingiustizie palesi, aritmeticamente pro­vate, sono moltissime.
Alla Dieta d’Innsbruck trentini e tirolesi non sono rappresentati proporzionalmente. Nel 1816 si contavano 7 seggi dati ai tren­tini contro 45 dati ai tirolesi. Nel 1848 si riparò in parte allo scandalo e i seggi accor­dati ai trentini salirono a 20 contro 52 accor­dati ai tedeschi. E si noti che allora la po­polazione del Trentino era di 320 mila abi­tanti e quella del Tirolo di circa 400 mila. Finalmente, dal 1861, vige una riforma elet­torale che accorda ai trentini un deputato ogni 10 808 abitanti di borgate e città, e uno ogni 28 969 abitanti di Comuni rurali, men­tre il Tirolo ha un deputato ogni 9174 abi­tanti di città e uno ogni 17 049 abitanti di Co­muni rurali. Come si vede, i tedeschi credono che dal punto di vista della rappresentanza politica, l’aritmetica sia…. un’opinione.
Constatata questa diversità di trattamento riguardo al numero dei deputati, vediamo in qual modo la Dieta d’Innsbruck ha sempre speso i denari che per legge erano soggetti alla sua amministrazione.
Le entrate della Provincia ¡sono costituite nella quasi loro totalità da tre cespiti principali; il dazio sul grano, l’imposta sugli spi­riti e le sovrimposte provinciali. Questi due ultimi cespiti sono pagati dai trentini nella proporzione del 23 per cento contro il 77 per cento pagato dai tirolesi: il dazio sul grano è pagato presso a poco in parti eguali.
Sarebbe giusto che in queste proporzioni il danaro versato fosse restituito.
Invece, ecco che cosa accade.
Il dazio sul grano esiste come dazio pro­vinciale nel Tirolo dal 1824 e doveva avere lo scopo di raccogliere un « fondo di approv­vigionamento » per provvedere il paese di grano nei tempi di carestia. Ora, questa ipo­tesi non essendosi per fortuna mai verifi­cata, il fondo capitalizzato crebbe continuamente e crebbe tanto, che si decise di spen­derlo, in parte, per scopi diversi da quelli cui era destinato. E si spesero così: 250000 fiorini a favore dell’esercito, una grossa som­ma per l’istituto dei discoli di Schwaz (cui i trentini partecipano soltanto nella propor­zione del 20 per cento), un milione e mezzo di fiorini in costruzioni di strade (la mag­gior parte, s’intende, nel Tirolo), 6 800 000 fiorini per tacitare molti diritti feudali a fa­vore dei nobili; e di questi 6 800 000 fiorini, toccarono al Trentino soltanto 2 milioni, e invece 4 800 000 fiorini al Tirolo!
La lista potrebbe essere continuata, ma è inutile annoiare il lettore con troppe cifre. L’equanimità della Dieta d’Innsbruck per ciò che concerne la distribuzione del fondo del dazio sul grano (cui contribuiscono, giova ricordarlo, in parti eguali Trentino e Tirolo) è abbastanza provata.
Altre cifre saranno più utili per dimostrare come questa equanimità si estenda ad ogni ramo dell’amministrazione.
Già è notevole come il Trentino figuri ogni anno nelle entrate del bilancio provinciale con una somma maggiore di quella con cui figura nelle uscite. Ma vi sono poi i bilanci straordinarii, sui quali il Tirolo tiene rego­larmente per sè la parte del leone. Nel 1882, per esempio, i sussidi destinati per porre riparo ai danni dell’innondazione, si assegna­rono così: fiorini 1 083 000 al Trentino, e fiorini 5 440 000 al Tirolo. E il colmo è che il Trentino aveva subito danni ben maggiori del Tirolo! L’ingiustizia era tanto enorme che se ne accorse lo stesso Governo austriaco, il quale abrogò la decisione della Dieta e ot­tenne una meno iniqua distribuzione.
Nel 1886 il Governo assegnò alla Provincia mi sussidio di 38 000 fiorini per la scuola popolare, e il Consiglio scolastico provinciale dette 8000 fiorini al Trentino e 30 000 al Tirolo.
Nei bilanci del quadriennio 1897-1901 le spese per gli ospedali figurano nel capitolo «Igiene» in queste proporzioni: 90 000 fio­rini al Tirolo, e 12 000 al Trentino.
