L’italiano che fece cadere il Muro, i piccoli ingranaggi della storia

di Johannes Balzano

Non sempre la storia è decisa dai grandi statisti o dai condottieri più audaci, posti al di sopra di ogni morale, venerati come superuomini o dannati per eternità. Anzi, il più delle volte è stata segnata da persone fino a quel momento sconosciute, poco importanti per le dinamiche politico-strategiche, spesso cadute nell’oblio dopo gli avvenimenti che hanno determinato. Pensiamo alle migliaia di migliaia di soldati che con le loro gesta hanno deciso battaglie fondamentali, lasciando la gloria ai loro generali, o alle figure ministeriali e burocratiche descritte come grigie e parassitarie ma che lavorarono a grandi progetti di riforme, o infine alle penne che con libri, testi e articoli accendevano la miccia per le rivendicazioni popolari delle masse soggette agli abusi delle classi dominanti.
Proprio una penna, 30 anni fa, durante una conferenza internazionale della SED, nella Berlino capitale della DDR, pigiò il pulsante del detonatore che fece crollare il Muro di Berlino. Parliamo di Riccardo Ehrman, all’epoca inviato dell’Ansa nella Berlino Est, posto non certo facile per un corrispondente giornalistico, domiciliato a due passi da Alexanderplatz e che visse quei mesi in cui il regime sovietico crollò inesorabilmente su se stesso. Ma cosa domandò Ehrman?  Partiamo dal presupposto che tutto si è svolto in maniera casuale, una serie di coincidenze a catena hanno portato all’inevitabile ma inaspettato riversamento dei cittadini dell’est a ovest, un regime che voleva aperture ma non perire affondò in poche ore, un giornalista in ritardo che pose una domanda piccante ma non pericolosa e che ricevette una risposta non voluta ma pesantissima per la storia. Ma la storia non è proprio casualità? Se solo una di queste coincidenze non si fosse verificata avremo ricordato il 9 Novembre come il pacifico abbattimento di un Muro e un giorno di festa? Ovviamente non lo sappiamo. Se esistesse uno schema divino dietro la Storia, che in questo caso assumerebbe una S maiuscola, si, ma se non ci fosse e regnasse la casualità ogni analisi è lecita, ma soprattutto ogni uomo diventa attore principale nell’ingranaggio della ruota.
Ma facciamo un passo indietro. A tutto il mondo negli ultimi mesi degli anni ‘80 è chiaro che il modello Sovietico ha fallito. In un decennio i vari paesi satelliti avevano preso vigore e girato le spalle a Mosca e si apprestavano a entrare negli anni ’90 come paesi finalmente liberi e indipendenti. Sulle copertine Gorbaciov diffondeva la perestrojka e la glasnost, i due principi su cui  si basavano le liberalizzazioni politiche concesse dal Cremlino. All’interno dell’URSS spinte centrifughe, disastri economici uniti a disastri internazionali, chiudevano il cerchio, brutalmente rappresentato con la tragedia di Chernobyl. Il popolo Tedesco separato anzitempo da quel Muro, simbolo del mondo diviso in due, ma soprattutto simbolo di una Europa tagliata in due che soffriva la Guerra Fredda tramite la divisione forzata di popoli affini, iniziava da tempo a rumoreggiare. Nella capitale ad Est circolavano le forti richieste di liberalizzazione politica, di apertura ma soprattutto la richiesta di poter andare liberamente ad ovest, nell’altra Germania, dove non solo c’erano migliori condizioni politiche ed economiche, ma parenti e amici lasciati lì da troppo tempo. La SED era contraria proprio a questa ultima opportunità, i dirigenti di partito erano consapevoli che ci sarebbe stata una emigrazione di massa verso il mondo capitalista presentato agli occhi dei Tedeschi come fallimentare rispetto a quello socialista.
La congiuntura internazionale, il ritiro dell’influenza sovietica e lo stesso Gorbaciov, mentre Helmut Kohl viaggiava negli altri paesi dell’est a preparare una nuova Europa, consigliavano di aprire in qualche maniera a queste richieste. Ed è così che l’8 Novembre del 1989, alle ore 15 si riunisce il Politbüro della SED, intorno alla figura del suo leader Egon Krenz. Viene stilato un documento, su proposta dello stesso Krenz, in cui viene concessa la possibilità, a partire dalle 4 del mattino del giorno seguente, di lasciare la Germania Est per accedere direttamente alla Germania Ovest, ma il timbro concesso sul passaporto avrebbe significato la perdita della cittadinanza della DDR. Così, pensavano i politici socialisti, si sarebbe scongiurato un esodo di massa e si sarebbe conclusa del tutto l’emigrazione attraverso paesi terzi. L’annuncio sarebbe stato dato da Schabowski quella sera stessa, durante la consueta conferenza internazionale settimanale con cui il regime si apriva al mondo esterno, indossando la maschera della normalità. Iniziano qui le varie coincidenze che portarono Riccardo Ehrman a essere il “dinamitardo” dell’infame muro. Il primo contrattempo accadde proprio negli uffici della SED: Schabowski si presentò soltanto alle 17, prese posto abitualmente vicino a Krenz, gli fu passata una cartellina con la dichiarazione da leggere in conferenza, mentre il politbüro si concentrava nella seduta su altre faccende. Nella trascrizione del documento furono dimenticati due enormi dettagli: l’orario iniziale dell’apertura della frontiera  (4 del mattino) verso la Germania Ovest e che non ci sarebbe stato più ritorno per chi l’avrebbe passata. Schabowski si alzò, entro in macchina e diede il documento al suo addetto stampa senza neanche leggerlo.
A questo punto, poco prima delle 19, Ehrman viene raggiunto  telefonicamente da Potschke membro della SED, che gli dice che nella conferenza ci sarebbe stato qualcosa di importante da sentire, i due comunicano con nomi in codice e gli viene chiesto di raggiungere la conferenza. Al suo arrivo la sala è gremita non ci sono posti a sedere, le telecamere della BBC e della ARD spdroneggiano per la diretta, a Ehrman viene assegnata solo l’ultima domanda, un collega della Bild è seduto in prima linea, alle 16 aveva preso già posizione, anche lui con una domanda causerà quell’afflusso di gente che marcerá su Alexanderplatz, il suo nome è Peter Brinkmann. Potschke aveva avvertito molta gente, la tensione era palpabile. All’arrivo di Schabowski la sala è silenziosa e inizia la conferenza. Per quasi 30 minuti Schabowski parla del più e del meno con il solito lessico burocratico tanto caro agli stati del Socialismo reale. I membri della BBC frastornati dal lungo viaggio iniziano anche a chiudere gli occhi, le domande in sala sono di routine. Arriva il turno di Ehrman, Schabowski ha completamente dimenticato il documento datogli da Krenz.

