Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (7°parte)

Per una bandiera

Parole pronunciate l’11 giugno 1905 a Padova, nell’Aula Magna dell’Università, inaugurandosi solennemente una ban­diera donata alla Società Dante Alighieri dalle signore tren­tine, triestine, istriane, goriziane e dalmate.


Non per modestia, ma per bisogno di ve­rità, io devo confessarvi di non sapere quale squisita e generosa cortesia abbia guidato le signore trentine, triestine, dalmate ed istria­ne nello scegliere me per dire a voi quello che troppi altri avrebbero detto assai meglio, quello che esse stesse — le donne dell’Italia irredenta — avrebbero potuto esprimere con l’eloquenza fascinatrice dell’animo femminile.

Certo so che l’aver io accettato l’onorifico incarico è dipeso unicamente dal fatto ch’io sono trentino. Come tale non potevo negare la mia povera voce a questa festa dell’italia­nità, e se la mia coscienza mi ammonisce che sono impari al compito che mi si è voluto affidare, il grido del mio cuore mi fa spe­rare che chi sente, come io sento, tutta la poesia dell’atto patriotticamente gentile che oggi si celebra troverà anche le frasi per esprimerla non indegnamente.
La cerimonia d’oggi è una cerimonia sim­bolica il cui significato s’innalza fino alle vette di un ideale altissimo e nobilissimo.
V’è in Italia una Società che, all’infuori e al di sopra della politica, persegue il santo scopo di difendere oltre i confini la lingua di Dante, la cultura e la civiltà latina, la gloria intellettuale di Roma; e ad una se­zione di questa Società in cui palpita il sen­timento più puro della patria, le madri, le mogli, le sorelle di quegli italiani che devono quotidianamente lottare per non lasciarsi im­bastardire il cervello ed il cuore, offrono una bandiera trapunta dalle loro mani e intes­suta anche dal loro vigile pensiero d’amore.
Che cosa dice a voi questo dono, o signori della Dante Alighieri? Quale messaggio vi porta nelle sue pieghe questa bandiera? Qua­li fremiti susciterà sventolando libera al sole?
Vi porta il saluto delle terre che sono e si sentono italiane per un intangibile diritto storico ed etnografico; vi porta il saluto del mio Trentino la cui anima italiana è pura e limpida come la brezza che scende dai suoi monti, e il cui carattere è saldo con­tro ogni sopraffazione come le sue rocce dolomitiche contro ogni bufera; vi porta il saluto di Trieste, la fedele di Roma, la città fiera e tenace che di fronte a due nemici implacabili, il pangermanismo e lo slavismo, erge la sua cattedrale di San Giusto gloriosa come un ricordo secolare, sicura come una fede che non transige e come una speranza che mai non muore; vi porta infine il saluto di quella Dalmazia che dette alla repubblica di Venezia gli ultimi e più eroici suoi difen­sori, e di quell’Istria che pare una foglia d’edera distesa nel mare a testimonio del suo eterno amore verso la penisola cui agogna!
E col saluto, questa bandiera vi porta un ringraziamento e un augurio. Vi dice grazie per il molto che avete già fatto in difesa dell’italianità di quelle provincie; vi augura che ancora molto vogliate e possiate fare per coloro che attendono e sperano.
Quel grande veicolo di coltura che fu ed è nel mondo la lingua italiana si trova ogni giorno ogni ora maggiormente insidiato nel Trentino e nella Venezia Giulia: resistono co­là gli italiani con un ardore degno della più grande ammirazione, ma essi sono pochi con­tro moltissimi, poveri contro ricchissimi. Non solo il governo cerca di aumentare con ogni mezzo burocratico l’influenza e la necessità della lingua tedesca, ma una grande Società, lo Schulverein, disponendo di capitali enor­mi, stende sul disgraziato paese una fitta rete di scuole e di biblioteche tedesche ove l’a­nima nazionale, pur reagendo, si sente a poco a poco fatalmente impigliata; e gli Slavi dal canto loro compiono nell’Istria e nella Dalmazia con la Società dei Santi Ci­rillo e Metodio un’opera parallela di inva­sione intellettuale.
Così, soffocati fra due nemici che non dan tregua, insidiati nel tesoro maggiore d’un po­polo, la sua lingua, gli italiani dell’Austria volgono a voi, signori della Dante Alighieri, il loro pensiero di speranza, e lo volgono ol­tre che a voi e più che a voi a tutti gli ita­liani del regno.
La patria, la grande patria di cui sentono il nostalgico desiderio e di cui sono oggi le sentinelle avanzate verso lo straniero come furono un tempo, sotto Augusto, l’estrema legione contro i barbari, si preoccupa vera­mente di loro e fa per essi quanto i tedeschi e gli slavi fanno pei loro connazionali? O non manca forse a noi — cittadini tranquilli e relativamente felici di un popolo libero — la costante visione di ciò che soffrono i nostri fratelli, l’assidua cura di aiutarli, il desiderio di volgere verso di loro almeno un po’ di quella passione politica, di quell’ingegno e di quell’attività che sprechiamo, spesso così inutilmente, nelle nostre meschine lotte parlamentari?
I tedeschi son forti nel Trentino e lungo le coste orientali dell’Adriatico perché hanno dietro a loro tutta una grande nazione che li sostiene moralmente e materialmente; e anche noi saremmo forti lassù se, più di quel che oggi non faccia, ci seguisse e ci confortasse continuo ed unanime il palpilo di tutta l’Italia.
