Gotham delenda est

di Attilio Sodi Russotto

Un critico che dovesse trovarsi a commentare il Joker di Todd Phillips potrebbe parlare di tante cose. Potrebbe parlare della regia, cupa, elegante, vibrante, di un regista noto perlopiù per commedie semiserie. Potrebbe esaltare anche i magnifici contrasti della fotografia di Lawrence Sher. Potrebbe ovviamente trattare della sublime performance recitativa di Joaquin Phoenix. Potrei farlo anche io, ma in questa sede, però, non è su ciò che intendo soffermarmi.
Raramente un film è stato strattonato da più parti contrapposte nel tentativo di affibbiargli un’etichetta, di piantare su di esso una propria bandiera, soprattutto politica. Tutti tentativi che, con una certa serenità, possono essere considerati vani.
Gotham City, rappresentata da Phillips, è una città la cui devastazione spirituale emerge visivamente in modo chiaro e netto. Cumuli di spazzatura, il cui fetore sembra infrangere la quarta parete per giungere fino allo spettatore, si affastellano nelle strade, e fra grandi palazzi fatiscenti e marci l’umanità dolente sopravvive all’ombra delle élite economiche, onnipotenti, arroganti ed irraggiungibili. Profondo è il rispetto della lezione scorsesiana (tutti hanno riconosciuto i richiami a Taxi Driver, quasi nessuno i rimandi al bellissimo e sottovalutatissimo Al di là della Vita) nel tratteggiare questo universo di postmodernità degradata e degradante.
In questa angosciante foresta di ultimi, Arthur Fleck è un ultimo degli ultimi. Solo, malato, abbandonato, povero; reca inoltre su di sé un marchio d’infamia ancora più pesante, quello di essere un uomo buono e semplice, con il sogno infantile di portare un po’ di luce nelle tenebre della postmodernità urbana in cui sopravvive, attraverso il magico mezzo della risata. La risata, il canto spontaneo di un animo candido, la risata con cui si mantiene come clown a pagamento, la risata che gli esplode fragorosa nei momenti di maggiore tensione a causa dei suoi nervi malati, la risata che gli sgorga lieta illuminandogli il viso mentre guarda il Murray Franklin Show, e sogna un futuro migliore per sé stesso, lì, sul palco accanto al grande comico (e qui ritorna la lezione scorsesiana della comicità come veicolo di riscatto, come già visto per il Rupert Pupkin di Re per una Notte).
“Vae victis” diceva Brenno, ed un uomo come Arthur non può che essere un vinto in un simile gioco al massacro, nel quale chi regge le fila opprime e deride chi sta sotto, e nel quale l’oppresso si trasforma in traditore e lupo dell’altro oppresso per non perdere le sue briciole e per guadagnarne poche in più. È il tradimento, la violenza, la cattiveria, la disumanità della società turbocapitalista (perché questo è Gotham City, un modello esemplare di società turbocapitalista) a devastare il cuore di Arthur ed a trasformare la sua innocente risata in un ghigno infernale.
È a questo punto che le interpretazioni divergono e si fronteggiano. Cosa è veramente Joker? Non è un fascista, questo pare ovvio. Non è però nemmeno un comunista; non lo interessano i mezzi di produzione, e sarebbe disposto a riconciliarsi col ricchissimo, presunto, padre, non chiedendo per sé soldi o eredità, ma un abbraccio di affetto paterno. Non è neanche un incel, o un potenziale massacratore scolastico; nel suo cuore è infatti saldo il desiderio di amare e di essere amato, di avere una donna ed un figlio (il commovente modo con cui accarezza, perso nei suoi sogni, i disegni del bambino della vicina lo dimostra). Non è un conservatore, non è un progressista, né un libertario. Non è interessato ad alcun sistema politico o socio-economico in particolare, non alla democrazia, non alla dittatura del proletariato, non ad una forma autoritaria.
Joker è altro. Joker uccide yuppie ed altri proletari. Joker è percepito politicamente dalla folla inferocita, ma lui stesso ripete più volte di non essere interessato a creare un movimento. Joker si lascia incoronare capopopolo, issato su una carcassa di una volante divenuta paradossale sedia gestatoria, solo perché sa che, senza che essi ne siano consapevoli, i rivoltosi stanno dando luogo al sogno più grande della sua lucida follia.
Joker non vuole un nuovo sistema per quel corpo urbano pervaso da metastasi di odio e di egoismo. Non vuole cambiare alcunché, poiché non si può cambiare ciò che non vuole essere cambiato. Non è un riformatore. Vuole solo portare nella società quella stessa devastazione in cui essa ha sprofondato il suo cuore.
Arthur non è un dittatore. Non è un Breivik. Non è un profeta. È un Marvin Heemeyer che, a differenza dell’originale, brama la sua apoteosi nel sangue e nel fuoco.

Gotham deve bruciare. Tutto deve bruciare, poiché solo il fuoco può illuminare le tenebre. 

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