Cesare Battisti – Gli Alpini (2°parte)

Eppure, a guerra scoppiata, fu a questi montanari affidato il più difficile compito. Nella notte del 23 maggio essi raggiun­sero pei primi la frontiera dell’Alpe; pei primi essi calpestarono e spazzarono le in­segne dell’aquila austriaca.
Salirono alla impervia linea di confine, quando ancora la neve seppelliva sotto uno strato di molti metri tutta la mon­tagna.
Andavano ad attuare un compito nel quale i criteri, i sistemi della guerra mo­derna si alternavano, si confondevano con quelli dell’antica. Dovevano saper fare la guerra garibaldina con la marcia veloce, fulminea; e la guerra giapponese col pre­parare l’insidia della trincea, del retico­lato, col vincere la trincea, il reticolato, la ridotta nemica.
Quel che essi riuscirono a fare nell’ul­tima settimana del maggio decise delle sorti della guerra in tutta la regione al­pina, nel Trentino, come in Carnia, come nell’Alto Isonzo.
Il generalissimo annunciava col suo stile serrato che ovunque dallo Stelvio al mare la nostra avanzata, oltre la frontiera, era avvenuta.
Il che voleva dire che eravamo riusciti a imporre noi all’avversario il luogo e il modo del combattimento.
Ovunque, dopo il primo urto, dopo la prima corsa, ci trovammo alla meta che il Comando Supremo s’era prefìssa. Ci tro­vammo sulle creste dei monti in posizione dominante, occupando tutti i valichi e pe­netrando su essi verso la zona nemica. Furono corrette già col primo fulmineo sbalzo le maggiori insidie del vecchio con­fine. L’Austria era riuscita ad imporci nel 1866 un confine che lasciava in sue mani la testata di parecchie valli importantis­sime. Era nella condizione di chi ha in mano la diga di un canale e colla sem­plice funzione di alzare una paratoia può inondare il territorio sottostante. Bastava che l’Austria lasciasse correre per le te­state di valli di cui era in possesso la fiu­mana dei suoi soldati, perché fosse minac­ciata tutta l’Alta Italia.
L’Austria di fronte all’impeto della no­stra avanzata dovette adattarsi ad una linea di difesa, quasi ovunque collocata al di là del vecchio confine; dovette rinun­ciare alla vagheggiata controffensiva di­venuta a mille doppi più. difficile.
Il nostro sbalzo in avanti, lo sbalzo che in prevalenza fu compiuto dagli alpini, presentava difficoltà di gran lunga mag­giori di quelle affrontate dagli eserciti nostri nelle prime guerre per l’indipendenza. Si trattava di intraprendere la prima grande guerra alpina, giacché le maggiori battaglie del Risorgimento no­stro avevano avuto prevalentemente luogo nei piani di Lombardia e Piemonte, nel quadrilatero veneto e giù e giù nella pe­nisola lino alla estrema Sicilia; ed eran state azioni di minore importanza quelle svoltesi fra le Alpi. Si trattava inoltre non solo di urtare contro una maggiore resi­stenza di opere, ma di portare la lotta su di un fronte cento volte più vasto.
La guerra moderna non si risolve più esclusivamente lì ove esiste il valico mag­giore, ove c’è il raccordo stradale ; la guerra moderna è guerra d’assedio. Se si vuol pene­trare in un paese bisogna rovesciarsi den­tro di esso da tutti i punti della periferia; dalla strada maestra, dal valico seconda­rio solcato dalla mulattiera, dalla boc­chetta, dalla forcella percorsa da modesti fratturi e che solo in piena estate servono al passaggio delle mandrie e sono battuti dagli alpinisti; bisogna penetrarvi da tutta la dorsale, da tutta la catena, anche quando questa dorsale è fatta di pareti verticali, di guglie inaccessibili, di enormi calotte di ghiaccio, di canaloni di neve, anche quando è tutto un frastagliamento di pre­cipizi, di dirupi, di conoidi di ghiaia, di massi frananti e rotolanti. Bisogna andar per le vie maestre, come per i viottoli aspri, per le balze ove vanno solo gli stam­becchi e i caprioli; e bisogna andar anche lì, dove vi è ragion di credere che non sien mai stati né caprioli, né camosci.
