In morte di Balbo

di Ugo Ojetti

28 luglio.

Già un mese è passato da quella morte. Già trenta giorni da quando quel vivissimo corpo è stramazzato giù, fronte al cielo, morto, come se la sua vita fosse rimasta lassù tra stella e stella. E già per noi che l’amavamo, cioè lo conoscevamo bene anche perché egli si confidava a chi l’amava, è cominciata un’altra pena: che ci veniamo abituando al fatto inverosimile, ch’egli è morto. A molti amici suoi c accaduto quello che è accaduto a me, nonostante ciò che avevamo letto, riletto, udito, riudito: di crederlo, in un baleno, diciamo pure, di follia ancora vivo. — Scólta, Italo, — com’egli ci diceva: — Scólta, Nello…. Scólta, Vittorio…. Scólta, Ugo… — E voltava di scatto tutta la persona, anche se era laggiù a Tripoli in Castello nel suo luminoso studio di governatore seduto sotto il mosaico di Sliten, anche se era nella fresca penombra delle sue stanze a Palazzo, felice, fra i suoi tre figlioli, a cavalcioni uno per gamba, e la figlia dietro a lui, appoggiata alla spalliera, il volto a due dita dal suo.
Sì, prode, intrepido, risoluto, instancabile ma, prima di tutto, convinto, cogli articoli del suo crèdo, del suo dovere, del suo programma, del suo metodo ridotti in chiare formule d’evidente buon senso, inconfutabili. A Orbetello ero da quarantott’ore con lui, con Maddalena, con Cagna, coi giovani piloti che sarebbero volati tre giorni dopo dietro a lui verso Bolama e Natal, e lui aveva trentaquattr’anni, Maddalena trentacinque, Cagna ventinove e, dal gran piano degl’idroscalo e dagli scivoli fino agli apparecchi e agli uomini, avevo attentissimamente guardato e cercato di capire quel poco che potevo capire, quando una notte che s’era usciti soli a passeggiare per la piazza e per i vicoli d’Orbetello egli mi dice: — La prima ragione di queste crociere sempre più lunghe è che anche nell’aviazione il dovere d’un fascista è trasformare man mano l’eccezione in regola, — e sillabava la formula pianamente, seguitando a camminare. Infatti enunciava con quelle poche parole la ragione elementare d’ogni vera e viva civiltà anche fuori della guerra, del volo, dei piloti. E ogni volta cominciava dagli uomini.
Ormai egli era salito al comando e quasi sempre poteva sceglierseli. Agl’inizi però, soldato o squadrista, aveva dovuto accettarli come erano, intuirne i difetti e mutarli cautamente in qualità: lo sperpero in generosità, la spensieratezza in abnegazione, l’orgoglio in coraggio, l’audacia in disciplina. Né bastava offrirsi in tutti i rischi ad esempio perché la prima dote d’un capo è correre gli stessi rischi dei propri seguaci, e anche di più, ma la seconda dote è alzare le spalle e dichiarare o lasciare intendere che egli ne ha corsi di meno. E anche qui Balbo s’era trovato a buona scuola, come si legge nel suo Diario 1922, uno dei libri più inconfondibilmente italiani che abbia mai letto.
Cosi l’amicizia e la fiducia di quest’uomo leale diventavano un premio. Anche noi anziani ci accorgiamo soltanto adesso che l’abbiamo perduto, di quanto gli dovevamo d’energia, di passione, di chiarezza, d’acume, di speranza, ciascuno nella nostra angusta vita; e ch’egli sia scomparso, ci ha come impoveriti e rattratti. Ma s’egli non fosse stato il gran volatore che era e il Maresciallo dell’Aria, il suo carattere e il suo esempio sarebbero stati diversi. Solo da lassù, infatti, le vaste vedute e i cieli sconfinati hanno, come pei credenti il pensiero di Dio, questa efficacia morale immediata: che crediamo di guardare fuori di noi, intorno a noi, ma di fatto finiamo nell’infinita solitudine dell’aria a guardare dentro di noi, a misurarci. Per quanto egli avesse volato, la libertà lassù del respiro e del volo l’inebriavano sempre, gli davano sempre quell’illusione d’indipendenza e di potenza che dal corpo senza più peso passa al cervello senza più crucci: quasi in un sogno beato. Otto mesi fa volavo con lui da Siracusa a Tripoli sopra un piano di strati e di cirri tanto candidi che m’abbagliavano, e talvolta una nubecola ci veniva incontro c nell’attimo in cui l’attraversavamo ci passava sul volto un fresco pungente, e poi tornava una diffusa luce di nevaio, e il mare, appena da uno squarcio ci appariva, era al confronto delle nuvole turchino cupo, quando vidi lui ch’era al volante afferrare un taccuino e una matita, scrivere e passarmi un foglio. Vi lessi: Caro Ugo, che cosa c’è, al mondo, più bello del volo nelle nubi? Italo.
Era un poeta, come gli uomini davvero d’azione, i quali vedono e toccano quello che vanno in ogni particolare immaginando di fare e di far fare, e ad ogni ostacolo questo immaginare si fa più preciso, e ogni buon successo è alla fine un possesso. Ed era un artista. Non credo vi sia chiesa o chiesina dei tanti villaggi fondati da lui negli ultimi tre anni in Libia e in Cirenaica senza un quadro o un affresco, e tutti dipinti da giovani, e quasi tutti d’ampia e chiara composizione, a cominciare dagli affreschi d’Achille Funi in San Francesco di Tripoli, dove è anche il suo ritratto. Perché era anche un credente, né un poeta o un artista ateo s’c mai veduto in Italia, nell’Italia che Balbo ferrarese adorava e sognava

