Scipio Sighele – Pagine Nazionaliste (11°parte)

Che cosa è e che cosa vuole il nazionalismo

 

I critici compiono spesso inconsciamente questa funzione: di dar vita a quelle opere o a quelle idee che volevano demolire.
Già, per il solo fatto di discuterle, le tol­gono all’oscurità dove potevan rimanere a lungo ignorate, e le portano all’aria e alla luce che son le condizioni necessarie perchè anche i semi intellettuali vivano e crescano.
Ma, oltre a questo, i critici hanno anche un altro merito involontario : essi obbligano gli autori a spiegar meglio il loro pensiero, a ristudiarlo, a precisarlo ; e le polemiche — che non hanno mai naturalmente il risultato di far cambiare parere ad alcuno — hanno però sempre questa conseguenza più fecon­da : di costringere ognuno a cercar nuovi ar­gomenti per difendere la sua idea e renderla quindi più formidabile.
I critici del nazionalismo gli hanno reso questo servizio. Per mezzo loro, noi abbia­mo dovuto ritornare sulle nostre idee, commeritarle, abbiamo cioè potuto presentarle sotto una veste più organica.
Furono molti questi critici, ma poiché in gran parte ripeterono tutti e sempre le stes­se accuse, scelgo per rispondere quegli che le espose con più logica e con più forza, G. A. Borgese.
Il Borgese, con l’abilità che tutti gli ri­conoscono, ha fatto anzitutto questa luci­da osservazione: non è possibile, — egli ha detto, — che nazionalismo sia soltanto un sinonimo di patriottismo, perchè tutti sono patriotti in Italia: il nazionalismo deve dun­que distinguersi per un suo contenuto idi proposte pratiche: altrimenti non varrebbe la pena di avere ribattezzato l’amor di pa­tria a quel barbaro modo.
Ora, prescindendo dal notare (come Ve­dremo meglio in seguito) che le proposte pratiche ci sono, io voglio fin da principio contraddire l’affermazione pur troppo gra­tuita che tutti siano patrioti in Italia.
Se qualche cosa manca al nostro Paese è appunto il patriottismo. Alle generazioni che si sacrificarono per l’ideale di una patria grande e compiuta entro i suoi naturali con­fini, sono succedute generazioni scettiche le quali non hanno di mira che interessi per­sonali e immediati. Pensare a sè e ai pro­pri affari, ecco il vangelo di questa nostra epoca borghese: la maggioranza non guar­da più alto e più lontano. E la prova di questa miopìa nazionale ci è offerta dal Parlamento, dove — G. A. Borgese spero me lo consentirà — vibra assai raramente la nota di un dibattito sincero ed audace su pro­blemi vitali della patria, e dove invece tutti si affannano a risolvere le questioni colle panacee degli accomodamenti e delle dila­zioni, e dove i Ministeri si mutano non per diversità sostanziali di principi, ma per la­vori più o meno sotterranei di alchimia parlamentare.
Il patriottismo esiste in tutti, certamente, ma come una formula rettorica che è como­do adoperare di quando in quando, come una bandiera che al momento opportuno si sven­tola al sole.
Vedete. I socialisti l’anno scorso hanno proclamato che «bisogna difendere e arma­re la patria», ma poi hanno votato contro le spese militari. I repubblicani fanno gli irredentisti in piazza, ma poi urlano anche essi contro le spese improduttive. 
Sono forse questi i patriotti di G. A. Borgese ?
L’onorevole Titloni pronunciò il memora­bile discorso di Carate e promise formalmen­te che l’alleata Austria avrebbe subito con­cesso quell’università a Trieste…. la quale viceversa ci è stata anche giorni sono ne­gata per l’ennesima e non ultima volta.
Luigi Luzzatti (prima di essere Presidente del Consiglio) scrisse in un giornale che noi dobbiamo mantenere la pace anche a costo di ogni viltà, e dette agli italiani questo cu­rioso ammonimento: — chiunque ami la pa­tria non deve occuparsi di politica estera.
Sono forse questi i patriotti di G. À. Borgese?
Io non lo so. So che poiché tutti costoro dicono, e forse pensano, di agire per patriot­tismo, bisognava pure che coloro i quali cre­dono che il patriottismo sia…. un’altra cosa, scegliessero un altro nome per differenziarsi da quei valentuomini. Ecco perchè si sono chiamati nazionalisti. Brutto nome, certo, il nazionalismo, anche per ricordi d’oltralpe, come io stesso ho riconosciuto pubblicamen­te or è un anno; ma la polpa di aver ri­battezzato il patriottismo in così barbaro modo non è tanto nostra quanto di coloro che avendo confuso e abbassato il signifi­cato del patriottismo ci hanno costretti a non poter più adoperare quel nome.