„Ich heiße Riccardo Ehrman, ich vertrete die italienische Nachrichtenagentur ANSA. Herr Schabowski, Sie haben von Fehlern gesprochen. Glauben Sie nicht, dass es war eine große Fehler, diese Reisegesetzentwurf, das sie haben vorgestellt vor wenigen Tagen?“

“Mi chiamo Riccardo Ehrman, sono corrispondente dell’agenzia di notizie italiana ANSA. Signor Schabowski, lei ha parlato di errori. Non crede che le limitazioni di viaggio spiegate nella legge di qualche giorno fa siano stati un errore?”

In quel momento un lampo passa per la testa di Schabowski, comunica che a proposito ha delle comunicazioni e inizia a cercare la cartellina. Non riesce a trovarla tra gli enormi blocchi di carta. Un assistente si alza e gliela trova. Lui la apre e legge testualmente per la prima volta quelle righe.

„Privatreisen nach dem Ausland können ohne Vorliegen von Voraussetzungen (Reiseanlässe und Verwandtschaftsverhältnisse) beantragt werden. Die Genehmigungen werden kurzfristig erteilt. Die zuständigen Abteilungen Paß- und Meldewesen der Volkspolizeikreisämter in der DDR sind angewiesen, Visa zur ständigen Ausreise unverzüglich zu erteilen, ohne daß dafür noch geltende Voraussetzungen für eine ständige Ausreise vorliegen müssen. […] Ständige Ausreisen können über alle Berliner Grenzübergangsstellen der DDR zur BRD bzw. zu West-Berlin erfolgen.“