Negli anni 1895 e 1896 furono devoluti annualmente 100 000 fiorini per un fondo stradale. Tenendo conto della proporzione con cui Trentino e Tirolo pagano le sovrim­poste provinciali, questi 200 000 fiorini era­no composti di 60 000 fiorini pagati dal Tren­tino e di 140 000 pagati dal Tirolo. Ebbene, si spesero quasi tutti, cioè 195 000, per il Tirolo e 5000 soltanto per il Trentino. [1]

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Era naturale che contro queste ingiustizie il Trentino tentasse di ribellarsi. E la ribel­lione — nella sua forma legittima — non po­teva consistere che nel tentar di ottenere rautonomia, vale a dire la divisione ammi­nistrativa dal Tirolo, con una Dieta a Trento.
La storia di questa lotta per l’autonomia è lunga, poiché i progetti furono varii. Il primo di tutti venne presentato alla Dieta d’Innsbruck nel 1864 dai deputati Carlo Riccabona e Giovanni Sartori, ed era basato sul­la divisione di rappresentanza, di attribuzioni e di fondi della Dieta e sulla bipartizione della Giunta provinciale. Un secondo pro­getto fu elaborato nel 1873 per ordine del ministro Taaffe dal consigliere aulico Sartori. Era un progetto timido, che conservava la unità legislativa e amministrativa della Dieta, e solo faceva grazia al Trentino di una «rap­presentanza circolare » che poteva disporre, indipendentemente dalla Dieta d’Innsbruck, di alcune rendite. Questa «rappresentanza circolare» sarebbe stata un corpo intermedio fra Comune e Provincia, poco utile e mal definito come tutti gli organismi anfibi. Il progetto non fu accettato dai delegati tren­tini chiamati a discuterlo, e cadde nell’ab­bandono. Nel 1874 il deputato barone Prato portò la questione dell’autonomia al Consi­glio dell’Impero, chiedendo formalmente la costituzione d’una Dieta provinciale a Tren­to. Ma il Consiglio dell’Impero dichiarò la sua incompetenza e si limitò a proporre che il Trentino si accontentasse di un Consiglio scolastico proprio, e di una sezione di Giunta a Trento con assegnamento di alcuni fondi da amministrare separatamente.
Senonchè questi progetti — buoni o me­diocri o cattivi che fossero — non oltrepas­savano mai lo stadio di progetti, sia per l’opposizione della Dieta d’Innsbruck, sia per il contegno del Governo che furbescamente aveva inaugurato la tattica (sempre poi man­tenuta) del temporeggiare, e del tener a bada i deputati trentini con promesse verbali, sia soprattutto (e ci duole il dirlo) perchè il Trentino non si mostrava fermo ed energico nella lotta e i suoi deputati si lasciavano ad­dormentare dalle arti sapienti degli avversari. S’aggiunga che i clericali trentini non erano d’accordo coi liberali in un unico pro­gramma, e la scissione interna indeboliva il paese contro il nemico comune.
Il primo atto di energia potè compiersi appunto nel 1889 dopo che i clericali — o almeno una parte di essi — riconobbero la necessità d’una politica concorde e propu­gnarono l’elezione di deputati che innanzi tutto non offrissero dubbi sulla loro fede na­zionale. Questa frazione clericale che vole­va essere anzitutto italiana, aveva per suo organo un piccolo giornale, Il Popolo Tren­tino, ferocemente osteggiato dalla Voce Cat­tolica e dal vescovo di Trento, i quali si man­tenevano clericali antinazionali. Malgrado le armi adoperate da questi, la vittoria arrise al partito nazionale nelle elezioni del 1889. E nella seduta del 23 ottobre di quell’anno, il deputato Bordi potè presentare alla Dieta a nome di tutti i suoi colleghi solidali con lui la seguente proposta:

«La Dieta riconosce la necessità, per il migliore andamento degli affari e degli in­teressi di ambedue le parti della provincia, di accordare alla parte italiana un’amministrazione autonoma, e per lo scopo della stessa una Dieta propria; ed incarica la Giunta di iniziare all’uopo le necessarie pratiche e di preparare alla prossima Sessione il re­lativo progetto di legge.»

La proposta discussa nella seduta del 16 novembre 1889 fu approvata col voto con­corde dei liberali tedeschi e di tutti gli ita­liani.