Noi, del resto, non abbiamo paura delle parole, e preferiamo la bontà della merce alla bellezza dell’etichetta. 
Sgombrato così il terreno da una questio­ne pregiudiziale e formale, possiamo proce­dere ad esaminare che cosa veramente sia il nazionalismo oltre quel patriottismo che ne è stato l’origine sentimentale.
G.A. Borgese ha intimato ai nazionalisti: fuori il vostro programma!
Un programma preciso e definitivo anco­ra non c’è, perché i nazionalisti non sono, per loro fortuna, dei candidati alle elezioni politiche, i quali abbiano pronte delle pro­messe da elencare furbescamente dinanzi al pubblico. Sono degli uomini di fede, che van­no liberamente esponendo quello che sen­tono e quello che pensano per rinvigorire la nostra fiacca vita politica. E i loro sentimenti e le loro idee se non si sono ancora scolpite negli articoli di un programma e organizzate ufficialmente in un partito, han­no però avuto una così larga ,eco nell’Opi­nione pubblica, che lo stesso Borgese, — il quale certamente non si occupa di cose che non lo meritano, — vi ha dedicato più volte la sua attenzione e ultimamente un articolo di tre colonne.
Ci combattono, dunque esistiamo.
Ma esistiamo — dice G. A. Borgese — per la disgrazia d’Italia, anzi, per la disgra­zia di tutto il mondo, perchè «siamo un osta­colo collocato sulla via della civiltà».
Il rimprovero è tragico; e noi tenteremo modestamente di difenderci da questa ac­cusa gravissima.
Giulio De Frenzi, riprendendo e svilup­pando un’idea da me svolta or son quasi dieci anni [1], constatava che agli italiani man­ca una coscienza nazionale collettiva, e che la formazione di questa coscienza doveva es­sere il primo scopo del nazionalismo. «La dottrina nazionalista — cito le sue parole — è riassunta nella necessità di dar final­mente, anche in Italia, a ciascun individuo la nozione costante, esatta, imperiosa del suo dovere verso la Nazione, di persuaderlo cioè ch’egli non cessa mai di esser parte inte­grante, se pur minima, di questo grande or­ganismo collettivo e che, rispetto alla vita di questo organismo del quale è parte, egli non può mai, in nessun momento, dimen­ticare o disconoscere la sua individuale re­sponsabilità».
Creare, insomma, un’anima collettiva na­zionale, mentre oggi non abbiamo che anime collettive regionali, ceco l’ideale del nazio­nalismo.
Una delle cause, la più importante forse, per cui la Germania, è tanto superiore all’Ita­lia, sta appunto nel fatto che i tedeschi pos­siedono quest’anima nazionale, quest’orgoglio di razza, che non è affatto sinonimo di or­goglio individuale, ma coincide anzi con la modestia dell’individuo, perchè insegna a questo il sacrificio personale per il Vantag­gio sociale, gli dà cioè quel senso di disci­plina che a noi manca e che, per gli eserciti come per i popoli, è la condizione suprema della vittoria.
Se, per esempio, tutti gli italiani sentissero verso la nazione queiraffetto quella respon­sabilità quell’orgoglio che i milanesi sentono per la loro città, l’Italia sarebbe prospera e forte come è prospera e forte Milano. L’or­goglio campanilistico dei milanesi può essere forse talvolta antipatico, come è antipatico l’orgoglio teutonico, ma senza dubbio è un sentimento ammirevole ed utilissimo: esso è la fiamma che riscalda tutti i cittadini, è la forza morale che produce quell’attività mera­vigliosa cui Milano deve di essere, per tanti rispetti, la più ricca la più ardita la più civile città dell’Italia.
Trasformare e sublimare, se posso dir cosi, questo sentimento regionale in un sentimento nazionale, fare in modo che tutti gli ita­liani siano psicologicamente dei milanesi, non soltanto verso la loro città o la loro regio­ne, ma soprattutto verso la patria, — ecco la base del programma nazionalista.
E da questo programma scaturiscono lo­gicamente, come ognun vede, moltissimi co­rollarii di politica interna e di politica estera.