“I viaggi privati ​​all’estero possono essere richiesti senza condizioni (giustificazioni di viaggio e motivi famigliari). Le autorizzazioni sono rilasciate con breve preavviso. I servizi competenti del passaporto e le comunicazioni del Volkspolizeikreisämter nella RDT sono incaricati di rilasciare immediatamente i visti per la partenza permanente, senza che debbano essere presenti le condizioni ancora esistenti per una partenza permanente. […] Le partenze permanenti possono essere effettuate attraverso tutti i valichi di frontiera di Berlino della RDT verso la FRG o verso Berlino Ovest. “ 

In sala scende il gelo. Gli americani stentano a crederci. Ehrman dimentica la sua seconda domanda. Schabowski non sembra aver capito la portata delle sue parole. A questo punto Ehrman si riprende e chiede “ab wann”, “da quando”, gli fa eco Brinkman “wann tritt das in Kraft?”, “quando entra in vigore?” Schabowski con tutta la tranquillitá del mondo afferma “ab sofort”, “da subito”. Il Muro esiste solo fisicamente, i giornalisti continuano a non crederci. Schabowski viene inseguito dagli americani che gli chiedono di rileggere tutto in diretta televisiva, il documento viene fotocopiato e tradotto, si temono errori di trascrizione, vengono richieste conferme. Schabowski ancora ignaro della portata delle sue parole le conferma. Ehrman corre al telefono e annuncia all’Ansa urlando che il Muro è caduto, Brinkman corre ad Alexanderplatz, la BBC va in diretta, Kohl viene raggiunto a Varsavia durante una cena di gala. Solo Schabowski salirà in macchina, andrá a prendere la moglie e si recherà in teatro come se niente fosse. Durante l’opera migliaia di persone si reverseranno ai confini e vivranno quelle drammatiche ore che tutti noi conosciamo.  I vertici della DDR entrano in silenzio, non comunicano con la STASI, la polizia inizia a timbrare i passaporti. Schabowski torna a casa e suo figlio gli dirà che il Muro è caduto.
Il caso, la fortuna, la domanda al momento giusto, le chiamate in codice, il ritardo decisivo, l’assistente che trova la cartellina, l’errore di comunicazione della SED, imperdonabile in un momento come quello, portarono al velocissimo e pacifico abbattimento del Muro. Un processo sicuramente dovuto e che si sarebbe realizzato, ma quando? E come? La STASI totalmente impreparata potette solo assistere all’esodo e mettere i timbri. Il cordone di poliziotti sotto la Porta di Brandenburgo si dovette aprire come le acque davanti a Mosè. La Germania era finalmente Unita!  L’Europa riabbracciava i fratelli perduti!
Tolstoj nel suo celebre Romanzo Guerra e Pace, nelle pagine sulla campagna napoleonica affrontó la storia analizzando tutte le coincidenze legate ad essa e di come non solo Napoleone e Alessandro I avessero provocato uno scontro epocale, con centinaia di migliaia di morti, ma che tra le cause ci fossero intrighi politici di duchi e marchesi vari, manovre economiche, l’influenza dei vari cortigiani, il valore dei soldati che spostavano i vari fronti, le intuzioni dei generali come le loro decisioni sbagliate e le comunicazioni mancate, tra cui la celebre scena di Napoleone a colloquio con l’ambasciatore di Alessandro I, che intimidito non riesce a pronunciare l’ultimatum del suo Zar che forse avrebbe potuto far desistere Napoleone, o forse no?  
Ed è  proprio questa la bellezza affascinante della storia: ricostruire gli attimi microscopici che precedono gli eventi di portata straordinaria. Bush, Kohl, Gorbaciov sono stai i protagonisti del disgelo, ma quando e come sarebbe crollato il muro senza la domanda di Ehrman, senza la precisazione di Brinkman o se Schabowski fosse stato presente al politbüro della SED? Uomini ordinari che per una giornata diventano straordinari e che molti anni dopo si rincontreranno, con Schabowski che disse regalando loro un libro, “Wir haben alles falsch gemacht”, “abbiamo sbagliato tutto”, riferendosi a quell’infinita giornata preludio al 9 Novembre 1989.

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