Era un primo passo decisivo sulla via della soluzione: ma i trentini, ammaestrati dall’esperienza, sapevano bene che quel voto non aveva che il valore di un’affermazione platonica e prevedevano che la Giunta pro­vinciale non avrebbe mai presentato spon­taneamente alla Dieta un progetto che po­tesse esser accettato da loro. Decisero quin­di di prendere essi stessi l’iniziativa e venne dato incarico al deputato avvocato Brugnara di formulare un progetto.
L’onorevole Brugnara si trovò di fronte alla solita difficoltà contro cui urtano tutte le questioni, e sopra tutto le questioni poli­tiche: la difficoltà cioè di conciliare la logica coll’opportunità, vale a dire quello che è idealmente giusto, con quello che, pur es­sendo men giusto, presenta maggiori proba­bilità d’essere attuato.
L’unica soluzione razionale dei problema dell’autonomia sarebbe quella che stabilisse la divisione territoriale fra Trentino e Tirolo, e la creazione di due Diete con eguali po­teri, una a Trento e l’altra ad Innsbruck : ma questa soluzione — includendo una mo­dificazione della costituzione dell’impero — avrebbe bisogno non solo dell’adesione della Dieta tirolese, ma anche di quella del Parlamento; e il portar la questione dell’auto­nomia al Reichstag sarebbe stato nell’89 — come del resto sarebbe anche adesso — un tentativo utopistico, dato l’ambiente della Ca­mera viennese ove cozzano violentemente ir­rimediabili dissidi di razza e di nazionalità.
L’onorevole Brugnara pensò quindi di ri­correre a un espediente che limitasse il pro­getto dell’ autonomia ad una questione di competenza della Dieta. E propose una ri­forma al regolamento interno della Dieta, nel senso che i tedeschi costituissero una cu­ria e gli italiani un’altra, e ciascuna di esse trattasse gli affari del proprio territorio, am­ministrando separatamente le rendite che sul territorio stesso percepiva. Il progetto Bru­gnara, accettato da tutti i deputati trentini, venne presentato il 16 settembre 1890. E sembrava agli ottimisti che esso dovesse en­trare in porto, sia perchè non gli si poteva muovere la critica di inattuabilità costituzio­nale, sia perchè, riducendo la questione del­l’autonomia a un semplice problema finan­ziario, doveva essere accetto anche ai tede­schi, i quali, più ricchi dei trentini, avreb­bero trovato il loro tornaconto nella divisione territoriale delle rendite.
Ma anche questa volta gli ottimisti ebbero torto. Il progetto, discusso in Giunta, fu re­spinto concordemente dai liberali e dai cle­ricali tedeschi, i quali presentarono un con­troprogetto che ricordava quello del consi­gliere aulico Sartori, ed era, come questo, una magra concessione nel fatto, e per di più, un’ironia nell’intenzione.
I trentini videro cadérsi dagli occhi la benda dell’illusione, e compresero che ogni promessa d’accordo da parte dei tedeschi non era che un inganno. Essi erano certi che il progetto Brugnara sarebbe stato re­spinto anche dalla Dieta, e già nella stampa si delineava fortissima una corrente la quale esigeva che — dopo la reiezione ormai im­mancabile del progetto — i deputati, per protesta, inaugurassero la astensione, estremo mezzo con cui si sperava salvare l’avvenire del paese e con cui, ad ogni modo, se ne sarebbe salvata la dignità.
Con questi intendimenti, nella seduta dei 23 gennaio 1891 i deputati trentini chiesero alla Dieta la discussione d’urgenza del loro progetto. E, con immensa sorpresa, la videro accettata all’unanimità. Ma quest’unanimità — come spesso accade nelle assemblee politi­che — celava un tranello. Immediatamente dopo il voto, s’alzò il luogotenente conte Merweldt a dichiarare che aveva l’autorizzazione di Sua Maestà di chiudere la Dieta, e que­sta fu chiusa infatti dal capitano provinciale conte Brandis con tanta precipitazione, che i deputati italiani non ebbero neppure il tempo di protestare. Protestarono però tutti dopo poche ore con una lettera ¡sdegnosa al capitano provinciale, inviando le loro di­missioni.
