Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (10°parte)

Risveglio Italico

Dieci o quindici anni fa era di moda dir male dell’Italia e proclamare la decadenza delle nazioni latine. Noi non avevamo — allora — fiducia in noi stessi. La depressione economica del paese, l’abulia dei governan­ti, gli insuccessi della politica coloniale, da­vano alla nostra psicologia una malinconica tinta di umiltà rassegnata: e i sociologi raf­forzavano questa eunuca opinione diffusa tra il pubblico, additando l’esempio di altri po­poli che salivano sulla via del progresso e diffondevano pel mondo le loro energie, mentre noi, non solo ci rinchiudevamo nel cerchio dei nostri incompleti confini, ma non sapevamo nemmeno esser vivi e vitali in ca­sa nostra.
E poiché, quasi contemporaneamente, l’Ita­lia aveva avuto la vergogna di Adua, la Spagna era stata vinta dagli Stati Uniti, e la Francia si dibatteva nella crisi epilettica dell’affare Dreyfus, i più (ed io mi accuso, fra questi) andavano costruendo su tali coin­cidenze una teoria semplicista di razze vec­chie e di razze giovani, le ime sacrate al tramonto, le altre alla gloria, — e natural­mente la nostra era non solo vecchia, ma decrepita, — e si suonava a stormo per il prossimo funerale della razza latina, men­tre squillavano le fanfare della vittoriosa e invadente razza germanica. La luce, si dice­va, viene dal nord. Noi, popoli meridionali, ci condannavamo a ritornare fatalmente nell’ombra.
Questa sconsolata sfiducia nei nostri de­stini, questa debolezza di fibra nazionale dipendeva, oltre che dalle nostre fiacche condizioni politico-sociali, anche da una causa storica, che potrebbe definirsi la leg­ge del ritmo. Al periodo fervido di fede di entusiasmi e di opere, che ci aveva dato una patria, doveva necessariamente succe­dere un periodo di sconforto di scetticismo e di inerzia, come in ogni organismo, dopo uno sforzo di intenso lavoro, succede un pe­riodo di riposo, in cui par che si allenti e si abbandoni non solo la forza del brac­cio, ma l’agilità del cervello.
Persuadeva altresì a questo quietismo — e vi cooperava — il diffondersi delle teorie socialiste e dell’utopia pacifista. L’orgoglio nazionale sfumava e si annientava nel so­gno di una fraternità internazionale: e an­che uomini meno ingenui del buon Teodoro Moneta, uomini del valore di Luigi Luzzatti insegnavano, senza arrossir di vergogna, che l’unico ideale degli italiani doveva essere la pace, anche a costo di molte viltà.
Era un vangelo di rassegnazione, che si predicava da tutti i pulpiti a un popolo già poco fiducioso in sè stesso. Il Governo e i partiti estremi erano inconsciamente d’ac­cordo nel frenare ogni impeto di dignità, nel cloroformizzare ogni tentativo di ener­gia nazionale. L’Italia doveva assistere, umi­le e timida, a quel che facevano gli altri: essa non doveva far nulla, essa doveva di­menticare il passato, non preoccuparsi del­l’avvenire, e imitare, semplicemente, la Sviz­zera, l’allegro, tranquillo e felice paese d’al­bergatori.