Molti (non ora che comincia ad esser conosciuto ed apprezzato il tipo nella no­stra guerra, ma nei primi mesi) sentendo parlar dello Stelvio e del Tonale, avranno ricordato i magnifici stradoni che adducono a quei valichi; stradoni pur di non facile accesso nell’inverno quando vi è molta neve, quando il viandante ha sulle spalle i cinquanta chili che porta con sè l’alpino, quando dietro alla compagnia che marcia, devono venire le salmerie, i rifor­nimenti; quando assieme alle truppe di fanteria devono procedere coi loro cannoni gli artiglieri. Oh di ben altro si è trattato che di salir per strade maestre!
I primi battaglioni che nella notte del 23 salirono al Montozzo, un valico con strada carrareccia, posto al nord del To­nale, trovarono la strada letteralmente sepolta dalla neve. Dovettero salire su su per la montagna, orientandosi con la bus­sola. Una marcia che in tempi normali sa­rebbe stata di poche ore, durò tutta una notte. E quella, confrontata ai compiti dei giorni seguenti, fu impresa facile.
Occupar la forcella non era che occupar un punto; bisognava occupar tutte le cre­ste del circostante anfiteatro, da una parte fino al Tonale, dall’altra per chilometri e chilometri, lungo i monti di Ercavallo, fino alle montagne dello Stelvio.
Ohi abbia vaghezza di sapere che genere di monti siano quelli a destra e a sinistra del Montozzo, consulti qualcuna fra le mi­gliori descrizioni turistiche della Valcamonica. Troverà un grande numero di cime indicate come di accesso impossibile dal versante nostro; troverà altre con indica­zioni di questo genere: «La cima o il va­lico fu superato una sola volta dal tal dei tali», inglese o tedesco; oppure: « Ripe­tute spedizioni di salita fallirono»; op­pure: «L’unico tentativo di salita finì con una catastrofe».
Su tutte queste cime, su tutte queste creste dovettero spingersi i nostri alpini, nella stagione della neve; e vi riusci­rono.
Vi andava prima una pattuglia di alpini scelti con un ufficiale e dietro a quelli il plotone.
Ma la scalata alla cima era niente di fronte al compito di rimanervi, di fortifi­carsi, di trincerarsi, di fare la strada per il quotidiano invio dei viveri, delle mu­nizioni.
In certe cime il primo drappello che vi arrivò stette un mese intero, spesso fa­cendo le fucilate, senza mai avere il cam­bio. Oggi su queste cime si va abbastanza comodamente, con sentieri, con teleferiche, ma per molto tempo finché certe strade portentose non furono fatte, si dovea sa­lirvi arrampicandosi su corde, sospese nel vuoto!
La regione del Montozzo, di cui ho fatto cenno, è un giardino se la confrontiamo con le Tofane, monoliti arditissimi che sembran torri, e se la confrontiamo con la regione dell’Adamello ad un’altezza fra i 3000 e i 3500 m., regione che è tutta un immenso ghiacciaio, con crepacci enormi, con pareti a picco, con nevai in continuo movimento.
Superando tali difficoltà, fu con rapidità sorprendente occupata tutta la linea diretta dallo Stelvio al Cadore, una linea di oltre 370 chilometri sul solo territorio Tren­tino e fu occupata così fittamente che le guardie di tutti i piccoli posti avanzati non sempre a voce, ma sempre almeno con segnalazioni ottiche potrebbero far correre da posto a posto una notizia da un estremo all’altro della linea!
Il nemico più temibile dei primi giorni (come del pari il nemico dell’inverno e anche della primavera) fu l’alpe, fu la montagna stessa ; ma non si creda che gli austriaci abbiano spalancate le porte di casa e non abbiano fatto resistenza. Tutti sanno dell’accanita lotta svoltasi sull’Isonzo e nel Carso — ma anche nel Trentino — del quale a preferenza io parlo per la maggior conoscenza che ne ho — l’avan­zata fu tutt’altro che incontrastata. Dove non fu guerra, fu guerriglia; e dove l’au­striaco dovette subire l’onta della fuga, pensò poi alla vendetta con l’agguato, coi tranelli, con le sorprese.