L’improvvisa chiusura della Dieta, per im­pedire la discussione di una proposta per­fettamente legale, fu uno di quegli atti di dispotica prepotenza che crediamo unici ne­gli annali parlamentari. Il conte Merweldt, questo accerrimo nemico dell’autonomia, co­minciava a scoprire il suo giuoco: egli sperava di aver ragione dei trentini con sistemi brutali, e lo diceva apertamente. Il suo programma era questo: nessuna concessione, noi li stancheggeremo. Ma si sbagliò. Per dieci anni potè mettere ostacoli ai desideri degli italiani, non fiaccarne l’animo. Il pa­triottismo trentino fu più forte della testar­daggine del funzionario austriaco. E nel 1902 il conte Merweldt doveva abbandonare il suo posto, poiché anche il Governo di Vienna aveva riconosciuto l’errore della sua tattica!

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Dopo la protesta e le dimissioni dei de­putati, si presentava al Trentino la doman­da: in qual modo continuare la lotta?
Due erano le opinioni al riguardo: una, la più radicale, esigeva l’astensione; l’altra, più timida e più pratica, voleva che i de­putati ritornassero alla Dieta, se non altro per provvedere agli interessi materiali del paese.
Lo statuto provinciale sancisce che la Dieta può privare del mandato il deputato che non lo eserciti. Quindi, se si deciderà l’astensione — dicevano gli uomini pratici — noi con­tinueremo ad eleggere deputali per avere il gusto di vederli continuamente dichiarati de­caduti : il paese si stancherà di questa inu­tile altalena elettorale: altri forse, non appar­tenenti al partito nazionale, occuperanno i nostri posti ; e ad ogni modo la Dieta senza il nostro intervento farà, ancor più che in passato, quel che vorrà, cioè il danno nostro. S’aggiunga inoltre che si attendeva dalla Die­ta la riforma della legge comunale, neces­saria per le misere condizioni dei Comuni trentini : s’aggiunga che la stampa ufficiosa faceva balenare il pericolo della negata sov­venzione provinciale alla ferrovia della Valsugana (allora in progetto) qualora i depu­tati non si recassero alla Dieta.
Innegabilmente, il programma dell’asten­sione danneggiava i trentini, ma parve bello al loro patriottismo, e dignitoso per la loro coscienza d’italiani, e lo misero fermamente ad esecuzione. Indette le elezioni nell’otto­bre 1891, furono eletti tutti deputati asten­sionisti, tranne quattro clericali che fre­quentarono la Dieta, ma vi fecero una cosi triste figura, da determinarli poco dopo ad andarsene aneli’essi. E durante il periodo di cinque anni (fino a tutto il 1896) si eb­bero, per le continue dichiarazioni di deca­denza del mandato, quattro elezioni, e ven­nero sempre rieletti i deputati astensionisti. Il barone Malfatti che — morto il Dordi — dirigeva la lotta, non si stancava di ripetere a coloro che non vedevano i frutti della po­litica astensionista: «La perseveranza con cui sapremo resistere darà la misura dell’energia nostra. Bisogna affrontare la prova senza il­ludersi sull’efficacia immediata, colla chiara visione di sacrificare il presente per l’av­venire».
Intanto accadevano alcuni fatti che ria­privano i cuori alla speranza. L’imperatore recandosi ad Innsbruck nell’ autunno del 1893 aveva ricevuto benevolmente una Com­missione di rappresentanti di settanta comuni trentini, che gli presentavano una petizione per un governo autonomo, ed aveva testual­mente dichiarato « che egli incaricherebbe nuovamente il suo Governo di prender in esame la questione per condurla ad una so­luzione, giacché gli interessi della popolazio­ne italiana gli stavano a cuore non meno di quelli di qualunque altra».
Poco dopo, il ministro delle finanze Plener rispondeva alla Camera ad un’interpellanza dell’onorevole Malfatti in modo analogo al­l’imperatore, affermando: «che il problema dell’autonomia era di tanta importanza, che il Governo ne avrebbe dovuto prendere esso stesso l’iniziativa».
Finalmente nel febbraio 1895, alla stessa Dieta d’Innsbruck, dove naturalmente gli ita­liani non erano intervenuti, un deputato tiro­lese, il dottor Grabmajer, pronunciava queste parole: «Non si può ritenere come un atto di grande sapienza politica la improvvisa chiusura della Dieta nel 1891: io trovo ne­cessario che si venga una buona volta ad una onorevole definizione di questa impor­tante vertenza, non essendo possibile sperare che nelle attuali condizioni gli italiani si in­ducano a rinunciare alla politica sin qui se­guita (l’astensione) e ritornino senza nulla aver ottenuto. Spetta al Governo di pren­dere delle iniziative al riguardo, tanto più che è noto come nelle alte sfere si sia pro­pensi a fare queste concessioni agli italiani». E il capo del partito clericale tedesco, il dottor Kathrein, si associava alle parole del suo collega.
