Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (2°parte)

Piccole cause di grandi mali

Qualche anno fa un deputato, non dei più ignoti, scendendo alla stazione di Ala per la visita-bagagli, fu avvertito che il treno con cui doveva ripartire verso il Tirolo ave­va due ore di ritardo.
— Non importa, — rispose, — andrò a prendere, intanto, un caffè a Trieste.
Lo sproposito geografico di questo onore­vole che credeva Trieste a due passi dalla frontiera del Trentino, se è innegabilmente e fortunatamente un’eccezione, può tuttavia elevarsi a sintomo della nostra coltura per ciò che concerne non solo la geografia, ma ogni cosa che riguardi i paesi stranieri.
All’epoca dei famosi tumulti di Innsbruck, nei comizi di protesta che fiorivano spon­tanei lungo tutta la penisola, io ho sentito un illustre oratore tuonare, fra gli applausi del pubblico, contro…. la prepotenza slava! Quasi che ad Innsbruck e nei suoi sobborghi, anziché le persone quadrate e i cervelli tondi dei tirolesi fedelissimi sudditi di Sua Mae­stà l’Imperatore, vivesse quel popolo misto e irrequieto di croati, di sloveni e di serbi che costituisce l’incognita più paurosa della monarchia degli Absburgo!
Or non è molto, scrivendo ad uno dei no­stri più colti e geniali diplomatici (attualmente ministro plenipotenziario) intorno alla questione dell’autonomia del Trentino, ne ri­cevevo in risposta una lettera in cui erano queste precise parole: «Sono stato sei anni addetto all’Ambasciata di Vienna, ma confes­so di non aver mai udito parlare di questa questione». E sorge spontanea la domanda: che cosa faceva allora a Vienna la nostra Ambasciata?
Bisogna pur troppo riconoscerlo: il Parlamento, il popolo, la diplomazia, danno prova di una discreta ignoranza intorno ai problemi che interessano gli italiani soggetti all’Au­stria. Quale competenza avranno nei problemi più lontani e più vasti che dovrebbero essere studiati, discussi, approfonditi da una nazione come la nostra, che ha il titolo di grande Potenza e la necessità di cercare fuori dei suoi confini uno sbocco alle sue crescenti energie materiali e morali?

