Cesare Battisti – Gli Alpini (3°parte)

Montanari e montagne formano come una sola cosa. Il terreno si immedesima colle persone. Troverete mille abitanti del piano che non hanno fatto mai attenzione alle forme del terreno, che non conoscono un palmo di terra che non sia lastricato; ma il montanaro ha la sensazione della montagna, ha il senso geografico del terri­torio che abita. Egli sa donde vien l’acqua che gli scorre ai piedi, sa come la valle ove egli vive sia fatta dal confluire di tante vallette che scendono l’una nell’al­tra, sa come la valle presupponga il va­lico, la cima, la vedretta, il nevaio ; sente la continuità del terreno, per cui nel fondo della sua coscienza v’è l’idea che debba esser sotto ugual governo e organamento tutto un bacino di impluvio. Egli sente, vede nella patria l’espressione geografica.
Un alpino valtellinese che spiegava ai suoi compagni le ragioni della guerra di­ceva: «Andiamo a liberare le nostre acque ».
Perché dobbiamo noi tollerare che le sorgenti dei nostri fiumi siano nelle mani dei nemici? Perché possano turbarne la purezza e la bontà?
Tante volte ho sentito gli alpini della Valle Camonica chiamare « i nostri pascoli » le montagne del Trentino. Quelle monta­gne furono davvero traverso i secoli i pa­scoli per gli armenti delle alte valli lom­barde e venete prima che il governo au­striaco colla sua astuta politica arrivasse a distruggere ogni commercio, ogni traf­fico fra i pastori al di qua e al di là del vecchio confine. Le disposizioni draconiane del governo austriaco, per cui era negato il transito ai pastori e ai loro greggi, di­sposizioni volute dall’autorità militare, re­carono danni enormi all’economia rurale delle alte valli trentine e veneto-lombarde. Ma chi se n’accorse quaggiù? Di ben altro l’Italia era affaccendata che degli interessi dei pastori in conflitto con l’imperiale go­verno di Vienna! E sono questi pastori, sono i loro figli, che con la divisa degli alpini, vanno ora alla liberazione dei « loro pascoli» sull’Alpe trentina e cadorina.
Sono prodotto di una comunanza di in­teressi, i rapporti di affinità di spirito, di atteggiamenti psicologici fra i montanari del Lombardo-Veneto e gli alpigiani tren­tini. I pastori delle Alpi centrali, che sver­nano coi loro armenti nella pianura lom­barda, comunicano tra di loro con un lin­guaggio convenzionale che è noto a quasi tutti i pastori del Trentino. È l’esperanto dei pastori dell’Alta Italia.
Lo sport moderno ha dato vita e incre­mento a capanne e rifugi alpini su ogni valico e vetta; ma fu il soldino dei mon­tanari, raccolto sia pure da frati e preti, che creò su tutti gli alti valichi gli ospizi pei viandanti. La montagna nel suo appa­rente letargo ha sempre mantenuto vin­coli di solidarietà, di interesse, di senti­mento, di costumanza fra i suoi abitanti, per quanto dispersi e annidati nei recessi; per cui il montanaro vissuto sul confine lombardo-veneto sa più che noi sappiano tanti borghesi che l’esercito d’Italia com­batte in terra italiana, pel diritto italico. Per cui anche se allo spirito, al sentimento patriottico del montanaro mancassero (e così non è) gli elementi forniti dalla cul­tura, dalla educazione politica, ben vi sup­plirebbe l’attaccamento alla terra, ed il fatto che fin che è su quel versante delle Alpi da cui domina i piani di Lombardia, egli si sente in casa sua.
D’altronde se la cultura storica del mon­tanaro si riduce a pochi ricordi, a poche notizie, questi ricordi e queste notizie di­ventano nel suo cervello idee cardinali, assumono sapore e colore di patriottismo e di lotta per la libertà. Per l’abitante dell’Alpe la storia è connessa al castello che domina l’alta valle alpina, all’evoca­zione del signorotto feudale e tiranno, troppo spesso vincolato alle signorie nor­diche; è connessa sopratutto conia storia delle invasioni straniere. Non vi è valico alpino che non abbia visto scendere a più riprese in ogni secolo i barbari. Non v’è bisogno di rievocare le pagine gloriose della storia valdese o cadorina. Sofferman­dosi alla sola regione di Trento, ci è dato ricordare come Val d’Adige sia stata per­corsa da ben settantaquattro spedizioni di imperatori romano-germanici. Il Tonale vide ben ventiquattro incursioni, da quella del Barbarossa che scendeva a Milano, a quella del generale austriaco Kuhn nel 1866. E altrettante ne videro Ponte Caffaro, il Canal di Brenta, e le Valli dei Sette Co­muni e dei Lessini.
Ogni discesa in Italia volea dir saccheg­gio, sterminio, depredazione. I barbari d’oltre Alpe non permisero mai che si spe­gnesse il ricordo delle loro, gesta. Nessuna sconfitta, nessuna Legnano valse a mutar il loro animo. Prima che di un’ incursione svanisse il ricordo, si apprestaron sempre a ripeter le loro gesta. Ricordiamolo pur noi, e dopo di noi lo ricordino i nostri figli.