Per molti segni, dunque, poteva sembrare che la questione deirautonomia tornasse a galla: le erano favorevoli — a parole! — la Corte, il Ministero e persino i deputati tirolesi! E quasi a dar maggior peso alle promesse verbali, il ministro Badeni iniziava, appunto nel 1895, quelle trattative che di­ventaron famose per il modo con cui eb­bero termine. Il furbo ministro pregò i de­putati italiani di preparare un nuovo pro­getto — era questa, si capisce, la prima condizione per poter tirar le cose in lungo! — e disse loro che quando il progetto fosse stato approvato dai colleghi dietali, egli avrebbe chiamati a Vienna alcuni di loro per la discussione particolareggiata del progetto stesso.
I deputati italiani — sempre bene disposti, forse troppo bene disposti — riformarono il progetto Brugnara e attesero con esem­plare pazienza per due anni, che il ministro li chiamasse a Vienna. Ma invece del mini­stro, li chiamò un giorno ad Innsbruck (era il luglio 1897) il conte Merweldt, il quale disse loro testualmente così: «Il Governo è convinto di potere, d’accordo colla maggio­ranza della Dieta, provvedere ai bisogni del Trentino, meglio che cogli organismi animmistrativi proposti dai deputati trentini». Non una parola di più, nè una di meno. Il conte Merweldt non era maestro di cortesie ; sa­peva anzi dare alle risposte negative un acre sapor di insolenza. E del resto, nulla di più insolente e di più umiliante, non solo nella forma ma anche nella Costanza, di quella risposta che veniva, dopo tante gesuitiche promesse, a ricacciar nei nulla un sogno nel­la cui realizzazione i trentini avevano avuto l’ingenuità di credere.
E lo strano è che vi credevano ancora, malgrado il rifiuto così eloquente nella sua brevità!
In un paese più addestrato alla vita po­litica, dove il popolo avesse l’abitudine di far sentire collettivamente il suo pensiero, e i deputati non si isolassero entro una cer­chia che li teneva divisi e lontani dal pubblico, la risposta dei conte Merweldt avrebbe suscitato una fortissima reazione. Ma il Trentino, nel 1897, era ancora addormen­tato, e solo le classi elevate parlavano ed agivano per lui. Le masse poco sapevano e poco capivano della lotta per l’autonomia, e non potevano quindi confortare del loro aiuto i deputati e tanto meno spingerli ad un’azione più energica. Solo il partito so­cialista — che proprio allora porgeva nel Trentino — predicava maggior violenza nella lotta; ma esso doveva attendere qualche tem­po per veder accolta la sua tattica. Doveva sopra tutto aspettare che la propaganda da lui fatta nel popolo desse i suoi frutti ; e di una folla incosciente, tutta chiusa ancora nella rassegnazione e nell’ignoranza religiosa, si formasse il popolo conscio dei suoi diritti, liberamente educato, e onestamente informa­to di ciò che poteva chiedere e pretendere.
Gli anni 1898 e 1899 passarono quindi nel­l’atonia dell’attesa : l’astensione dei deputati trentini alla Dieta continuava, e i deputati ti­rolesi, liberi da ogni controllo e da ogni op­posizione, non si facevano scrupolo di votar leggi e di avanzare proposte dannose ai tren­tini. Era come un’orgia di prepotenza a cui si abbandonavano indisturbati i rappresen­tanti del Tirolo. Non solo essi respinsero in blocco il progetto delle tramvie trentine, ne­gando qualsiasi contributo della provincia, ma proibirono anche alla città di Trento di offrir garanzia per un prestito sulla linea della valle di Fiemme. E per di più, la Dieta invitò il Governo a staccare i Comuni italiani della vai di Fassa dal capitanato (la nostra sottoprefettura) di Cavalese, per unirli al capitanato di Bolzano, tentando così di iniziare lo smembramento della nostra unità linguistica.