***

La politica estera — intesa non solo come funzione di Governo, ma come attività di un popolo libero e grande che deve e vuole co­noscere ciò che si fa intorno a lui nel re­sto del mondo — non è né sentita né compresa in Italia.
Non è sentita, perché gli italiani viaggia­no poco all’estero (viaggiano pochissimo, re­lativamente, anche nel Regno): e ciò che si ignora perché non si è visto, non interessa. Il nostro paese è troppo bello e le giostre finanze sono ancora troppo misere per con­sigliare o permettere a gran parte dei cittadini il lusso di andar a visitare paesi stranieri. D’altra parte, anche coloro che po­trebbero, non spendono’ volentieri i loro da­nari in viaggi. L’italiano delle classi medie viaggia poco, come legge poco. E mentre, per esempio, nel bilancio d’una famiglia tede­sca di mediocre agiatezza, vi è sempre una cifra non indifferente riservata alla compera o agli abbonamenti di libri o riviste, e un’al­tra cifra dedicata ai viaggi d’istruzione nel periodo delle vacanze, nel bilancio d’una famiglia italiana si ignorano o si trascurano queste due fonti di spese…. che sono con­siderate di lusso, mentre paiono invece spese necessarie l’eleganza dei vestiti della moglie e delle figlie, e, in alcuni paesi del Mezzogiorno, la carrozza padronale, per darsi e dare l’illu­sione di essere signori.
Per ragioni economiche, dunque, o per na­turale indolenza, l’italiano non ama conoscere ciò che è straniero e lontano da lui. La sua psicologia si restringe non solo alla nazione di cui fa parte, ma alla provincia, all’angolo di terra dove è nato.
La causa principale infatti per cui la politica estera, oltre al non essere sentita, non è nemmeno compresa in Italia, consiste in questo nostro regionalismo che chiude, anche alle intelligenze migliori, gli orizzonti di un patriottismo illuminato e gagliardo.
L’inglese, il francese, il tedesco sono anzi­tutto e sopra tutto inglesi, francesi, tedeschi: l’italiano è, anzitutto e sopra tutto, un meridionale o un settentrionale, un milanese o un napoletano, un veneto o un calabrese, e poi, quando ha ben chiaramente affermato la sua origine e ha ben esaltata la sua provincia in confronto delle altre, poi…. si ricorda anche di essere italiano. Noi abbiamo — è vero — un orgoglio di nazionalità; ma è un orgoglio retorico e verbale che serve soltanto nelle grandi occasioni per riempirci la bocca e per rintronare le orecchie agli altri. Il solo orgoglio sincero intimo e saldo che domina il nostro sentimento e il nostro cervello, che ispira la nostra vita di ogni giorno, che guida i nostri interessi e determina l’indirizzo dei nostri affari, è l’orgoglio regionale e campanilistico. Noi non concepiamo la vita politica, la deputazione, Montecitorio, altro che come modi e luoghi coi quali e nei quali si possa render prospera la città e la regione cui apparteniamo… a dispetto delle altre regioni e delle altre città.
Ciò spiega e dolorosamente giustifica in un certo senso, oltre alla nostra vita politica, anche la nostra immoralità politica e parla­mentare, la quale è sempre impaludata in piccoli scandali pettegoli, per miserie di danaro o per miopi ambizioncelle di suprema­zia locale. Scandali che, prendano il nome da un Nunzio Nasi o da un Giuseppe Romano, non vanno mai più in là e più in alto della delinquenza comune; mentre negli altri Par­lamenti se vi sono — e certo non mancano — uomini di pochi scrupoli e di troppa am­bizione, essi agiscono almeno coll’attenuante di uno scopo che non è ristretto entro la cer­chia meschina della loro provincia, e non si abbassa a volgarità di camorre o di favoriti­smi locali, ma tocca i più alti interessi di tutto lo Stato.
Vedere, nell’Italia, sopra tutto la propria provincia, pensare anzitutto a questa, poco curando i grandi problemi collettivi della na­zione, è una forma di egoismo regionalista che determina fatalmente come corollario quella miopia politica per la quale gli ita­liani si disinteressano di ciò che accade fuori dello Stato. Essi credono d’aver già com­piuto un encomiabile sforzo quando nelle più importanti questioni di politica interna si ricordano che al di sopra della loro città o della loro regione c’è l’Italia: non immaginano che per compiere intero il loro dovere di cittadini dovrebbero anche interessarsi di ciò che potrebbe essere l’Italia all’estero, do­vrebbero preoccuparsi di tutti i problemi che agitano questa civiltà che ha sulle labbra le parole di pace, ma nel cuore lo spirito di conquista. Poiché sono abituati a ridurre la politica interna al comun denominatore del vantaggio immediato che può derivare al loro collegio elettorale, è logico che riducano an­che la politica estera al comun denominatore di quell’apparente vantaggio immediato che è per le nazioni la serena tranquillità, non turbata né da desideri di espansione, né da scatti di orgoglio, né da legittime rivolte con­tro le sopraffazioni altrui.
Che importa se i popoli, che sono nostri alleati od amici, mentre ci addormentano col­le blandizie delle parole, seguono coi fatti un loro piano di lenta conquista su terre che furono e sono nostre o su territori che un giorno potrebbero essere utili anche a noi ? Che importa se dovunque è un desiderio gio­vanile di vivere e crescere, se tutti tendono ad espandere la loro influenza nel mondo, a diffondere, fin dove possono, col nome della loro razza, il bisogno della loro lingua, i pro­dotti del loro suolo ? Noi ci rinchiudiamo come lumache nel nostro guscio, e lasciamo che gli altri godano l’aria e il sole, e prendano dalla terra i fiori ed i frutti. Crediamo di essere dei filosofi: in realtà non siamo che dei rassegnati. E alla nostra rassegnazione congenita si unisce, alleato possente, un partito politico, il quale insegna che non bisogna guardare al di là dei confini, che bisogna tener gli occhi ben fissi e ben bassi sul nostro paese, e non alzarli mai neanche quando un’offesa ci fa salire il rossore alle guance. Noi dobbiamo farci piccoli ed umili: ignorare il molto che si fa senza di noi o contro di noi: ignorarlo o, sapendolo, sopportarlo. Per le altre nazioni c’è il mondo, campo libero ed aperto; per gli italiani non c’è e non ci deve essere che l’Italia, quel­l’Italia che, bontà loro, gli altri ci hanno lasciata. Nessuna speranza futura, nessun ideale più vasto. Tacere e lavorare, prendendo per modello la Svizzera, e cercando tutto al più di superare gli svizzeri come sapienti ed astuti albergatori.

