Cesare Battisti – Gli Alpini (5°parte)

La guerra già dura da dieci mesi. Dieci mesi che sono stati una grande scuola per tutta la nazione; dieci mesi nei quali quanto v’ è di buono e di cattivo in noi si è rivelato, quasi che tutti i nostri valori morali, le nostre qualità mentali e fisiche fossero passate attraverso uno stac­cio; dieci mesi di vita intensa che rimar­ranno incancellabili nei nostri cuori; dieci mesi che hanno sopratutto modificato, vor­rei dire quasi creato, il nuovo soldato d’Italia.
Nessuna delle buone doti originarie che con sè portava il montanaro divenuto al­pino (come le portavano tutti gli altri sol­dati d’Italia) nessuna si è eclissata. Ma tutte hanno avuto nuova vigoria, nuova forza. Questa guerra, ha detto un generale, ha cambiato e più ancora cambierà la carta geografica d’Italia; ma di certo essa ha già cambiato l’anima degli Italiani.
L’alpino venuto dalle solitudini delle Alpi, sapea certo meno degli altri delle ragioni e delle finalità del conflitto euro­peo e della guerra nostra.

Ma ha veduto gli austriaci ed ha cono­sciuto la loro tattica di perfidia, di tradi­mento; ma ha veduto lo scempio da loro compiuto di intere città e villaggi; e della guerra e delle sue cause s’è fatto una co­scienza chiara e precisa.
L’alpino che si è trovato faccia a faccia con gli eroi dei gas asfissianti, che è venuto alle baionettate con l’austriaco, che, but­tate via le armi, si avanzava con le brac­cia alzate, fingendosi arreso e giunto a breve distanza staccava la bomba legata dietro la schiena per colpire a tradimento; l’alpino che ha visto i nemici sparare su medici e preti e portaferiti; che ha potuto apprendere da prigionieri austriaci come nel suo campo il soldato sia uno schiavo; che ha visto coi suoi occhi, fra le armi tolte al nemico, le baionette a sega per lacerare viscere e tendini; e che ha visto dei compagni spasimare per le ferite pro­dotte da palle esplodenti, l’alpino che ha visto tutto questo, e che, a preferenza de­gli altri soldati, ha potuto valutare questi fatti coordinandoli coi giudizi e con le impressioni che dei tedeschi aveva avuto come emigrante, l’alpino è divenuto il mi­glior giudice della santità della nostra guerra.
Mi ha colpito l’aspetto doloroso e soffe­rente di un gruppo di alpini durante la visita alle case di un paese saccheggiato, devastato e in gran parte bruciato dagli austriaci.
Vi era in una magnifica villa di fami­glia patrizia una cassaforte scassinata. Le tracce dei colpi violenti di mazza, i gri­maldelli e le spranghe, che aveano servito all’operazione brigantesca, sparsi qua e là, documentavano della feroce voluttà con cui era fatta la rapina.
In una casa contadinesca vi eran trac­ce dell’aggressione, probabilmente dell’uc­cisione di una donna. Vicino a un casset­tone — che era come l’archivio e il tesoro di famiglia, e conteneva il patto dotale, il contratto colonico, le lettere del marito soldato in Galizia, i conti del dare e del­l’avere; — vicino a questo cassettone lar­ghe chiazze di sangue dicevan che lì s’era svolta una lotta tragica; e le chiazze si tramutavano in una larga striscia nera che di stanza in stanza andava a finire sopra un cumulo di cenci, di grembiuli, di vesti, tutto intriso di sangue.
Ma assai più che da questi atti dell’alta ci­viltà austriaca gli alpini apparvero turbati dalla triste visione di altre profanazioni.
Negli angoli di ogni cantina, di ogni stalla, la terra era stata smossa, sconvolta e appariva striata di bianco. Eran quelli i ripostigli dove i contadini avean nasco­sto due cose per loro preziose: il sacchetto della farina bianca, il pane cioè pei bimbi e pei vecchi; ed i rami, i bei rami lucenti che sono l’orgoglio delle case contadine­sche. Gli austriaci avean scoperto quei ri­postigli e li avean tutti frugati.
E ricordo la piccola stanza di una mo­desta casuccia, ove tutto parlava dell’af­fetto di una mamma pei suoi bimbi. Vi erano sulle pareti ritratti di molti piccini, i ricordi delle loro scuole e di tutta la lor vita infantile; in terra era tutto un gro­viglio di giocattoli, di cavallini, di bambole, di trombette frantumate, calpestate, spez­zettate a colpi di baionetta.
Non uomini, non belve, perché le belve hanno tenerezza pei loro nati, ma esseri fatti di selce dovean essere quelli che avean commesso tanta infamia. Contro essi, in un sol grido era tutta la ribelle protesta degli alpini: «Austria maledetta! Maledetta Austria!».
E oltre che all’Austria l’imprecazione andava ai sostenitori dell’Austria e il pen­siero dell’ alpino dovea necessariamente correre a tutti i tedeschi, sia austriaci che germanici camuffati da austriaci, di cui, durante la lunga dimora nelle terre del Nord, avea conosciuto l’uguale mentalità, l’uguale tendenza alla sopraffazione, l’u­guale e costante sistema di inganno.
Molti problemi latenti nel cervello del­l’emigrante, fattosi alpino, venivano in un colpo illuminati di nuova luce. In qual conto teneva la Germania il nostro paese? Non era essa che reclamava a prezzi mo­desti le braccia dei nostri lavoratori, per imporci in compenso ad alto prezzo i suoi prodotti? Non era essa che voleva il san­gue delle nostre plebi per aver diritto di metterci le mani in tasca?
Ed ecco apparire chiare all’emigrante le relazioni fra la guerra e lo sviluppo economico del mondo.
Ecco profilarsi dinnanzi alla mente la questione dell’Alsazia-Lorena — di questa provincia così nota alle nostre correnti mi­gratorie —, nella quale molti vedono solo il problema nazionale e dimenticano che essa è la provincia più ricca di ogni altra e più di ogni altra for­nitrice di risorse economiche, atte a man­tenere alla Germania l’egemonia industriale nel mondo.
Ecco balzar nella mente dell’alpino le ragioni della feroce distruzione del Belgio che nelle intenzioni germaniche o dovrà essere centro industriale tedesco o non dovrà esistere;
Ecco apparire le ragioni dell’invasione balcanica;
Ecco trovato il perché delle colossali opere militari iniziate sul nostro confine, con carattere non di difesa ma di offesa.
Trovar molti di questi argomenti nei giornali e nei libri ha certo valore. Ma ha un valore centuplicato, ha l’efficacia di una dimostrazione froebeliana, il vederli scaturire palpitanti dall’osservazione di­retta di questi nemici nostri e del mondo, che non hanno reticenza nel proclamare a parole e comprovar coi fatti che i loro me­todi di corruzione e di inganno, che i loro gas lacrimogeni, che le bombe che essi lan­ciano contro i bimbi e le donne, che la tor­tura che infliggono ai prigionieri russi sono la premessa, sono il fondamento della loro civiltà industriale.

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