***

Questa filosofia suicida non poteva non su­scitare una reazione. Si addormenta, ma non si spegne un paese che si chiama l’Italia. E a poco a poco il paese si è svegliato.
Le rifiorenti condizioni economiche, per­mettendogli di levare gli occhi su dalla quo­tidiana preoccupazione dell’interesse mate­riale, gli insegnarono a guardare più in alto e più lontano: e il paese vide e sentì che la sua fortuna, le ragioni stesse della sua vita erano anche e sopra tutto in quei pro­blemi internazionali, che la miopia settaria dei partiti o la miseria intellettuale dei go­vernanti aveva trascurato sinora.
E poiché ogni movimento dell’opinione pubblica si accentra e si simbolizza, se posso dir così, nella parola o nel gesto di alcuni uomini che ne divengono gli esponenti di fronte alla nazione, io credo che questo ri­sveglio italico — da tempo latente nell’a­nima collettiva — si sia affermato in tre momenti della nostra recente vita parlamentare: nell’ultimo discorso di Alessandro For­tis, nel volo di Barzilai, nel discorso di En­rico Ferri.
Quando Alessandro Fortis, nel dicembre 1908 pronunziò quel discorso che infiam­mò d’entusiasmo tutta la Camera, la Stampa scrisse in una breve linea un commento scul­torio. Alludendo a Tittoni, questo giornale stampò: un uomo è caduto, ma si è levala l’Italia. E veramente in quell’attimo era la nazione intera che per mezzo dei suoi rap­presentanti gridava, contro chi l’aveva esposta al ridicolo, la sua volontà di essere forte e rispettata nel mondo.
Se un atroce destino non avesse col disa­stro di Messina e di Reggio annichilito d’un tratto, come con un colpo di piazza, ogni energia nazionale, ben altre forse sarebbero state le conseguenze politiche di quel di­scorso.
Più tardi, quando vennero in discussione alla Camera le nuove spese militari, l’ono­revole Barzilai ebbe il merito di spezzare una tradizione di equivoci che oscurava da tem­po la lealtà di una parte dell’Estrema Sini­stra. Il patriottismo non è sincero se non è, oltre che di parole, di fatti. E voler l’Italia dignitosa e fiera, senza darle i mezzi per es­serlo, era una triste prerogativa di alcuni uomini politici che non si sa se fossero più ingenui o più gesuiti. L’onorevole Barzilai, nel dare il suo voto favorevole alle spese mi­litari non fu seguito da tutti i suoi compagni di fede; ma il suo leale coraggio aveva, ol­tre il valore d’un esempio, anche il valore d’uri sintomo. Esso indicava la via per la quale si sarebbe messo fra non molto tutto il suo partito. I mediocri adoperano sempre qualche tempo per seguire il loro capo.
Così, quando Enrico Ferri, reduce dall’America, fece la sua rentrée parlamentare con un discorso che parve imperialista, ed era semplicemente ma nobilmente italiano, un altro equivoco fu tolto dalla nostra tor­bida e mediocre vita politica. E gli impar­ziali riconobbero che se vi sono ancora dei socialisti bizantini che discutono per mesi sul loro giornale se esista o non esista la patria, e concludono (poveretti, un po’ tar­di!) che essa esiste e che bisogna armarla, ma poi vengono alla Camera a votare contro (o logica partigiana!) alle spese militari, — vi sono però anche dei socialisti di maggior ingegno e di più vivo senso d’opportunità che comprendono come il destino del nostro pae­se sia legato indissolubilmente all’influenza che esso saprà esercitare oltre i monti e ol­tre i mari nel mondo.
Anche Enrico Ferri non ebbe quel giorno l’adesione dei suoi correligionarii — le indi­vidualità superiori sono sempre sole quando tracciano al proprio partito una via nuova più ampia e più diritta di quella fino allora battuta — ma egli dimostrò che il sociali­smo italiano non s’irrigidiva più in alcuni an­tiquati preconcetti antipatriottici, e sapeva anzi, come il socialismo tedesco, conciliare l’amore alla patria con l’amore alla umanità.
Per vie diverse — dunque — da uomini d’ordine e da cosiddetti sovversivi, da libe­rali di sinistra, da repubblicani, da socialisti, con l’opportunismo geniale di Alessandro Forlis, con l’entusiasmo irredento di Salva­tore Barzilai, con l’eloquenza sempre abile e sempre fascinatrice di Enrico Ferri, si è determinata alla Camera una corrente la qua­le, appunto perché formata da varie sor­genti, rispecchiava un sentimento, un bisogno non di questo o quel partito, ma di tutti gli italiani: era l’impeto di una volontà na­zionale, che ancor compressa e mal guidata, si sprigionava senz’ordine e senza logica, tra le incertezze di molti, le esagerazioni di al­cuni, le reticenze di altri; ognuno dava al­l’idea la particolare tonalità del suo tempera­mento, e modulava la voce secondo il ritmo imposto dal suo partito, ma il leit-motif era uno solo: finalmente da tutte le bocche, da tutti i cuori usciva il grido: noi vogliamo l’Italia forte, rispettata, temuta.
Questa volontà, questa coscienza, era il ter­reno fecondo su cui doveva sorgere e cre­scere quella novissima pianta della vita po­litica italiana che si chiama il nazionalismo.