***

Tale è il vangelo politico in cui secondo alcuni, gli italiani dovrebbero credere; tale è, in fondo, e malgrado affermazioni contrarie, la nostra politica estera. Una politica modesta e remissiva, che si accontenta di se­guire al rimorchio le navi possenti di altri Stati, — che non pretende che sovrani e mi­nistri esteri restituiscano visite, e le restitui­scano in Roma, — che è sempre la prima ad attenuare e a scusare le prepotenze che fuori d’Italia si commettono contro gli italiani, — che trascura il nostro corpo diplomatico e consolare, così da lasciarci talvolta non rap­presentati o mal rappresentati là dove pure la nostra nazione avrebbe diritto e interes­se di far sentir la sua Voce.
In Francia e in Germania (per non citare che gli esempi più vicini) vi sono Società che hanno lo scopo di tener alto e rispettato al­l’estero il nome della patria, e che aiutano fuori dei confini ogni iniziativa, la quale ten­da ad allargare il prestigio e l’influenza della loro nazione. Anche in Italia esiste la Dante Alighieri, ma il numero dei suoi soci e il suo bilancio non possono, senza vergo­gna, essere confrontati con quelli delle So­cietà straniere. I deputati e i senatori iscritti alla Dante sono dolorosamente un’eccezione. Noi, al solito, ci perdiamo a discutere il supposto prevalere della Massoneria in questa Società, e intanto colle nostre polemi­che allontaniamo i soci, i quali, già timidi per natura, sono ben felici di trovare un pretesto per non fare il loro dovere di italiani!
Quale il rimedio a tanta indolenza, a tanta indifferenza colpevole ?
Non so.
So che l’anno scorso (1909) un tedesco iniziò una sottoscrizione per difendere ai confini la lingua della sua patria e affermò che entro l’anno due milioni di corone dovevano essere sottoscritti. Egli conosceva il patriottismo del suo paese. Entro l’anno i due milioni furon raccolti.
Noi non osiamo sperare che l’esempio sia imitato nemmeno da lontano.
Ma se la forza economica del nostro paese non ci permette queste generosità — le quali sono sapienti impieghi di capitale che frutterà il cento per cento nell’avvenire — la nostra intelligenza dovrebbe se non altro intendere l’ammonimento che ci viene da tali esempi, e ascoltare la voce di chi grida agli italiani: guardate al di là del vostro quotidiano orizzonte: studiate almeno sui libri quei paesi che non conoscete, quelle questioni che finora vi interessano tanto poco; e forse studiandole, e vedendo ciò che fanno gli altri, vi accorgerete che esse racchiudono la fortuna d’Italia più e meglio delle vane logomachie in cui si perde la nostra vita politica.

 

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