L’oblio di una tragedia

di Guglielmo Moretti

Osservando come è cambiato il trattamento riservato al dramma delle Foibe, nel discorso pubblico italiano, non possiamo che rallegrarci: una tragedia che per lungo tempo non ha meritato la benché minima considerazione a livello istituzionale, il cui ricordo è stato a lungo appannaggio di un mondo ristretto, quello degli esuli e della “destra radicale”, riceve oggi una considerazione diversa. Non solo è stato istituito “Il Giorno del Ricordo” con la legge 92 del 2004, ma anche, ed è questo ciò che veramente ha rilevanza, molto maggiore è il numero di coloro che hanno consapevolezza delle migliaia di uomini e donne infoibati e torturati con la sola colpa di essere Italiani. La ricerca storiografica ha fatto notevoli passi avanti e i crimini dei partigiani “titini” sono ampiamente documentati. Certamente residuano degli irriducibili negazionisti, che purtroppo godono ancora di appoggi da parte di una certa sinistra istituzionale, e un buon numero di “benpensanti” che ogni 10 Febbraio non trova di meglio da fare che sollazzarsi con una “spassosissima” ironia sulla pelle di oltre trecentomila esuli, ma tutto sommato costituiscono una minoranza sconfitta dalla storia, seppur rancorosa e accecata dal furore ideologico.
Ciò che ancora manca per la creazione di una memoria radicata e partecipata, è la rappresentazione in carne ed ossa, in prima persona, delle sofferenze patite e delle umiliazioni provate da chi, in quegli anni bui, fu costretto con la minaccia delle pistole ad abbandonare una terra da secoli italiana. Manca nell’immaginario collettivo una rappresentazione viva di quelli che furono gli sfortunati protagonisti di quel periodo, con il loro carico di emozioni, gioie e sofferenze.
A questa esigenza risponde perfettamente “Istria ’45-’46: diario di prigionia” nel quale Ermanno Mattioli racconta il suo trascorso nelle carceri “titine”a partire dal giorno dell’arresto fino all’insperata liberazione avvenuta quasi un anno dopo. Il diario di Mattioli rappresenta perfettamente la dimensione intima, familiare, e individuale della tragedia: non è la narrazione di uno storico impegnato a descrivere “le complesse vicende del confine orientale”, è, invece, la puntuale descrizione delle conseguenze che l’arrivo a Pola dei liberatori ha avuto su una famiglia semplice: l’autore è un maestro di scuola che si trova a dover abbandonare la moglie Antigone, e tre figli per un interrogatorio che sarebbe dovuto durare pochi minuti e che invece si protrarrà per quasi un anno.
“Istria ’45-’46: diario di prigionia” è la descrizione delle torture eseguite dagli sgherri dell’OZNA, la polizia politica slava; è il racconto del trasferimento in nave di centinaia di italiani con mani legate dal fil di ferro lungo un tratto di mare minato, in spregio di ogni più elementare diritto del mare e di guerra; è la testimonianza dell’odio dei “liberatori” per un’etnia, quella italiana, e per una religione, quella cattolica.
È però un diario che non scade nell’odio settario, la “pietas” sorregge il protagonista anche nei momenti di maggior sconforto e frequente è la menzione di gesti caritatevoli compiuti dagli stessi carcerieri in favore dei detenuti. Il disprezzo maggiore è riservato a quegli italiani, “fascisti convinti”, pronti a rinnegare la Fede del giorno prima pur di ottenere privilegi dai nuovi padroni.
Lo stile asciutto, aspro, della prosa lascia talvolta spazio a sprazzi di lirismo: è toccante l’addio a Pola e la descrizione della costa Istriana costellata da cittadine e paesi dai nomi da secoli italiani e che nel breve volger di mesi assumeranno una diversa denominazione, che perdura tutt’oggi.

È la storia di un singolo, ma è il paradigma della storia di molti, troppi, Italiani.

La prossima volta che qualcuno avrà la simpatica idea di irridervi, con il tristemente noto, “E le Foibe?!?” potrete raccontargli la storia di Ermanno Mattioli.

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