La fine di Riccardo Gigante

A Riccardo Gigante e a tutti i caduti senza croce e umana giustizia delle terre istriane fiumane e dalmate.

La fine di Riccardo Gigante
Fiume, 4 maggio 1945

Nella sera si ode l’eco ormai spento dei proiettili,
il tonfo cupo di una granata e poi il silenzio.
Il vento porta cenere da Santa Caterina.
Il monte e il mare
presto torneranno quieti.

Le onde del Quarnaro
disperdono dubbi di interi anni.
La battaglia non ha più forma
e non è nostra la vittoria.

Verso la Torre Civica vanno incontro
I partigiani slavi con la stella.
Scendono guardinghi da Drenova
nella città muta, sgomenta.

Io che studiai la storia e le leggi,
gli usi e i costumi, la lingua avita.
Io Riccardo Gigante, la cui voce
dichiarò forte e decisa
la libertà italiana di Fiume
solo, sconfitto
guardo oltre i vetri delle finestre
senza più speranza, né timore
la città Olocausta.

Come l’Eneo che scorre veloce incontro al mare
dovrò presto cadere,
ritornare al mistero
che ci rende tutti uguali.

La notte impallidisce ovunque
La fredda morte mi cerca.

Battono stivali stranieri le calli
della Cittavecchia,
solo il ferro fa eco al silenzio
voci nell’ombra si rincorrono.

Io che desideravo essere soprattutto uomo di libri,
di arte, di poesia, di storia e di civiltà,
tra breve giacerò nell’umida e nuda terra.

Andrò incontro al mio destino
senza cercar la fuga
Orgoglioso mi presenterò
a chi vuol cancellare Fiume.

Armi, divise, corone
della nostra Patria
da tempo ci hanno abbandonato.

Il cerchio degli eventi si sta chiudendo
Finalmente scopro la mia sorte,
la forma che Dio
sapeva dall’inizio.
Nello specchio delle prime luci
scorgo il mio volto eterno illuminarsi.

Il calpestio dei passi, le ombre dei mitra
Un urlo rivolto alle scale
L’indice puntato
sul mio petto
Vogliono me e i fiumani.

Mi spingono lungo le scale
mani ruvide
fin dove si apre la strada.
Siamo forse una decina,
fratelli in un’unica fede
che il piombo e l’acciaio delle lame dilanieranno.

Passano veloci i pochi attimi di vita
camminiamo verso il colle di Castua
Muti con i volti chini
entriamo nella cittadina.

Lungo le mura diroccate
di una vecchia chiesa
ci fermano rauche voci straniere.
Rimaniamo fermi, in piedi, silenziosi.
Brilla ancora nel cielo qualche rara stella.

I nostri occhi fissi sui carnefici
in attesa della fine.
Un ultimo grido ancora si leva fra noi a salutare l’Italia!
Siamo ancora vivi.

Ecco il primo colpo,
ne segue un altro
e un altro ancora!!
Ecco il duro piombo
a squarciarmi il petto.
Ecco il freddo coltello
conficcarsi nella gola.

Marino Micich

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