La potenza militare di Roma

Nessun altro popolo al mondo può vantare, come il nostro, fra i suoi antenati, tanto numerose e tanto celebri figure di uomini di guerra, come furono i grandi condottieri romani della età antica. Spiriti semplici, rudi, diritti come il filo della loro spada; campioni incomparabili di maschia e quadrata energia; strumenti decisivi di potenza e di grandezza nel fatale destino imperiale di Roma!
Ciò che più è caratteristico nella storia di questa nostra antica gente d’arme, è la compatta unità con la quale le loro gesta si presentano oggi alla nostra ammirazione; come se un perenne spirito superiore avesse loro impresso quel carattere di continuità e di progressivo sviluppo che non si smentisce mai durante dodici secoli, dalle origini di Roma fino alla caduta dell’Impero. Camillo, Scipione, Mario, Siila, Lucullo, Pompeo, Cesare, Agrippa, Druso, Germanico, Traiano, Giuliano, per non citare che i condottieri più celebri, non sono degli astri isolati, apparsi a intermittenza nel cielo di Roma, quasi a segnarne accidentalmente, nelle varie età, i culmini della potenza militare. Essi formano invece un tutto indissolubile; una costellazione sola; un solo fascio di strumenti umani, agitato da un misterioso destino; quello stesso che aveva lanciato Roma, l’Urbe fatale, dalla oscurità delle origini al fastigio del dominio mondiale, e poi, alla strenna difesa di questo dominio fino allo estremo, contro gli assalti dei barbari. Ciascun condottiero ha bensì la sua fisionomia particolare, ma tutti sembrano rispondere quasi inconsciamente e con inalterabile continuità ad una missione superiore; sì che ciascuno (specie nel lungo periodo di avviamento all’Impero) attua nello sviluppo dell’arte militare romana un risoluto passo innanzi, ma sempre sulla stessa via maestra, in fondo alla quale brilla come faro inestinguibile la grande idea universale di Roma, chiamata dalla Provvidenza a governare il mondo antico e a diffondervi il lievito possente della sua ordinata e feconda civiltà.

