Richard Jewell: una storia americana – Recensione

di Attilio Sodi Russotto

Nell’amplissimo panorama cinematografico statunitense, pochi cineasti sono così profondamente, autenticamente americani come Clint Eastwood.
Giunto ancor atletico ad ottantanove primavere compiute, Eastwood si è sempre posto come interprete principe dei vari volti dello Zio Tom, incarnando prima lo spirito libero e pionieristico della frontiera nelle sue gloriose scorribande nel genere (spaghetti) western, per poi prestare faccia e pugni alla personificazione del “Law&Order”, ossia l’ispettore della polizia di San Francisco, “DirtyHarry Callaghan. Cosa rappresentava infatti Callaghan “la Carogna” se non il mito, l’immagine, l’icona della dottrina, profondamente americana, del “legge ed ordine”, ossia il coraggioso, integerrimo ed inflessibile tutore dell’ordine che ogni giorno, malgrado burocrazie avverse, colleghi incompetenti, superiori vanitosi, si alza la mattina motivato dall’unico pensiero di dare la caccia ai delinquenti ed ai contravventori della Legge, e di proteggere i “law abiding citizens”, preferibilmente se di sesso femminile e di sicura avvenenza, in una dicotomia fra buoni e cattivi secca e scolpita nel marmo; se per qualche motivo uno o più agenti violavano essi stessi la legge o ostacolavano il ruvido ispettore, lo facevano per mera inettitudine o disonestà personale, lasciando intatti ed immacolati onore e giustizia dell’ordine costituito in quanto tale.
Passarono gli anni, e Eastwood, dismessi per motivi di età i panni del poliziotto duro e puro e del coraggioso pistolero, transitò gradualmente ad un livello registico (e saltuariamente anche recitativo) dal calibro più prettamente autoriale, evoluzione stilistica che si trovò, però, ad essere accompagnata anche da una notevole maturazione personale.
I lavori di Eastwood iniziarono ad essere caratterizzati da un’indagine progressivamente più critica di quegli stessi modelli sociali ed ideali di cui lui stesso era stato, da attore, un indiscutibile portavoce. Prima il grandioso “trittico morale” (Mystic River, Million Dollar Baby, Gran Torino), probabilmente il punto più alto della sua filmografia, quindi l’indimenticabile dittico sulla battaglia di Iwo Jima, nel quale non ci si limitò ad attaccare di punta e con inusitata aggressività l’ipocrisia del militarismo americano (Flags of Our Fathers), ma si tentò anche, riuscendoci pure in lunghi tratti, di immedesimarsi nei valori e nell’etica del Nemico, ossia i giapponesi (Letters from Iwo Jima, con il suo virile e commovente finale).
Seguirono quindi, fra gli altri, American Sniper e Sully, gli atti di incredibile abnegazione dei cui protagonisti originatisi ormai non più dal sostegno morale di un ordine costituito idealizzato e manicheo, ma dalla profonda forza interiore di uomini straordinari che dal sistema non solo non vengono capiti, ma dal quale vengono addirittura più o meno tacitamente respinti. Possiamo dire che American Sniper e Sully, due opere radicalmente americane, siano vere e proprie “prove generali” per questo Richard Jewell, in cui Clint Eastwood si appresta a tirare le somme, facendo i conti con tutta la propria storia, umana ed artistica.
Richard Jewell, personaggio realmente esistito, ed interpretato da un Paul Walter Hauser di una bravura letteralmente straordinaria, è solo un uomo comune. Obeso, dalla salute precaria, vive con la mamma (il premio Oscar Kathy Bates), privo di relazioni ed altri affetti se non un solo amico. Richard ha, però, un grande sogno; si sente investito di una missione, protect and serve, proteggere e servire la collettività ed i buoni cittadini, e contrastare in ogni modo qualsiasi violazione della legge, missione questa a cui si approccia con entusiasmo quasi messianico. Con il suo rigido zelo, con la sua intransigenza, che per certi versi, con molti chili ed un diabete in più, ricorda proprio Harry la Carogna, finisce per rendersi antipatico a dirigenti e superiori, finendo per dover rinunciare al posto da poliziotto in favore di un più modesto incarico come guardia di sicurezza al Centennial Park di Atlanta, in Georgia, in occasione delle Olimpiadi.
Poi, la bomba, piazzata, si saprà solo più avanti, da Eric Rudolph. Morti, feriti, sangue, devastazione, ed un eroe per caso, Jewell, la guardia giurata obesa che con il suo scrupolo ha impedito un bagno di sangue ben più grave; un’acclamazione che dura lo spazio di appena tre giorni, prima che, complici l’apparenza fisica, lo stile di vita solitario e sedentario, il rapporto simbiotico con la madre, la stampa decidesse di sbattere il mostro in prima pagina, ritenendo di trovarsi fra le mani il prototipo perfetto di “finto eroe”, disposto ad uccidere per uscire dall’ombra impenetrabile di una vita misera.
L’attacco alla crudeltà, alla cattiveria, alla falsità dei mass media, dispostissimi a devastare senza pietà la vita di un uomo per vendere qualche copia in più è palese, feroce, evidentissimo. Ciò che però è ancora più interessante è un secondo livello critico, più sottile e forse più complesso da cogliere immediatamente, ma assai più rilevante.
Nella persecuzione giudiziaria a cui l’innocente Richard Jewell verrà sottoposto, ciò che risalta è il ruolo di inerme capro espiatorio che il pover’uomo si lascia, passivamente, attribuire. Nonostante la tracotanza, l’approssimazione, l’ottusità dell’FBI e delle altre forze inquirenti si facciano progressivamente sempre più chiari, nonostante i soprusi diventino sempre più intollerabili, Richard è fermamente convinto che, comunque, alla fine gli inquirenti comprenderanno che lui è innocente, e cominceranno a trattarlo da “sbirro a sbirro”, perché, si sottintende, non è possibile che le forze dell’ordine, cioè i buoni per antonomasia, vogliano la rovina non solo di un uomo innocente, ma di “uno come loro”. Sarà il combattivo avvocato Bryant (il premio Oscar Sam Rockwell), ad aprirgli gli occhi ed a salvargli la vita.
Il dado è tratto, e quello che ne emerge è un Clint Eastwood che, al culmine della maturità umana ed artistica, sceglie di affrontare l’ipocrisia di fondo di quel modello a cui anche lui, l’arciamericano, politicamente repubblicano di ferro, conservatore d’acciaio, possiamo ritenere abbia fermamente creduto. Il sistema non è più “giusto”, con qualche deprecabile, fastidiosa, deviazione; lo status quo, l’ordine costituito che sceglie di mascherare la propria inettitudine sbranando un poveraccio solo e debole, non rappresenta più la Giustizia; i tutori della legge, l’equivalente domestico dei soldati americani impegnati nelle sanguinose esportazioni di democrazia in giro per il mondo, non sono più buoni per definizione.
La verginità di un sistema socio-politico è implacabilmente persa, la Luminosa Città sulla Collina è sotto accusa. Richard Jewell diviene quindi un accorato, doloroso, potente appello, vergato da chi come pochi altri può permetterselo – ossia Clint Eastwood l’arciamericano – affinché chi percepisce chiara l’ingiustizia dentro il suo cuore cessi di affidarsi ciecamente a vecchi schemi ormai inadeguati, e si alzi in piedi, per riacquistare il proprio orgoglio, la propria dignità, la propria libertà, anche in nome ed in memoria di chi ormai non può più farlo (Richard Jewell morirà, pur scagionato completamente, di crepacuore a soli 44 anni, sopraffatto dalla malattia e dai dispiaceri).

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