Cesare Battisti – Gli Alpini (6°parte)

La meditazione di questi fatti, l’inevi­tabile discussione che su di essi si fa in trincea, sotto la tenda o in baracca, por­tano all’esame delle relazioni fra il senti­mento nazionale e lo spirito umanitario, fra lo sviluppo economico e la sorte poli­tica di un paese, fra l’interesse dell’indi­viduo o della casta e l’interesse della col­lettività.
Ne scaturisce fatalmente una più sicura orientazione, una nuova concezione dello spirito patriottico e un desiderio di li­bertà, d’indipendenza.
Nuova concezione, nuova orientazione alla quale partecipano tutti indistintamente i soldati d’Italia, destinati ad esser tutti domani, quando i confini della patria sa­ranno al Brennero e al Quarnaro — fatta eccezione dei navigatori dell’acqua e del­l’aria — destinati a esser tutti soldati del­l’Alpe.
Nuova concezione e orientazione che trova vita e alimento oltre che nell’osser­vazione diretta dei nemici nostri e della loro opera, in altri importanti fattori che sono un portato della guerra: nell’avvici­namento delle varie regioni d’Italia e nel contatto diretto delle varie classi sociali.
In un unico cimento si sono fusi e con­fusi i figli del Vesuvio e quelli delle Alpi, gli abitanti del piano e quelli del mare.
Gli alpini hanno salutato con gioia tutti gli italiani apparsi sulle Alpi; forse, per la prima volta, hanno sentito in loro i fra­telli. Ogni ricordo di antagonismi, di dif­fidenze fra settentrione e mezzogiorno è per loro scomparso. Ho sentito gli alpini magnificare i siciliani, e chiamarli dia­voli venuti dalle terre del fuoco, li ho sentiti definire i pugliesi come soldati che sanno, all’occorrenza, scalar le montagne senza scarpe e senza bastone; e magnifi­care i liguri come gente capace di costruir palazzi nel deserto; e lodare i romagnoli perchè tutte le loro ire diparte le hanno riu­nite contro l’Austria; e elogiare gli operai delle industrie di Lombardia e Piemonte, che alla guerra hanno portato il contributo, per molti inatteso, del loro magnifico spi­rito di disciplina; li ho visti entusiasti al racconto dell’eroismo dei sardi e felici di poter conoscere e stringer la mano a qual­che piccolo isolano!
È sorta davvero la fratellanza degli ita­liani.

Il regionalismo, mai combattuto fino a ora a sufficienza nè dalla scuola, nè dal Parlamento, nè dall’esercito stesso; il re­gionalismo ha avuto dalla guerra un colpo mortale. Esso ha dovuto cedere il posto alla fusione intima delle varie famiglie italiane.
Espressione di questa fusione è la me­scolanza folkloristica che caratterizza gli accampamenti dei nostri soldati: son gli alpini che cantano «Ma quant’ è bella Napule » e i napoletani che ripetono le can­tilene dei bergamaschi e le villotte friu­lane. Si fondono al campo i suoni ed i co­lori delle cento città d’Italia, ma su tutto trionfa la canzone della patria, gli inni del risorgimento risorti, il saluto a Trento e Trieste.
Sul campo si sono avvicinate le regioni; ma si avvicinano altresì le classi sociali. Sotto la stessa tenda, sono operai e bor­ghesi. Lo stesso pericolo affrontano, gli stessi disagi sopportano soldati e ufficiali e nasce dal pericolo un’affinità, una comu­nanza nuova.
L’ufficiale è l’amico del soldato. Corrono a lui uomini spesso più maturi d’età e gli chiedono consiglio di lor cose, dei loro in­teressi, gli mostrano le lettere di casa; ad uno è nato un bambino e l’ufficiale deve per il primo saperlo e promette di tenerlo a battesimo, e mantiene la parola sacrifi­cando un giorno della sua licenza; ad un altro insorgono questioni di diritto, con­troversie d’affari ed è sempre l’ufficiale il confidente. L’ufficiale diventa in certi mo­menti solenni il confessore e il notaio, ma come si sublimano queste missioni prati­cate al campo, senza riti, senza toga, senza mandato!
In Italia le varie classi sociali — mal­grado tutta la nostra democrazia — non si conoscono abbastanza. Troppo spesso si guarda con sdegno dall’alto in basso, e con livore dal basso in alto. Troppe categorie di persone colte vivono appartate dal po­polo. Che ne sa del popolo l’avvocato che vede e studia la parte meno buona, quella che la sorte trista caccia nelle carceri e davanti ai giudici? Che ne sanno delle plebi tanti studiosi appartati nelle biblio­teche? Tanti deputati, facili a discorrere, ma renitenti ad accogliere il discorso al­trui? Che ne sanno gli industriali e gli in­gegneri? Essi vivono fra i lavoratori, ma l’officina non è l’antica bottega dell’arti­giano; il contatto vivo, diretto con la massa manca ; ed è sostituito dai rapporti coi ca­pilega, coi fiduciari.
La guerra, la vita del campo ha spezzato le barriere fra classe e classe. Virtù e vizi, pregi e difetti, delle varie classi si svelano a vicenda; crollano molte false concezioni sociali; c’è del male in tutti e si com­prende di doverlo ripudiare, combattere; c’è del buono e lo si riconosce in tutta la sua estensione, in alto e in basso, fra gli amici come fra gli avversari d’ieri.
Tutto un mondo di nuove idee si è af­facciato ai soldati d’Italia; nè invano quat­tro milioni d’uomini avranno vissuto la vita di guerra. Essi saranno gli araldi della rinascita delle multiple energie italiche, tra cui vedremo illuminate di propria bellis­sima luce quelle della razza montanina. Ad essa, agli alpini, rifattisi costruttori, crea­tori, lavoratori per eccellenza, sarà reso, do­vrà esser reso possibile nella nuova Italia offrire direttamente alla patria il contributo di forza fin qui profuso in lontane regioni.