Di fronte a così chiara e risoluta (avver­sione dei tirolesi ad ogni concessione autono­mistica, i deputati italiani non sapevano — non potevano forse — far altro che cercar di continuare a Vienna, col nuovo ministro Kòrber, le trattative spezzate tanto brusca­mente dal conte Badeni. Essi davano vera­mente prova d’una longanimità e di una fi­ducia… degne di miglior causa. Il deputato Kathrein si costituì mediatore di queste trat­tative, e modificò ancora una volta il progetto Brugnara, per renderlo più accettabile. Il ministro Kòrber, adducendo sempre a prete­sto le critiche circostanze parlamentari, non si decideva mai a dare una risposta. Egli trovava ottimo il sistema dei suoi predeces­sori che avevano per tanto tempo stancheg­giato i deputati trentini, e confidava sulla proverbiale pazienza di questi.
Egli ebbe però il torto di dimenticare clic ogni pazienza ha un limite e che la corda tirata troppo si spezza.
Passavano i mesi e gli anni senza che il Kòrber si facesse vivo; e nel Trentino s’ac­cumulava il risentimento per questo strano e offensivo silenzio. I socialisti intanto an­davano estendendo la loro propaganda, e or­mai anche il partito liberale — vedendo la sterilità della sua tattica — piegava ai loro consigli audaci. In un convegno tenuto a Trento il 5 giugno 1900, i deputati decide­vano infatti che — ove la risposta del mi­nistro non fosse soddisfacente — avrebbero inaugurato l’ostruzione alla Dieta.
La risposta venne — finalmente! — nel­l’ottobre 1900, e non solo non fu favorevole, ma superò le previsioni dei più pessimisti. La notissima lettera del ministro Kòrber al barone Malfatti fu un rifiuto reciso a tutti i postulati trentini e fu un rifiuto altez­zoso e sdegnoso, come se mai i ministri pre­cedenti avessero degnato di considerar la questione, come se lo stesso Kòrber non aves­se mai dimostrato verso di essa una atti­tudine benevola e conciliante.
Ma à quelque chose matheur est bon, e la franchezza brutale del ministro ebbe per for­tunata conseguenza di rendere più fermo ed energico il contegno dei deputati alla Dieta.
Questi, non solo pubblicarono una fiera pro­testa accolta con plauso da tutto il Trentino, ma abbandonando la tattica dell’astensione, misero subito in pratica la tattica dell’ostru­zionismo, dichiarando fin dalla prima seduta che essi erano venuti alla Dieta coll’intendi­mento appunto di impedire qualsiasi delibe­razione, fino a che non fosse votato il pro­getto per l’autonomia. Il deputato Br ugnar a diresse l’ostruzionismo, e lo diresse così bene, che dopo qualche mese (nella primavera 1901) i deputati tirolesi capitolarono e per bocca del loro leader, il dottor Grabmayer, dichiararono di deplorare la risposta del mi­nistro Kòrber e di accettare la discussione sul progetto dell’autonomia, promettendo il loro appoggio.
Dopo tanta nebbia, pareva ricominciasse a spuntare il sole. Un Comitato fu eletto ; le trattative condotte alacremente erano giunte a buon punto: il progetto doveva discutersi nella sessione apertasi il 17 giugno 1901, quando…. i deputati tirolesi, sempre eguali a se stessi, mancarono di parola e rifiutaro­no di porre all’ordine del giorno e di di­scutere il progetto dell’autonomia.
Dinanzi a questa nuova slealtà, i deputati trentini, non forse sorpresi ma nauseati, ri­tornarono all’ostruzionismo, e la Dieta quindi fu messa nella materiale impossibilità di fun­zionare.
L’imperatore — a tagliar corto a una si­tuazione intollerabile — scioglieva la Dieta il 10 luglio 1901 [2].
È ancor vivo — io spero — il ricordo dell’impressione profonda che quest’ultima de­lusione produsse in tutto il Trentino. Come una striscia di polvere cui fosse stata data la miccia, il piccolo paese nell’estate del 1904 si sollevò protestando. Non eravamo più al­l’atonia del 1897: il popolo aveva fatto molto cammino negli ultimi quattro anni, e l’anima collettiva, che era stata svegliata dal suo letargo, sentì vivissima l’atrocità dell’offesa. Negli innumerevoli comizi, gli oratori di tutti i partiti, conservatori, liberali e socialisti, fe­cero tacere i loro dissensi per ribellarsi una­nimi al nemico comune. E tutti i municipii, convocati d’urgenza, votarono ordini del gior­no in cui, al disprezzo verso la malafede ti­rolese, s’univa l’affermazione di continuare la lotta senza tregua.
Ma in che modo continuarla?