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Risaliamo per un istante col pensiero alle origini di quel vigoroso popolo romuleo, virgulto del grande tronco latino-sabino, che viveva accampato in poveri villaggi sulle selvose colline e fra le paludi, là dove poi sorse l’eterna Città, sulla riva sinistra del turbinoso corso del Tevere.
Popolo di pastori e di agricoltori; di gente cioè che non amava certo la guerra per la guerra; ma gettato dal destino in un luogo strategicamente e tatticamente assai forte, perché fronteggiava e dominava quello che allora era il più facile e forse il solo punto di passaggio del fiume a non grande distanza dal mare. Sentinelle quindi avanzate sulla grande via del commercio fra i popoli circostanti e quelli d’oltre mare, questi primi abitatori del suolo di Roma, venivano a trovarsi nella categorica necessità di accentuare e di sviluppare, con rude senso di praticità, anche le attitudini guerriere, sia per sfruttare le privilegiate condizioni topografiche locali a vantaggio proprio, sia per conquistarvi il diritto all’esistenza fra i popoli più vicini, cupidi di dominio e di ricchezza come gli Etruschi padroni dell’altra sponda del Tevere, ovvero intolleranti di egemonie altrui come, nella pianura, i fratelli Latini e i Volsci, e sulle prossime alture, gli Equi e i Sabini.
È perfino da supporre che proprio da queste condizioni originarie di luogo e di ambiente abbiano tratto naturalmente sviluppo quelle che furono poi le più caratteristiche virtù non soltanto militari, ma anche civili del popolo romano. Virtù fiorite forse anche, chi sa?, per un fatale influsso delle solenni linee del paesaggio che fa da cornice al luogo dove quel forte popolo nacque e si affermò. Chi non conosce questo paesaggio? Ancor oggi, nonostante tanto mutar di cose e di tempi, a contemplarla da qualche luogo elevato, questa campagna romana par che infonda nell’animo come un senso arcano di quadrato equilibrio, con la sua armonica e maestosa semplicità del disegno, pur nella ricca varietà degli elementi onde il paesaggio è composto. Sullo sfondo, verso l’Appennino, la linea diritta e uniforme a guisa di immensa cortina, del primo gradino montano dominato verso il centro dal Monte Gennaro; ai lati i due gruppi vulcanici simmetrici dei Castelli Romani da una parte e dei colli di Bracciano dall’altra; nel quarto lato del rettangolo la sponda del mare latino, e, nell’area interna, ampia, appena ondulata, come l’immensa arena di un anfiteatro, la campagna romana propriamente detta, solcata nel mezzo dal corso serpeggiante del Tevere.
Ci può essere un panorama più solenne e più armonico di questo? Si direbbe la visione spettacolosa di un tempio di giganti, fra la cortina di fondo e i due propilei ai lati, sotto l’immensa volta del cielo e intorno alla vasta platea della campagna, nel cui centro sorse, proprio come un’ara, sacra ed eterna, sui suoi sette colli, Roma!
Ora, a ben scrutarle, le virtù fondamentali, guerriere e civili, del popolo romano destinato all’impero del mondo, sembrano in realtà risentire l’influsso di questo maestoso quadro locale di cui Roma è come il punto cruciale. Il senso profondo dell’ordine e delle proporzioni; l’armonico equilibrio in ogni cosa; la stessa subordinazione ai padri nella famiglia, e, per essi, allo Stato, di cui il concilio dei padri era, nel Senato, l’immagine viva ed operante; la rude semplicità della vita agricola, ispiratrice di austera fierezza e di sano orgoglio di razza, di sapienza virile, di costanza, di spirito dì continuità e di progressività; le virtù militari intese, nei singoli e nella collettività, come una chiara necessità e come un sacro diritto civico, più che come un duro dovere: l’esaltazione eroica del sacrificio per la patria comune; tutto questo sfondo religioso, insomma, del vivere civile romano, aveva tratto necessariamente quel popolo di contadini a trasformarsi in un semenzaio fecondo di soldati e di condottieri, pur differenziandosi nettamente da altri popoli, sollecitati, assai più del romano, dall’istinto cieco e brutale della guerra per la guerra.
E così forse poté avvenire che, a un certo punto, Roma molto probabilmente sospinta dal genio animatore e divinatore di un grande eroe guerriero locale, che potrebbe essere l’eponimo leggendario suo fondatore Romolo, trasformasse l’élite del suo popolo (cioè la classe patrizia) in un esercito bene articolato e ben costrutto; disegnato fin da principio nella forma quadrata ed armonica della gloriosa legione, sia pure ordinata nella rozza e compatta massa falangitica originaria. Strumento militare rigidamente unitario nella sua costituzione, vero riflesso del genio unitario della stirpe, in contrasto col tipo degli eserciti delle vicine potenze confederative latina ed etrusca, soggette invece fatalmente a disgreganti forze centrifughe.
Orbene da questo terreno politico e sociale, fecondo di strenui cittadini-soldati, noi vediamo appunto via via differenziarsi, per naturale selezione, i capi militari, i condottieri, i quali però non sono affatto dei mestieranti della guerra, perché il concetto di capo militare nella Roma antica si immedesima subito, esattamente e sempre, col concetto di capo politico e civile, tanto intimamente politica e guerra sono, per necessità di cose, fuse fra di loro in Roma, nella superiore attività dello Stato; sì che la guerra è veramente in Roma (come deve essere) attività politica sotto altra forma. Al comando supremo dell’esercito stanno in origine i Re, e poi, caduta la Monarchia e proclamata la Repubblica, i Consoli, depositari della suprema podestà esecutiva politica e civile. Nei momenti più difficili e decisivi, sta il Dittatore, esponente massimo della più assoluta unità di governo e di comando militare.
Così chiaramente ci si appalesa il lento processo di formazione naturale della figura caratteristica del Generale romano dei primi secoli di vita dell’Urbe; generale romano non guerriero soltanto, ma anche, nella conservazione delle impronte originarie, un po’ agricoltore e un po’ sacerdote, e che fu in realtà, specie nella veste dittatoriale, e spesso anche al disopra della stessa saggezza politica del Senato, il vero poderoso costruttore della grandezza romana. Sorretti dalla fiducia del Senato, normale organo politico dirigente — che però una volta assegnato loro lo scopo da conseguire li lasciava completamente liberi nell’assolvimento del loro compito militare e non negava loro la fiducia anche se traditi dalla fortuna — questi generali romani sapevano condurre l’esercito coll’esempio, col proprio prestigio personale, con la grande forza incitatrice delle loro virtù e della loro fede e col loro impareggiabile buon senso. Probità e austerità quasi religiose si diffondevano dai capi a tutta la collettività, sì che tutto il regime politico-militare di Roma ne sembrava imbevuto, e si manifestava (cosa nuova per quei tempi), coll’osservanza della più scrupolosa legalità nelle dichiarazioni di guerra; con un senso profondo e sincero di giustizia e dì fedeltà ai patti statuiti e con la moderazione verso i vinti, quando mostrassero d’accogliere docilmente la effettiva superiorità morale e materiale di Roma vittoriosa.
Queste impronte caratteristiche, proprie di tutti i condottieri romani, non si perdettero col cadere dell’Impero di Roma. Esse restarono indelebili anche nei secoli successivi della nostra storia, come impronte caratteristiche di tutti i grandi condottieri Italiani. E ben lo sa il forte popolo nostro, perché, pur ai nostri giorni, e nelle guerre del Risorgimento e nella guerra libica e nella guerra mondiale, nella etiopica e in quella di Spagna, sempre ha ritrovato nei suoi Capi militari quelle virtù guerriere ed umane che fecero grande Roma e che noi avemmo in retaggio imperituro dai sommi condottieri antichi di nostra gente.

 

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