Dante e lo scettro della modernità

Sul significato dell’opera e sul concepimento della medesima, possiamo osservare come la stesura della stessa nasca da una domanda che il suo giovane autore si pone: cosa avrebbe detto Dante dei nostri giorni se fosse stato ancora in vita? Cosa avrebbe detto della storia, della filosofia, della fine che hanno fatto le scienze e le culture degli esseri umani, dell’avvento della tecnologia, del progresso, della politica a lui postuma, insomma di tutto ciò che lui non ha mai conosciuto? Proprio da questo interrogativo parte Federico Papa, creatore di tale poemetto che tanto osa dire e raccontare.
Orbene, il protagonista è sempre Dante Alighieri, ma la novità è che non è lui a scrivere, ovviamente; anche in questo sta il distacco esistente tra la Divina Commedia e il Viaggio di Dante nell’età moderna: Federico cerca di entrare nella testa del Poeta, nella sua psicologia, nei suoi penetrali, per riuscire a carpire le esatte e opportune parole che questi avrebbe detto qualora si fosse trovato davanti al mondo moderno, alla realtà odierna. Tuttavia, in tale opera Federica, la Donna, ossia la divinità panteistica, supera la valenza di Beatrice nella Commedia, pur avendo la sua stessa identica mansione di «ragione illuminata», che coadiuva Federico nelle spiegazioni e nei concetti da elargire a Dante e Dante stesso nella comprensione dei medesimi. In sostanza, Federica è in questo poema la divinità, Dio. In tale concetto si trova una sorta di anticipazione di quello che i lettori incontreranno nell’Opera.
Il fatto che Federica rappresenti in questo poema la divinità legittima la non conoscenza di Dante di tutto ciò che c’è stato dopo lui, pur essendo morto. La Donna, infatti, in quanto Dio, illumina la ragione degli uomini solo quando è a contatto con essi, essendo una divinità panteistica e immanente, ossia terrena. E allora ci si chiederà perché mai sia stato comunque scelto il paradiso come luogo di incontro tra Dante e Federico. La risposta a questo interrogativo sta nell’immedesimazione dell’autore nella mente di Dante: siccome deve essere il fiorentino a parlare e a raccontare, in quanto principale protagonista, non si potrebbe immaginare una realtà diversa da quella dell’ultima cantica di cui Dante stesso ha parlato nella Commedia; infatti il paradiso, secondo la concezione filosofica e religiosa di Federico, esiste e si mostra esattamente come quello raccontato dalle Sacre Scritture.
Pertanto si intuisce come l’autore sia passato, nel corso della sua vita, da un suo panteismo iniziale alla riscoperta di una fede creazionistica che ha sempre avuto come massima ambizione quella dello spirito, e siamo d’accordo, ma che porta l’autore ad adottare il pretesto della filosofia panteistica, comunque secondo lui legata in qualche modo al creazionismo, come mezzo per differenziarsi poeticamente e stilisticamente, in qualche maniera, da Dante, sempre per il timore di essere considerato un manierista o un emulatore.
In sostanza, immaginare un paradiso senza Dante in quest’opera, e viceversa, sarebbe un vano tentativo di raccontare la possibile continuazione della Divina Commedia, proprio perché i due elementi sono imprescindibili. Dante piuttosto, a poco a poco, nel corso del poemetto scoprirà la verità divina da Federico usata come finzione e pretesto, un’altra concezione religiosa e allo stesso tempo immanentistica della divinità, dalla quale rimarrà sconvolto ma nei cui confronti si mostrerà paradossalmente rispettoso e ammirato.
All’inizio non sa e non conosce nulla, perché è spirito. Federico, invece, essendo vivo sa ovviamente tutto. Questa finzione dell’autore rende il poema sicuramente più intrigante: è come se la sapienza terrena e immanente non accolga subito la spiritualità, perché essa è priva del corpo, della materia, ma vada ad abbracciare dapprima l’unione di materia e spirito. In questo sta l’aver osato tanto da parte dell’autore; nell’aver dato al poeta fiorentino le sembianze di un filosofo diverso, di un uomo propenso a cambiare le sue convinzioni tolemaiche e aristoteliche.
L’elemento che permette la riuscita di questo cambiamento è, ovviamente, la presenza della Donna, «la rugiada dell’Altissimo» secondo i credenti. La Donna, infatti, legittima e rende tutto lecito: ogni licenza poetica e stilistica, ogni tentativo di raccontare qualcosa di diverso ai lettori, alla gente, al mondo. Orbene, non è affatto difficile per l’autore nutrire Dante di modernità grazie all’emanazione della sapienza e della nuova cultura che la Donna gli elargisce.
Non si tratta di un compito ingrato, bensì di una sfida davvero originale, forse a tratti anche vana, considerando il fatto che si assisterà nel corso dell’opera a un profondo cambiamento di linguaggio del poeta, non più prettamente medievale ma anche intriso di modernità grazie alla vicinanza di colei che emana cultura e sapienza, essendo la divinità e la creatrice di tutto.
Si è di fronte a una primordiale forma di emanazionismo, quello della filosofia di Cusano per intenderci, che poi sfocerà nelle convinzioni di Giordano Bruno prima e di Baruch Spinoza poi, tramutandosi in panteismo propriamente detto.
È evidente, tra l’altro, che all’interno del componimento ci imbatteremo in una serie di alterchi tra due potenti concorrenti, di cui si è accennato in precedenza: il creazionismo e il panteismo, il trascendentismo e l’immanentismo.
Questa dicotomia sarà palese a partire dal primo canto, per poi risultare ancor più lapalissiana nel Canto X, dove il trionfo di ciò che c’è di trascendente nell’immanente viene offerto al pubblico con solennità e sicurezza. Quanto, infine, al senso letterario dell’opera, l’autore parla sempre in terza persona e mai in prima persona, proprio perché, a differenza della Commedia, non è lui il protagonista è Dante, ma non è Dante a scrivere. Per questo motivo richiede al lettore uno sforzo non indifferente, ossia quello di immaginare che sia Dante e non lui a parlare.
Venendo ora al significato stilistico dell’opera, questo componimento è stato ideato dall’autore come un dono da dare a tutti coloro che non hanno mai smesso di amare Dante e che se lo sono sempre immaginato a contatto con nuove realtà e apprendente tutto ciò che è venuto dopo il 1321; in ciò sta il senso del suo concepimento.
Se da un lato, per cui, ci imbatteremo in canti brevi e all’apparenza poco esaurienti, nel corso della lettura si verrà a contatto con canti sempre più ricchi di immagini e di concetti, dicenti più cose allo stesso tempo; il tutto condito ovviamente dall’uso delle terzine e degli endecasillabi, componenti essenziali e fondamentali se si vuole osare tanto, essendo tale metrica quella da Dante inventata per la stesura e la perfetta costruzione del suo capolavoro assoluto.
Per quanto concerne infine l’ambientazione, la data in cui incomincia l’avventura dei tre protagonisti è imprecisata. Non vi è pertanto nessun preciso riferimento all’anno in cui siamo, come invece troviamo nella Divina Commedia; si sa solo con certezza che il luogo in cui Dante capita sulla terra è Firenze, meta insistentemente voluta da Federica nel poema e da Federico nella sua stesura.

 

Associazione culturale Le Frecce

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