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Prima che questa guerra servisse di crogiuolo alle varie concezioni di vita, alle varie tendenze, troppo diversa era da classe a classe, troppo parziale, troppo unilate­rale, la valutazione dell’idea patriottica.
Non parlo delle concezioni malsane, egoi­stiche di chi nella patria vede solo l’inte­resse dell’ individuo o della casta o peggio ancora l’interesse di altre patrie a danno della propria; ma entro la cerchia delle idealità più pure, agli uni la patria pareva solo il ricordo della nostra supremazia an­tica nel mondo, della nostra gloria nel­l’arte, il ricordo delle gesta più eroiche della gente nostra da Ferruccio a Garibaldi ; per gli altri non era che la visione della folla anonima coi suoi problemi economici, coi fatali suoi rapporti di interesse nella aspra lotta quotidiana per l’esistenza. E nell’una e nell’altra concezione sono elementi di verità, sono elementi fattivi della patria; ma l’una visione non deve esser staccata dall’altra; ma al presente, alle sue neces­sità noi dobbiamo guardare senza dimen­ticare gli insegnamenti del passato, senza compromettere i diritti dell’avvenire, che è come dire la sorte, la fortuna, i diritti dei nostri figli.
L’Italia è la terra delle energie prodi­giose; la terra che ha tesori individuali di intelligenza e tesori di sentimento, che troppo spesso rimangono isolati, non con­fluiscono, non sboccano nella vita collet­tiva della nazione.
La cooperazione è oggi finalmente av­venuta nell’esercito. Per questo l’esercito è a tutti divenuto più sacro, più caro. Non vi è più alcuno che osi disprezzarlo; di­sprezzare l’esercito vorrebbe dire disprez­zare sè stessi e i propri figli ; calpestare il proprio onore. È il popolo che s’è fatto esercito; è l’esercito che s’è fatto popolo.
Che questa intima fusione di forze di cui la «Dante Alighieri» col suo aposto­lato d’italianità fra tutte le classi sociali fu fervida precorritrice, possa avvenire in tutte le manifestazioni della vita!
Che tutti portino il loro contributo di amore, di fede; che sieno le forze della collettività quelle che si impongono. Non in tutti gli eventi può aiutare la forza del- l’ingegno e del genio; ma sempre può vin­cere la fede.

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Mi occorse sentir di recente un modesto e rude caporale alpino che in forma inge­nua, parlando ai suoi soldati, confrontava le gesta del Risorgimento con quelle della guerra d’oggi e concludeva: «L’Italia è ben fortunata perché ha oggi come ebbe allora un re valoroso e buono, dei reggi­tori sapienti e forti, perchè se non ha più nè Garibaldi, nè Mazzini ha però trasfuso nell’animo del suo popolo e il cuore del­l’uno e la severa coscienza dell’altro.»
Oh sì! Felice e fortunata davvero l’Ita­lia, che ebbe all’alba del suo riscatto il gran Re che accolse il grido di dolore degli op­pressi; ed ha oggi, che il risorgimento si compie, il Re non ignaro della agonia ter­ribile che si preparava all’Italia d’oltre con­fine, il Re che è sceso in campo con cuore di padre e con ardire di primo soldato d’Italia.
Ma felice e fortunata l’Italia sopratutto perché le virtù dei suoi maggiori tendono non solo a ripetersi nell’individuo, ma a di­venire virtù e carattere, sostanza ed anima del popolo tutto.
Permanga domani quello spirito nuovo che l’Italia ci ha dato. L’Italia avrà al­lora raggiunto non solo la vittoria delle armi, ma avrà vinto ogni interno nemico, avrà debellato ogni cosa che in essa sia non pura e non bella; ed, emula delle sue glorie antiche, al cospetto del mondo, si­cura entro i suoi nuovi vigilati confini, ri­fulgerà della nuova purissima gloria della pace e del lavoro fecondo.

 

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