Ne fanno fede gli attacchi degli austriaci, incamiciati di bianco — contro il mani­polo dei nostri alpini alla Capanna Cedeh; e l’arditissimo tentativo di attacco al Rifugio Garibaldi. Ma come scontarono l’au­dacia! Al Passo — che porta il nome fa­tidico dell’ Eroe — nella regione dell’Adamello un manipolo di dieci alpini, appo­statosi su uno sperone roccioso, impedì nelle primissime ore del mattino l’avan­zata a più di centocinquanta austriaci che con mitragliatrici già erano arrivati sul declivio nostro. Erano arrivati e in molti rimasero: ma prigionieri e morti. Ai morti la pietà dei nostri eresse una grande tomba di granito sormontata con una croce in legno, proprio ai piedi del Passo Garibaldi.
Quanta importanza annettessero gli au­striaci a mantenere in proprio possesso — come linea di difesa e d’offesa — la linea del vecchio confine, si rileva dalle colos­sali opere di guerra, che vi avevano ini­ziato e non erano riusciti a portare a ter­mine. In Valsugana esiste interrotta a metà una grande strada che, senza esagerazione, incide una parete a picco di molte centi­naia di metri. Sul Monte Baldo si erano eseguite perforazioni di intere montagne, con lo scopo di collocarvi cannoni; sono caverne ciclopiche. Così ovunque.
E negli anni precedenti la guerra, quanti rifugi alpini, quanti sentieri, quanti caseg­giati militari che si gabella van per forni, per scuole, non s’eran costrutti! Caratte­ristica l’esplorazione fatta dagli ufficiali austriaci nell’estate del 1914, a molte mon­tagne di confine e a parecchie al di qua del confine. Nelle bottiglie, nei ripostigli ove gli alpinisti, giunti su ardue cime, soglion porre a ricordo il loro biglietto da visita, durante l’estate 1914 non furon po­sti che biglietti di i. r. ufficiali austriaci.
Nè, poiché ho parlato del rapido sbalzo in avanti fatto dalle truppe alpine nelle Alpi di Trento, vorrei si credesse che a un puro sbalzo, sia pure contrastato con accanimento, si fosse limitata l’azione bel­lica nel Trentino.
No. Ogni valle, ogni valico ha avuto il suo fatto d’arme. Nelle Giudicane, in Val di Ledro, in Val di Daone gli scontri alla baionetta, le furibonde lotte attorno alle trincee, gli attacchi e i contrattacchi si susseguirono.
Bezzecca non ebbe, senza gloria di san­gue, la gloria della redenzione. E quanto ancora se ne spargerà sulle montagne che la ricingono al Nord, su quelle aspre balze che le pattuglie di Garibaldi avean var­cato, senza trovar resistenza, spingendosi fino a Eiva, andando a bere un bicchier di vino buono proprio nelle osterie della città ; quanto sangue si spargerà prima di conquistarle. Perché ora sono tutte — come è tutta la frontiera — un grande fortilizio unico, fatto di caverne che albergano i cannoni e di trincee e reticolati che si distendono per chilometri e collegano opera ad opera.
Dall’Altissimo di Monte Baldo fuggirono gli austriaci non appena videro i drappelli degli alpini che eran guidati dal generale che chiamavan il papà degli alpini, dal generale che era sempre il primo, dinanzi a tutti, dal generale il cui nome è inciso a parole d’oro in tutti i comuni redenti del Trentino, guidati da Antonio Cantore; fuggirono gli austriaci, ma lasciarono qua e là disperse le bande dei scizzeri, le pat­tuglie di spie e corsero ai ripari su una linea più. avanzata, opponendo resistenza alla nostra discesa a Brentonico e ai pae­selli che stanno sulle prative pendici fra il Garda e l’Adige, e alla sella di Nago.
Il fatto positivo, tangibile, che novan­tanove parti su cento del vasto territorio del Baldo trentino è saldamente nelle no­stre mani, e le croci di abete ai caduti nostri, ricordanti qua e là le nostre tappe gloriose, vi dicono che gli alpini furon, su quelle balze, militi degni del loro Padre, del loro Eroe.