Il deputato Taddei, a nome anche dei suoi colleglhi, affermò solennemente nella seduta del Consiglio comunale di Trento (12 lu­glio 1901) che il modo non poteva essere che uno solo: continuare fino all’estremo nel­l’ostruzionismo, impedire cioè alla Dieta di funzionare fin che l’autonomia non fosse vo­tata. E le sue parole furono coperte da un’o­vazione che durò parecchi minuti. Ma si presentava spontanea la domanda: che cosa farà il Governo di Vienna dinanzi a una tat­tica che colpisce di paralisi il Governo am­ministrativo di una intiera provincia? Ce­derà esso di fronte al contegno incrollabile dei trentini?
La situazione sembrava gravissima, eppure essa venne risolta — ossia, parve avviarsi alla soluzione — con mezzi assai più pacifici di quelli che le violenti e assolute afferma­zioni facevan temere. In politica si trovano spesso delle vie indirette le quali, schivando la strada maestra, conducono, con mag­gior lentezza e minore franchezza, al punto desiderato.
Anzitutto, il tempo esercita la sua influen­za, e diminuendo l’ardore e il furore degli avversari, li rende anche meno difficili ad un accordo. Poi — bisogna riconoscerlo — le avances vennero dal Governo. Questo, mal­grado le dichiarazioni favorevoli dei Taaffe e dei Badeni, era sempre stato fino a poco tempo fa prigioniero del partito feudale e militarista, il quale vedeva nell’ autonomia uno strumento del distacco completo del Trentino dall’Austria; ma a poco a poco era andato avvicinandosi all’idea più transigente e più tollerante, secondo la quale l’autono­mia non creava tutti quei pericoli di cui i retrogradi la credevano gravida. Il Governo sentiva cioè da um lato che non era più il caso d’aver paura deH’irredentismo, ricono­sceva d’altra parte la necessità di appoggiarsi in Parlamento sul voto degli italiani; ve­deva che i postulati autonomistici, dal pro­getto Brugnara a quello Grabm’ayen e Kath- rein, si erano limitati di molto; s’impensie­riva infine dell’attitudine recisa e minacciosa assunta dai deputati italiani coll’ostruzionismo e dal Trentino tutto con le sue agita­zioni popolari. Era, insomma, in una dispo­sizione d’animo sinceramente favorevole; e la prova di questa sincerità — insperabile e quasi incredibile in lui dopo tanti esempi di doppiezza gesuitica — venne data dall’allon­tanamento del conte Merweldt. Il trasloco di questo funzionario fu una grande vittoria per i trentini ; pareva che il Governo volesse dir loro: — io vi libero dal vostro più forte avversario, le mie idee sono assai più con­cilianti di quello ch’egli vi ha voluto far credere. — E infatti venne mandato ad Inns­bruck, come luogotenente, il barone Schwar­zenau, uomo mite e ragionevole, sotto la di­rezione o almeno sotto l’ispirazione del qua­le si ripresero le trattative per l’autonomia, e fu compilato un progetto il quale non era certo il migliore che gli italiani potessero so­gnare, e lasciava ai trentini una molto re­lativa indipendenza economica, ma che nel complesso (e salvo la clausola di cui parle­remo fra poco) riassumeva quanto nel mo­mento era opportuno di chiedere e possi­bile d’ottenere [3].
I nuovi deputati trentini eletti nell’autun­no 1901 avevano discusso coi colleglli tirolesi le varie parti del progetto, ma prima di dare la loro approvazione definitiva vollero rivol­gersi al paese e avere da lui un mandato imperativo per il sì o per il no. Che cosa li spingeva a questo atto di prudenza o, per essere più sinceri, a questo desiderio di to­gliersi di dosso ogni responsabilità?
Evidentemente la paura di essere giudi­cati troppo arrendevoli. Le lunghe, strane, contradditorie fasi per cui erano passati i vari progetti d’autonomia, le critiche acerbe cui i deputati erano stati fatti segno sopra tutto dai socialisti, li paralizzavano pell’esercizio del loro mandato. Essi non avevano più il coraggio di assumersi intera la respon­sabilità della loro azione, e venivano a chie­dere al popolo d’indicar loro la via da se­guire.
Fu un errore? Lo vedremo fra poco. Intanto è bene constatare per la verità che non solo molti deputati personalmente, ma tutti i capi dell’opinione pubblica nel Trentino, compreso l’organo dei socialisti Il popolo, erano favorevoli all’accettazione del progetto.