agosto 1909.

 

Nazionalismo Italiano e nazionalismo francese.

In politica, i nomi sorgono, come i pro­grammi, prima dei partiti che vorrebbero rappresentare. Sono titoli di volumi non an­cora scritti. E diceva giustamente uno dei più fervidi e più geniali nazionalisti, Gualtiero Castellini, che il nazionalismo è oggi, più che un partito, una tendenza e una speranza. È una tendenza perchè riflette uno stato d’animo generale: è una speranza, perchè interpreti di questo stato d’animo sono i gio­vani: non è un partito, perché le molte e varie voci che lo affermano non hanno an­cora trovato la fusione e l’accordo. Le energie esistono, ma sparse: sembra che atten­dano qualcosa o qualcuno che, riunendole, dia loro la coesione del fascio di verghe che non si può spezzare.
Per raggiungere questo ideale le difficoltà sono molte. Prima fra tutte, forse, quella che dipende dalla scelta del nome. Quan­do si dice nazionalismo il pensiero corre — involontariamente — al nazionalismo fran­cese. E i più, credendo che il nazionalismo italiano non sia che una copia di quello di Francia, ne risentono un’impressione di antipatia.
Ora, è necessario dissipar questo equi­voco.
In Francia, per ragioni peculiari allo stato politico attuale della Repubblica, la parola nazionalismo è sinonimo di partito retrogrado, clericale, antisemita, legittimista. I nazionalisti d’oltre Cenisio hanno mesco­lato e intorbidato la purezza del loro senti­mento patriottico con tutte le passioni mal­sane o mediocri della politica parlamentare : non hanno saputo, cioè, tenere l’idea più alta dei partiti: l’hanno rimpicciolita, facendola servire a scopi di rivalità interne, combat­tendo per lo Stalo Maggiore contro Dreyfus, per la Chiesa contro la libertà di pen­siero, per una dinastia contro la repubblica.
Lo stesso Maurizio Barrès che è, se non forse la personalità politica più influente, certo l’ingegno maggiore del nazionalismo francese, appare a noi sotto due luci di­verse, secondo che consideriamo l’opera sua battagliera di deputato e di uomo politico, o l’opera sua geniale di romanziere e di fi­losofo. La prima — che si riassume nei suoi discorsi alla Camera, nei suoi articoli e in alcuni suoi libri violenti di polemica, come Scènes et doctrines du nationalisme — ci mostra un temperamento tutto fiele che par goda nell’accanirsi contro le per­sone, e par voglia incanagliarsi nelle que­stioni più misere e più velenose, dimenti­cando la lotta leale per i principi. La se­conda invece, che si riassume nei suoi vo­lumi più belli, in quella magnifica serie di romanzi intitolata Les bastions de l’Est, rivela l’anima grande e serena di un fran­cese che, levandosi su dalle oscure polemi­che della vita politica quotidiana, guarda il problema della sua razza e della sua nazio­ne con un amore che è orgoglio ed è fede, e a questo amore consacra le sue migliori energie.
Dualità dolorosa codesta, che noi stranie­ri abbiamo il diritto di constatare e di de­plorare, ma della quale abbiamo anche il dovere di non tener conto, quando studia­no il nazionalismo, non come una pianta indigena del suolo francese, ma come un fenomeno che ha ovunque le sue radici, perche è ovunque l’indice dell’orgoglio e della forza d’un popolo.