… in faccia

a la sorgente con in man

la croce ferrea Ferrara.

Quei versi che non sono i più belli di Giosuè, li sapeva a memoria, e quando glieli ho uditi recitare io, si fermò prima dell’invettiva contro la vecchia lupa vaticana. Anche quella volta fu in volo. Dovevo andare a Ferrara per un discorso sulla pittura ferrarese. Gli feci un’obiezione buona soltanto per lui: — Ma io non ho mai veduto Ferrara dal cielo. — È bellissima, tutta rossa, e ha la forma d’un cuore. Ti ci porto io, — e poche settimane dopo, una sera al tramonto, volammo da Ferrara fino alle bocche di Po. D’ogni strada bianca, d’ogni canale verde, d’ogni cascinale sapeva il nome, anzi la storia, e me la gridava nell’orecchio e, quando tornammo e Ferrara riapparve, Balbo declamava felice le glorie della « Fetontea Ferrara », ma il rombo del motore lacerava i versi e Balbo, dal cielo che impallidiva, li lanciava sulla sua città come una fiorita.
Era rimasto in lui un che del goliardo, dell’alpino, dello squadrista, non come un residuo di giovinezza avventata e spavalda, ma come un meditato risparmio salvo nel forziere, come una riserva d’oro schietto al cui fulgore poteva sempre paragonare il similoro che talvolta nel tramestío politico o mondano gli capitava tra le mani. Vedere Balbo al primo incontro con un uomo o con una donna era un piacere, specie se l’uomo era di vasta nomea e la donna di riconosciuta eleganza o bellezza. Compito e sorridente piegava la testa verso sinistra come fa sul moschetto chi prende la mira, si lisciava la barbetta e le labbra e cominciava a poggiare il corpo ora su una gamba ora sull’altra, rapidamente come un pugilatore all’attacco, moltiplicando le domande le quali di rado riguardavano quello che l’interlocutore o l’interlocutrice erano o facevano ma quello che speravano d’essere, d’avere, di fare: viaggi, conoscenze, cibi, onori, letture. Quelli lusingati dall’attenzione che un tanto uomo regalava loro, e tranquillati dal fatto che le domande non riguardavano il loro passato o il loro presente, rispondevano meglio che potevano, più o meno abbellendosi. Balbo cessava d’un colpo il gioco, s’allontanava e, al primo amico sicuro che trovava tra gl’invitati, domandava: — Tu conosci il tale? Un brav’uomo, molto più serio di quanto m’avevano detto. Tu conosci la tale? Tutt’uno sbadiglio.
Questo svago, del conoscere e giudicare gli uomini, negli anni della dura vigilia fascista, tra la ressa dei convertiti improvvisi, dei traditori pagati, degli ambiziosi in frenesia, degl’invidiosi in agguato, dei fiati corti e delle unghie lunghe, era stato il dovere d’ogni minuto per difendere non solo le idee ma la stessa vita dei compagni d’azione e di speranza, primo il Duce. Bisogna aver veduto Balbo dentro una ressa di popolo, tra i suoi ventimila coloni del ’38, a Genova, a Napoli, a Siracusa quando salivano sulle navi, a Tripoli o a Bengasi appena sbarcati, o l’anno dopo quando arrivarono gli altri diecimila, per immaginarsi il Balbo del ’20, del ’21, del ’22. Petto largo, faccia aperta, parola pronta e tagliente, gli occhi negli occhi, senza un uomo di scorta, perché subito i più giovani gli si mettevano al fianco beati di guardarlo. Entrava nella chiesa, nelle case, negli spacci, nella scuola. — Balbo, Balbo, Balbo… — Capiva tutti i dialetti, ma rispondeva sempre in un ferrarese raggentilito e allungato da un fià di veneziano, e le donne gli parlavano dei figlioli, del battesimo imminente, del medico nuovo, della maestra; e gli uomini, dell’acqua, delle semente, delle strade, delle