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Ho accennato a particolari condizioni morali e fisiche, a particolari adattamenti d’animo e di spirito dei nostri alpini che sono in stretto nesso col suolo che li vide nascere e con la vita delle generazioni passate.
Ma ricordavo prima come il montanaro delle nostre Alpi sia, per necessità di cose, emigrante.
È dalla metà del secolo scorso, dall’ini­zio dei grandi lavori ferroviari, che il no­stro montanaro vagabonda di terra in terra, e col suo doloroso pellegrinaggio molte cose ha appreso, molte doti ha acquisito, che se non hanno modificato le sue carat­teristiche fondamentali e psicologiche lo hanno reso più. adatto alla lotta per la vita ed hanno sviluppato le sue facoltà intel­lettuali ed affinata la sua forza di lavo­ratore.
Quando i nostri soldati varcarono il con­fine e nelle terre redente sorsero i primi accampamenti, non potean essere con loro, non potean essere onnipresenti i soldati del genio; i soldati specialisti nella costru­zione di strade, di appostamenti per arti­glieria, di baracche, di ricoveri.
Piantar un accampamento, che sia base di operazioni e di avanzate, non vuol dir solo piantar delle tende; ed anche il pian­tar le tende è qualche cosa di più che con­figger dei piuoli e stender una tela.
Bisogna assai spesso cominciar col creare uno strato piano su cui posarsi, giacché le belle e comode praterie nei bacini di valle sono le più. viste dagli osservatori dell’artiglieria nemica. È necessario crearsi dei ripiani talvolta su terreni franosi, dilamanti, in mezzo a canaloni di roccia, nelle magre strisce di terreno pianeggianti sotto l’orlo delle rocce che coronano le vette, bisogna scavar solchi per l’acqua, far sentieri di collegamento. B vi si riesce solo ad un patto: quello di esser buoni a tutti i mestieri, di esser al tempo stesso legnaiuoli, sterratori, minatori, muratori, fabbri; e ad altro patto ancor più difficile: quello di far tutto con pochi e magari senza strumenti.
Orbene qual è l’emigrante che prima di soffermarsi ad un mestiere non ne abbia tentati, per sbarcare il lunario, cento altri?
L’alpino in mezzo alle difficoltà inerenti ad una prima avanzata era il soldato ideale. Sotto i colpi del suo piccone, in pochi giorni si è cambiato l’aspetto a vaste zone montuose. Non v’era cemento; eppure si costruirono ricoveri; non vi eran chiodi e si fecero baracche; vi eran poche van­ghette e si sconvolsero chilometri quadrati di terreno.
L’alpino è sopratutto nell’arte di costruire il soldato svelto e sicuro. Improvvisa in pochi minuti il riparo per la notte, pronto a rifarlo all’indomani migliore, e a demo­lirlo e rifarlo più adatto nei giorni seguenti.
Dove sono rimaste le tracce delle varie costruzioni successive degli alpini, gli ar­cheologi e gli etnografi potrebbero veder riflessa la storia della civiltà umana, dirò meglio la storia delle abitazioni umane, con più profitto che frugando e racco­gliendo gli avanzi preistorici nella nera terra.
I primi ricoveri fatti lì, dove non era possibile piantar la tenda, nei posti di collegamento o sulle linee avanzate paion abitazioni da trogloditi: sono caverne e semicaverne, buche nel terreno coperte con tronchi, — v’eran perfino buche nella neve! — pagode messe assieme con tronchi ap­poggiati a capriate; talora semplici pareti di frasche e rami rese impermeabili con calce fatta di terra e sterco animale.
Le prime cucine, i primi focolari non eran che rozzi massi avvicinati.
Ma appena si può si fa di meglio. Si piantano le tende, si fa uno scavo pro­fondo per collocarvele, si circondano di muricciuoli. E poi, quando in un posto ci si indugia e giungono i mezzi necessari, si fabbricano casette da prima di rozza muratura, poi con cemento e calce ; e spesso si cura anche l’eleganza.
Con quanto amore si fa la baracca per gli ufficiali e il baracchino per la messa e il salone per il barbiere e il botteghino dei calzolai, costruzioni queste in cui l’al­pino si rivela anche falegname, decoratore, vetraio! Ma dove eccellono gli alpini è nel costruire strade e trincee. Quando sanno che sulla strada che stanno scavando passerà il 149, o il 210 o qualche altro mostro d’artiglieria, i cui nomi pronunciano con venerazione, lavorano con celerità.
Il soldato alpino si rivela, si è rivelato in questa guerra miles et civis, soldato e cittadino al tempo stesso come il soldato romano. È conquistatore e diffonditore di civiltà. È guerriero e costruttore. Non getta via il piccone per la spada, ma maneggia e l’uno e l’altra.
Quando la pace permetterà il rifiorire dell’alpinismo e sui monti redenti saliranno le nuove generazioni per portar il saluto a quelli dei nostri che saran rimasti lassù, nei piccoli cimiteri, trasformati in are sa­cre della patria, quando la vita italica non solo dei soldati ma di tutto il popolo si volgerà alle Alpi redente per conoscerle e per meglio amarle, quanto e quanto si tro­verà mutato l’aspetto dell’Alpe, arricchita ora di strade automobilistiche fin sui più alti monti, di interi nuovi paesi, di filovie, di ferrovie, di acquedotti, di ricoveri nei luoghi più ardui.
Cento guglie già anonime avranno nomi di gloria e le tracce e i segni della grande guerra, della santa guerra dureranno nei secoli, come la romana torre di Augusto che, vittoriosa del tempo e vittoriosa dei barbari, domina la mia Trento; come i valli romani d’oriente, che da Castua a Postumia, al confine estremo della Vene­zia Giulia attendono (e l’attesa non sarà lunga!) il ritorno delle vincitrici legioni di Roma.