Per questo, signori, se il nostro pensiero è di gratitudine per la Dante Alighieri che su noi vigila e a noi provvede, è anche di invito e di incitamento agli altri italiani che ci dimenticano o ci trascurano. Per questo, la bandiera che le donne di Trieste e di Trento oggi offrono, vuol essere non solo un pegno di riconoscenza per la Società che ci aiuta, ma anche un segno che richiami più caldo e spontaneo intorno a noi il sentimento del popolo, un vessillo che inciti a raccolta tutte le energie della patria per un’opera di difesa civile.
Suona un’ora triste e difficile per gli ita­liani d’oltre confine: e dovrebbero compren­derlo, sentirlo gli italiani d’Italia. Dovrebbe­ro, in questo solo imitare i tedeschi; e come quelli si stringono compatti intorno allo Schulverein e ne formano un colossale strumento di guerra intellettuale, stringersi anch’essi intorno alla Dante Alighieri, e dare a questa Società tutta l’ampiezza, tutta l’importanza, tutta l’efficacia che il suo nome glorioso e simbolico attende ed esige.
Se venisse un giorno in cui ogni italiano non misero fosse socio della Dante Alighieri, il popolo nostro avrebbe non solo compiuta opera saggia di patriottismo dando Vita a un’istituzione gagliarda che potrebbe difendere e diffondere la lingua e il nome d’Ita­lia nel mondo, ma avrebbe anche compiuto un’opera alta di poesia. E solo allora gli italiani potrebbero dire d’aver degnamente onorato il poeta, quando la Società che da lui si intitola tutti li comprendesse; solo al­lora l’anima collettiva avrebbe raggiunto nel­lo slancio dei suoi affetti il genio solitario del pensatore. Perché, di fronte alla Divina Commedia, sublime opera d’arte del genio individuale, starebbe l’ostinata devozione di tutto un popolo che afferma e vuole coi fatti l’imperitura italianità d’ogni sua provincia, — e sarebbe tal poema di sentimento na­zionale e tale opera d’arte da valere per il progresso umano come e più delle divine ter­zine dell’Alighieri!
Questo augurio, questo bel sogno io ho sen­tito l’impulso di esprimervi, o signori, sicuro di interpretare l’intimo pensiero non solo di coloro nel cui nome ho l’orgoglio di parlare, ma anche di quelli cui ho l’onore di rivol­germi.
Una felice concordia di intenti e di spe­ranze ci unisce in quest’ora: la bandiera che vi consegniamo dice il vostro ideale ed il nostro: essa non è che l’immagine sacra che si scambiano fraternamente i credenti in un’unica fede.
Ma permettetemi di aggiungere che il dono acquista significato e si avvolge in un profu­mo di poesia per la qualità di coloro che ve lo offrono. Come più dolci fremono nel cuore e si schiudono dal labbro femminile gli affetti della famiglia, così più puro e più santo esce dall’anima femminile l’amore di patria. Nella donna questo amore si spiritualizza col sa­crificio, si concentra nella modestia, ed è il fuoco latente che scalda ogni ora ogni minuto l’entusiasmo esteriore degli uomini.
Qualunque cosa una nazione sia — ha det­to un filosofo — essa è dovuta alle madri di questa nazione. La verità di tale sentenza fu suggellata all’epoca del nostro risorgimen­to quando ogni martire ed ogni eroe testimo­niava col sacrificio della sua vita la fede patriottica che il labbro materno gli aveva istillato; ed io voglio credere che la verità di questa sentenza sarà novellamente suggel­lata dalle donne italiane, le quali seguendo l’esempio e rispondendo al tacito invito delle sorelle d’oltre confine, vorranno confortare col loro appoggio e spronare col loro fascino tutti gli italiani a prender parte alla lotta per l’italianità. Tutti gli italiani, — e spe­cialmente i giovani che devono essere in pri­ma fila in questa come in ogni battaglia.
Io vi parlo, o signori, nell’Aula Magna del­la vostra illustre Università; e in quest’aula un ricordo mi vince e dà alle mie parole un fremito di entusiasmo. Io penso a un’al­tra Università dove recentemente gli studenti indiani furono fatti segno agli insulti più vili, dove si sferrò contro di essi, indisturbata, la ferocia di una popolazione barbara! E mi sembra di non poter meglio chiudere que­ste mie povere parole se non dicendo ai gio­vani: — rispondete all’oltraggio che colpiva non solo le persone dei nostri fratelli ma la coltura e la civiltà della nostra patria; rispondete degnamente, non con rappresaglie che vi abbasserebbero al livello dei vostri ne­mici, ma con la protesta dignitosa e fiera; rispondete raggruppandovi tutti intorno alla Società che nel nome del più grande degli italiani dice il più grande dei nostri sen­timenti, e salutate in questa bandiera — che le donne di Trieste e di Trento offrono alla Dante Alighieri — salutate l’immagine della patria, inchinatevi a lei perché è simbolo di dolori, amatela perché è simbolo di speranze, e promettete di difenderla sempre con tutta la bella energia della vostra giovinezza che forse vedrà — più felice di noi — compiuto il sogno dell’anima nostra!

 

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