I nazionalisti sono stati accusati di indif­ferenza di fronte ai problemi della politica interna e ad alcuno è piaciuto gabellarli co­me dei vani parolai irredentisti. Ora, senza notare che alcuni mesi sono Gualtiero Ca­stellini pubblicava nella Grande Italia degli articoli intitolati Il secondo irredentismo nei quali additava appunto il dovere di occu­parsi della questione del Mezzogiorno, il do­vere cioè di redimere quelle terre dalla mi­seria e dall’ignoranza, tutti sanno che Enrico Corradini nella sua ormai lunga propagan­da, nei libri, nelle conferenze, negli articoli, non ha mai dimenticato le questioni eco­nomiche e i problemi della coltura. Soltan­to (ed ecco la differenza tra gli uomini po­litici che s’occupano di questi problemi e i nazionalisti), soltanto mentre per I par­titi costituiti, la costruzione della vita na­zionale è scopo a sè stessa, il Corradini pone il fine della nazione fuori della nazione. Egli vuole cioè — se io bene intendo il suo pen­siero che è anche il mio — fare prospera la patria non perchè essa si racchiuda in sè stessa come la Svizzera, ma perchè possa vit­toriosamente lottare nella concorrenza mon­diale. Noi vorremmo cioè — forse è un so­gno, ma un bel sogno ! — che l’Italia fosse la prima nazione del mondo, come i milanesi vogliono che Milano sia la prima città d’Italia.
È imperialismo questo? E sia. Non abbia­mo, giova ripeterlo, paura dei nomi. Abbia­mo il diritto però che gli avversari non fraintendano questi nomi e non fraintendano so­pra tutto la tattica con la quale vogliamo raggiungere i nostri ideali.
G.A. Borgese aveva creduto di poter at­tribuire ai nazionalisti come un articolo del loro programma «l’avversione contro la tri­plice e il rinfocolamento di ardori bellicosi contro l’Austria».
Il De Frenzi negò che il nazionalismo sia bellicoso ed austrofobo. Mi permetto di ag­giungere che si può perfettamente credere, come io credo, che raggruppamento natu­rale delle grandi potenze europee sia Italia, Francia ed Inghilterra da una parte, ed Au­stria e Germania dall’altra, e nello stesso tempo avere tanta coscienza delle necessità politiche del momento da riconoscere il do­vere di essere triplicisti. Soltanto, anche qui c’è una differenza tra i nazionalisti e…. i patriotti. C’è chi crede che alleanza signifi­chi servilismo: i nazionalisti invece credo­no che si possa essere alleati senza viltà, e che la nostra impreparazione militare non implichi la rinuncia al proprio decoro. Tutti coloro — e sono pur troppo ancora mol­tissimi — i quali non vedono che due vie, o la rassegnazione vigliacca o la guerra, e consigliano la prima per paura della seconda, e vanno dicendo che chi ha forte il senso della propria dignità è un provocatore e quindi un nemico della patria di cui pre­para la certa rovina, — commettono o un atto di ingenuità o un atto di malafede.
Dignità significa difesa: non significa pro­vocazione.
E come nella vita quotidiana non vi sono soltanto i due tipi estremi — egualmente antipatici e riprovevoli — dello spavaldo che va in traccia di attriti, e del vigliacco che tutto sopporta per non correr pericolo, ma v’è il tipo medio dellìuomo dignitoso che ha tanta serietà da non provocare scioccamente nessuno, ma anche tanta energia da non sopportare gli insulti, — così nella vita politica io mi auguro vi sia un partito di uomini che senza essere medioevalmente cer­catori di guerra, ma senza essere nemmeno rassegnati raccoglitori di ogni ingiuria e si­lenziosi registratori d’ogni ingiustizia, abbiano tanta coscienza di sè e tanto rispetto del­la propria nazione da saper alzare la fronte contro chiunque la offenda, e da saper guar­dare in faccia l’avvenire con animo fiero.
Lasciamo ai conventi l’ideale mistico di rassegnazione e di raccoglimento. Le virtù negative hanno forse condotto qualche indi­viduo alla santità: non hanno condotto alcun popolo alla grandezza. Nel mondo dove la natura ha stabilito una fatale legge di con­correnza bisogna lottare per vivere.
E vivere — per un organismo individuale come per un organismo sociale — significa espandersi: significa evolvere tutte le pro­prie facoltà verso l’ideale in cui più crede: significa prepararsi con tenacia oscura ma costante a tutte le eventualità che ci atten­dono e ci minacciano.
Ora, per noi italiani, la prima preparazione consiste nel mantener vivo e forte il senti­mento di dignità nazionale contro coloro che voglion deprimerlo, perchè soltanto da que­sto sentimento potrà derivare quella forza materiale, economica e militare, che ci met­terà in grado di raggiungere lo scopo ,a cui miriamo.