In Italia non è possibile che il naziona­lismo degeneri, passando dall’idea alla real­tà, dalla teoria alla pratica, come è dege­nerato in Francia. E se noi avessimo la for­tuna di veder sorgere oggi fra noi un Maurizio Barrès che si facesse nei romanzi l’araldo del patriottismo, noi non avremmo certo la vergogna di vederlo abbassarsi nella vita politica alla difesa di tutte le cause rea­zionarie. Le nostre condizioni sociali non lo consentirebbero.
Anzitutto, in Italia non ci sono dinastie che contrastino il potere a chi lo regge attualmente, e non esiste quindi nemmeno l’ombra di un partito legittimista. In secon­do luogo, noi non abbiamo avuto — e af­fermo anzi che fra noi non sarebbe stato possibile — uno scandalo così lurido e così lungo come l’aifare Dreyfus, che ha ma­lauguratamente schierato alla difesa di al­cuni falsari, troppi ingenui, i quali crede­vano difendere l’esercito, e invece lo disor­ganizzavano e lo umiliavano, facendolo re­sponsabile dei delitti di pochi. Infine, il partito clericale in Italia non potrebbe mai essere un partito nazionalista, per la sem­plice ragione che i clericali italiani com­batterebbero, anziché aiutare, lo sforzo di coloro che vogliono grande una nazione, la quale ha tolto al Papa il poter temporale.
Se dunque il nome è identico — e non poteva esser diverso — il contenuto del na­zionalismo italiano è opposto a quello del nazionalismo parlamentare francese. Mauri­zio Barrès resta un maestro, quando lo si consideri soltanto come filosofo e artista, quando si prendano per modelli i suoi ro­manzi: Au Service de l’Allemagne, o Colette Baudoche, quando si estraggano da tutti i suoi libri quei frammenti che costituiscono, riuniti, la magnifica teoria della responsa­bilità di ogni individuo verso la sua terra e verso i suoi morti;[1]  ma diventa un avver­sario, un nemico, quando egli parla o scrive come deputato, quand’egli si erige — forse più per disciplina che per convinzione ;— a paladino di certe cause che noi arros­siremmo a difendere.
In Italia, quindi, il nazionalismo non è e non può essere — per fatalità storica e per ragioni di ambiente — che un partito liberale, sinceramente e audacemente libe­rale, che vuol risvegliare le addormentate energie nazionali, e indirizzarle tutte nei commerci, nelle industrie, nelle arti, nella scienza, nella politica, al fine unico del­la grandezza della patria. Il nazionalismo vuol dare, insomma, a ogni italiano quel vero patriottismo, che oggi sfuma o si fran­tuma in troppi regionalismi, e sostituire ai piccoli ideali che oggi riducon tutti i pro­blemi della vita a una questione di ventre o a una questione di quieto vivere, l’idea­le più difficile a raggiungersi, ma più bello, di una grande Italia. Il nazionalista è un uomo che sente l’orgoglio della sua razza e della sua civiltà latina e la vuol difendere contro gli stranieri, che tentano sna­turarla. Il nazionalista ama il suo paese, non col calcolo utilitario di un arrivista, ma col bell’impeto di un giovane innamorato, e lo vuol glorioso nel mondo, con la secura co­scienza di chi prevede il futuro, avendo lun­gamente studiato e meditato il passato.