Questo progetto conteneva la clausola che la Valle di Fassa anziché dipendere jdalla Sezione trentina restasse sotto l’amministra­zione della Giunta provinciale comune tede­sco-italiana. Orbene questa clausola, appresa dal pubblico, parve a lui come un ricatto: i trentini vi videro il desiderio pangermani­sta di strappare alla nazionalità italiana un lembo del suo territorio, quasi a prezzo dell’accordata autonomia; giudicarono vile il sa­crificare una parte, sia pur piccola, dei loro fratelli per ottenere dei vantaggi materiali; e con un impulso di generosità, dannoso for­se ma ad ogni modo bellissimo nei suoi mo­venti, rifiutarono il progetto, volendo restar tutti sotto il Governo di Innsbruck, piut­tosto che ottenere un’autonomia da cui fos­sero esclusi gli italiani di Fassa.
I comizi dell’estate del 1902 tradussero con inaudito entusiasmo questo sentimento : tutto il Trentino urlò il suo rifiuto con un unis- sono ammirevole, e la volontà della folla tra­scinò anche quella degli individui che pur avevano in precedenza esposto un diverso parere. Fu veramente quello un fenomeno di psicologia collettiva che pare inverosimile agli osservatori superficiali, e che è troppo conosciuto da chi ha studiato le strane leggi cui soggiace l’anima della folla. Le stesse persone che si recavano ai comizi colla fer­ma intenzione di sostenervi l’accettazione del progetto, diventavano — in quell’ambiente saturo di patriottismo indignato — i più elo­quenti oratori in favor del rifiuto.
E dalle rive del Garda ai ghiacciai delle Alpi, il no dei trentini, echeggiò forte, ma­gnifico nella sua espressione di sublime di­sinteresse, dannoso forse come tutti gli atti di troppo nobile generosità.
E così la lotta per l’autonomia, che si trascinava da anni fra gli scogli che sapeva opporle la furba politica austriaca, doveva arenarsi — ironia della sorte! — sul banco di sabbia di una imprevista opposizione tren­tina, proprio quando quegli scogli erano su­perati e il porto si apriva libero innanzi!

[1] Vedi per tutti i dati citati l’opuscolo del dottor Cesare Battisti, Una campagna autonomistica (Trento, 1901). E si con­sulti pure l’opuscolo dell’on. Antonio Tambosi, Alcuni appunti sulla amministrazione provinciale tirolese (Trento, 1901), ove son matematicamente dimostrate, non solo le ingiustizie verso i trentini, ma in genere la pessima amministrazione della Dieta Tirolese, in confronto ad ogni altra Dieta dell’Austria.

[2] Vedi per le date e i fatti citati l’opuscolo del dottor V. Riccabona, La lotta per l’autonomia e i partiti nel Tren­tino. Trento, 1901.

[3] Per maggiore intelligenza dei termini veri della que­stione, è opportuno notare che i postulati dei deputati trentini, dai quali avevano promesso di non recedere, erano questi: — accordare al Trentino, oltre ad una Sezione della Giunta e del Consiglio scolastico provinciale con sede a Trento, anche un organismo rappresentativo a baso, par­lamentare (Curia o Sezione o Rappresentanza territoriale, il nome poco importa) al quale dovessero essere assegnate, per gli affari riguardanti il Trentino, tutte le attribuzioni (meno il potere legislativo) ora di spettanza alla Dieta d’Innsbruck ;

  • mettere a disposizione di questa Curia o Sezione o Rap­presentanza una parte proporzionata delle rendite provinciali;
  • non attentare all’integrità del territorio trentino, salvo qualche Comune tedesco della Valle di Non e della Valle di Fiemme che, per comune consenso, si abbandonava ai tirolesi.

Il progetto compilato sotto l’ispirazione del barone Schwar­zenau, invece, non teneva conto in alcune parti di questi po­stulati, inquantochè esso ammetteva bensì la concessione al Trentino di una Sezione della Giunta e del Consiglio scola­stico provinciale con sede a Trento, ma negava la conces­sione di un organismo rappresentativo avente facoltà di prendere deliberazioni indipendentemente dalla maggioranza tedesca, e per di più (pretesa novissima nella storia dell’au­tonomia) esigeva che tutta la Valle di Fassa, anziché restare sotto la Sezione trentina, fosse assoggettata alla Dieta di Innsbruck.

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