***

I disagi e le vicende dell’emigrazione, oltre a migliorare nel nostro montanaro le attitudini professionali, hanno acuito il suo valore morale, per cui nell’alpino alla forza dei muscoli, alla capacità ai lavori più aspri, rispondono lo slancio, il coraggio, lo spirito di sacrificio.
Chi va alla guerra, va verso l’ignoto. Si affida alla buona stella, al destino. E il montanaro che emigra non si getta ogni volta che varca la frontiera o valica l’oceano, in braccio alla cieca fortuna? Sa egli se troverà lavoro, se avrà pane ed asilo? Sa egli come, in quali lavori sarà occupato? Se dovrà adattarsi a cose umili o se avrà con più agio assicurato il domani? Non sa che una cosa sola : d’aver braccia robuste, volontà di lavorare, sentimento di rettitu­dine. E cosi armato, va. Ben sa che la miniera è spesso più micidiale che una battaglia e vuole vittime a cento e a mille; ben sa che le febbri malariche uccidono i più forti che s’avventurano in certe re­gioni oltre oceano; ben sa che può trovarsì a morir di inedia. Eppur non si sgomenta.
Meglio affidarsi alla fortuna, anziché ve­der sofferente la famiglia. Non teme; va, tenta, soffre, combatte e…. vince!
Così è dell’alpino. Non si chiede quale sarà il suo domani. Non ha paura della morte, non delle vicende peggiori — muti­lazioni, ferite, prigionia! — in cui può lan­ciarlo un’azione sfortunata. La voce del do­vere gli dice: Va. E come varca gli oceani, balza tranquillo dalla propria trincea e corre al reticolato, alla trincea nemica.

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