macchine, del curato. Una volta non capi. Era una contadina siciliana, scarna, risoluta, i capelli aridi e grigi, di carnagione saracina, e gli parlava rapido e nervoso. Balbo l’ascoltò prima curioso, e poi divertito. Qualcuno tradusse. E Balbo, battendosi sulla gamba l’inseparabile mazzetta: — Si, avrai un letto di più, ma devi imparare l’italiano. Prometti? — Prometto. — A ciascuno rispondeva preciso: — Si può, non si può, — e mai un rimprovero che potesse essere udito da un altro colono. All’uscita da una scuola, ordinò al maestro: — Vieni fino all’automobile, — e quando fu solo con lui: — Se ti vedo un’altra mattina venire alla scuola con la barba di tre giorni, tu perdi il posto. Tu, il maestro, devi essere anche il maestro di decenza e d’educazione. Chiaro? Bada: io non dimentico niente. — Pochi, o forse uno solo, ho conosciuti che quando, a torto o a ragione, disprezzavano qualcuno, lo disprezzassero tanto.
L’automobile, in questa corsa di villaggio in villaggio, era piccolissima e se la guidava da sé. Una volta, lui, Quilici ed io, s’andò verso verso il confine della Tunisia a visitare un nuovo villaggio arabo, bianco, tutto cintato di mura bianche, con le porte e le musciarabíe verdi. S’andava sopra una strada ancora in costruzione. Dalla massicciata Balbo entrò franco sul letto di rena, e l’automobile leggera presto s’insabbiò. Per l’ora tarda non v’era più un operaio. Il luogo era deserto. A destra un pantano, a sinistra una distesa di terra secca, in fondo una breve altura. Balbo non si spazientì. Provò due o tre volte a liberare la macchina mentre Quilici ed io alla meglio la spingevamo. Poi accese una sigaretta e si sedette sopra un sasso. Sull’altura si vide apparire, a due o trecento metri, un punto bianco: un ragazzetto arabo in tunica bianca. Gli facemmo cenno d’accostarsi, ma quello fuggì via. Dopo dieci minuti dall’altura venne giù al galoppo un cavallo che sul dorso nudo portava un uomo, e l’uomo gli batteva coi talloni i fianchi per dargli lena. Presto, dietro al cavallo, una decina di ragazzi in camicia come il primo, che dentro quelle larghe tuniche pareva avessero le ali. L’arabo saltò giù dal cavallo, si mise sull’attenti, salutò alla romana, guardò, capì cogli occhi, ripartì. In breve una decina d’operai siciliani, più una ventina d’allegri ragazzi, più due o tre arabi spingevano la macchina, anzi la alzavano fuori dalla sabbia e la deponevano sul terreno sodo. — Pel Maresciallo Balbo, eja, eja, alalà, — e lo gridarono i siciliani, poi i ragazzi in camicia e gli arabi in brache, a braccio alzato, felici. Il cielo immenso s’era, alla fine del tramonto, fatto rosso, e l’acquitrino lo rifletteva. Non so perché, ma in questi giorni d’angoscia sempre Balbo mi tornava in mente sotto quel gran tramonto africano e quel cielo in fiamme, tra la folla che sembrava sprizzata su dalla pianura deserta per gridargli evviva.
Ti ricordi, Italo, quello che ci dicesti una sera a Tripoli parlandoci del tuo Miglia scomparso col suo apparecchio nel mar della Sirte? — Che stupida cosa è la morte…. Non vale che pel suo peso bruto. — Vi fu un attimo di silenzio. Nessuno di noi, nemmeno, scommetto, i tuoi ufficiali, pensò a sé stesso. Tu t’alzasti di scatto e ti seguimmo in giardino. La verità è che per un prode come te, innamorato del rischio, il pensiero della morte era in ogni slancio l’ombra che dava risalto alla luce. E anche adesso che la morte ti tiene, la tua luce sembra più fulgida.

Ma questo non ci consola.

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