***

Questo programma è, più che un pro­gramma, un sentimento e una fede: e gli spiriti pratici e positivi chiederanno giusta­mente in qual modo si possa realizzarlo.
Finora — e lo abbiamo detto — non ¡vi sono stati che dei tentativi di realizzazio­ne per mezzo di alcuni giornali nazionali­sti i quali, sorti in vari punti della peni­sola c combattendo con diversi metodi, han­no tuttavia espresso un solo pensiero e mirato a un unico scopo. E poiché per ricostruire bisogna prima abbattere, e poi­ché quando molto si ama, molto anche si odia. Fazione collettiva di tutta la giovane schiera nazionalista si è riassunta per ora nella guerra all’onorevole Tittoni. Il mini­stro degli esteri è stato il bersaglio, con­tro cui hanno tirato, concordi, tutti i sol­dati del nuovo partito. Era naturale, ma era ingiusto. Era naturale, perchè l’ono­revole Tittoni, con la sua politica a rimor­chio dell’ Austria, rappresentava l’antitesi viva di ogni dignità e di ogni orgoglio italiano: era ingiusto, perchè credo si debba precisamente alla politica di Tittoni, alla rea­zione cioè che essa ha suscitato in tutto il paese, se il nazionalismo è sorto, se si è affermato con tanta rapidità, se ha visto raccogliersi sotto la sua bandiera tante per­sone di diverso colore politico. Sarebbe dun­que un’ingratitudine insistere nella guerra a Tittoni; sarebbe sopra tutto ormai una ba­nalità e una monotonia.
Non è il Governo o un ministro che biso­gna combattere e abbattere: è il paese che bisogna a poco a poco risollevare dal quietismo in cui si adagiava sinora, affin­chè, mutati i suoi sentimenti, esso sappia mu­tare chi lo dirige.
Il nemico vero del nazionalismo è quella indifferenza del pubblico per tutti i proble­mi internazionali, che è, purtroppo, insegna­ta da uomini, i quali dovrebbero compiere ben altra propaganda. Noi crediamo invece che il nostro paese dovrebbe spingere lo sguardo anche fuori dei confini, dove è una non trascurabile parte d’Italia, e dove sono tanti italiani.
E affinchè non mi si fraintenda, spiego subito che non voglio alludere, con queste parole, soltanto agli italiani di Trento e Trieste e delle altre provincie irredente. I giovani nazionalisti finora — ed è questo un altro punto in cui sono tutti concordi — hanno fatto del nazionalismo una specie di contraltare al pangermanismo, e la testa di turco su cui hanno vibrato i più fieri col­pi è stata, dopo Tittoni, l’Austria.
Dati i precedenti della nostra politica, dati i sentimenti della nostra gioventù e date an­che le…. cortesie di cui ci gratificano gli alleati di oltre Brennero, la cosa non può sorprendere, perchè è logica.
Ma è bene proclamare che se il nazionalismo, in principio, doveva prendere fatal­mente questa direzione, dovrà, in seguito, spogliarsi di questo carattere esclusivamente anti-austriaco, che potrebbe ingenerare nei maligni il dubbio che il nazionalismo non sia, sott’altro nome, che una rifioritura di irredentismo, e dovrà occuparsi non del solo problema italo-austriaco, e non della sola difesa della nostra nazionalità nelle province soggette alla Casa di Asburgo, ma di tutto ciò che riguarda oltre i monti e oltre i mari i figli d’Italia e gli interessi della ma­drepatria.
Così, estendendo la sua propaganda, e dandole un carattere di obbiettiva serenità, il nazionalismo potrà compiere più efficace­mente quella che è per ora la sua funzione sociale; infondere nel Paese, con la cono­scenza ampia di tutti i problemi che lo ri­guardano, la coscienza dei suoi doveri e l’or­goglio del posto che occupa fra le Nazioni.
Forse, quando questa propaganda avrà portato i suoi frutti, e la fede che oggi ani­ma alcuni sarà diffusa in tutti, e non vi saranno quindi più predicatori di viltà, e la spina dorsale della Nazione si sarà rad­drizzata, forse allora potrà sorgere un vero e organico partito nazionalista, con un pro­gramma ben definito, con uomini che lo in­carnino e che con esso e per esso sappiano condurre la patria a più alti destini.

agosto 1909.

 

[1] Vedi nella Nuova Antologia, 1° gennaio 1910, il mio studio; L’amore e la morte nell’opera di Maurizio Barrès.

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