***

Dignità e decoro, noi chiediamo: nulla più: e li chiediamo non solo nelle gravi que­stioni politiche, ma anche in quelle piccole questioni che G. A. Borgese chiama con di­sprezzo «futilità esteriori» come la dicitura di un’insegna e il nome di un Villaggio.
Può sembrare cosa di lieve importanza il difendere ai confini la lingua italiana, e qual­che scettico sorride di quegli ingenui i quali protestano perchè nelle carte geografiche del Touring italiano certi nomi di villaggi ita­liani dell’istria sono scritti in lingua. slava, mentre (terribile lezione che ci viene dagli stranieri!) nelle carte del Club Alpino au­striaco gli stessi nomi sono scritti, come è dovere, in lingua italiana [2].
Noi confessiamo di parteggiar per gli in­genui piuttosto che per gli scettici, e di non credere che codeste sieno soltanto futilità esteriori. Sono sintomi, sintomi dolorosi di quella mancanza di fierezza nazionale che deploriamo.
Come la signorilità di un gentiluomo si rivela anche nell’atto più semplice, così la dignità di un popolo si mostra anche in quelle che il Borgese chiama futilità. E il trascurare queste futilità 0 l’irriderle, signi­fica non comprendere quello stato d’animo di depressione, d’indifferenza e di sans-gène nazionale, di cui esse sono le inconscie rive­latrici.
Le poche cose che ho dette parmi dovreb­bero persuadere gli uomini di buona fede che noi non siamo, come pretende il Bor­gese, «un ostacolo collocato sulla via della civiltà». Saremo forse degli entusiasti che misurano dal proprio ardore quello degli al­tri. E ci inganneremo, forse, come tutti gli entusiasti….
Pure, in fondo al mio pensiero è una spe­ranza.
G.A. Borgese non è così lontano da noi come la sua parola mordace può far sup­porre. Gli spiriti critici provano talvolta la voluttà intellettuale di combattere col cer­vello ciò che è il palpito inconfessato del loro cuore.
Io leggo alla Fine del suo articolo queste parole: «Oggi come oggi, mi pare che uno solo sia l’imperativo: che ciascheduno fac­cia direttamente ed umilmente il suo dovere. Solo così si può contribuire ad elevare il proprio paese dandogli quel che davvero gli manca: il senso di disciplina e di responsa­bilità, Fate che una generazione di uomini forti e probi conquisti i pubblici poteri: sa­remo, se questa sarà la nostra missione, pa­droni del mondo».
Non si potrebbe dir meglio: ma è ap­punto quello che noi pensiamo e scriviamo da tempo.

luglio 1910.

FINE

[1] Vedi il primo capitolo del mio libro: l’intelligenza della folla, 2.a edizione, Bocca, 1910.

[2] Fra i molti esempi che si potrebbero citare, il più tipico è dato dai nomi di Pinguente, Pisino, e Montona che la carta del Touring Club austriaco scrive in italiano, e soltanto in italiano, mentre la carta del Touring italiano lì scrive…. in slavo ! ! !

 

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