E così fu in Val Lagarina, così in Vallarsa, così in Primiero, così nella conca di Cortina d’Ampezzo, ove attorno al Col di Lana infuriò una delle più aspre e lun­ghe battaglie della nostra guerra.
Vi sono d’altronde alcune cifre superbe che dicono più di qualsiasi descrizione.
I 376 chilometri di frontiera, che noi avevamo prima della guerra dallo Stelvio al Monte Peralba di Comelico, si sono ri­dotti a 247; si è quindi con l’avanzata ri­stretto di un terzo il fronte primitivo. Dei 360 000 abitanti del Trentino più di 70 000 sono oggi cittadini redenti. Del suolo Tren­tino che è di 6356 kq. ben 2000 chilometri sono stati occupati.
Ognuno capisce che una posizione con­quistata, un territorio guadagnato, ha im­portanza non solo pel suo valore intrin­seco, ma altresì come punto di partenza di nuove conquiste, come linea sia di di­fesa che di avanzata.
A questi successi, evidentemente solidi, hanno contribuito per una parte notevo­lissima gli alpini. Vi hanno contribuito col braccio e col cuore, non come legione che subisce ciecamente gli altrui voleri, ma come cooperatori intelligenti e coscienti. Hanno dato non solo quello che si potea chiedere a rigore di disciplina, ma hanno collaborato con slancio, con trasporto, con passione, con sentimento.
Di questo loro consentimento, di questo loro slancio quali sono le ragioni intime?
Per quanto sia tutt’altro che limitata la coltura degli alpigiani e l’analfabetismo sia completamente scomparso nella popo­lazione giovane delle Alpi, pur non rispon­derebbe a verità l’ammettere negli alpini una nozione più. o meno precisa dell’irre­dentismo, si tratti dell’irredentismo come azione di partito, o solo anche come sen­timento.
Le ragioni sono varie e molteplici e com­plesse: sono ragioni inerenti alla monta­gna, all’ambiente fisico e morale in cui gli alpini sono nati e cresciuti, ragioni inerenti al metodo di reclutamento e all’istru­zione militare ottenuta; ragioni determi­nate dalla professione o meglio dal cumulo delle professioni proprie degli emigranti, ragioni determinate dal tipo speciale di conoscenze, di nozioni, dagli adattamenti psichici derivanti al montanaro dalla vita d’emigrante.

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La montagna è una fata che vuol esser amata e adorata. Essa sopporta, consola ohi le è nato in grembo, chi la conosce, chi la apprezza, chi le si accosta con en­tusiasmo, con fervore; non tollera gli altri. Li respinge fatalmente, li travolge nel tur­bine della stanchezza, del malessere, li stri­tola, li uccide. Non tollera chi vuol salire ad essa impreparato, senza metodo, senza disciplina.
È amica anzitutto dei veri montanari; degli altri molti ne accoglie, ma molti ne allontana.
Ohi vuol vincerla o deve esser monta­naro o aver tempra di montanaro. Riesce a toccarne i vertici chi sa come la meta sia assai spesso invisibile; superato un cul­mine, un altro si affaccia e un altro e un altro ancora; riesce a vincerla chi sa scru­tarne le pieghe, i corrugamenti, la forma, e intuisce ove essa ammette libero varco, ove non tollera d’esser toccata; riesce a vincerla chi non ha paura del vuoto; chi sa adattarsi ai raggi cocenti del sole e alle notti gelide di tormenta; chi non ha la pazza voluttà di correre, ma la pervicace tenacia di salire lento, lento, ma continuamente; chi è parco e sobrio e sa misurare le proprie forze, chi non si sgomenta del­l’ignoto, chi è pronto al sacrificio, chi le si avvicina con sentimento di solidarietà pei compagni di viaggio.
Vuole prudenza, resistenza, forza di adat­tamento, e son tutte queste le doti del­l’alpino, reclutato quasi esclusivamente fra i montanari.
Dove un borghese, un cittadino, nuovo ai monti, muore di sete, il montanaro, fru­gando con l’occhio, scopre la sorgente. Dove altri si accascia nel dubbio di sce­gliere la strada, il montanaro procede si­curo, scruta le peste dei viandanti e degli animali; se c’è pericolo della valanga, su­bito intuisce quale è il posto atto al ri­paro; se la tormenta imperversa, sa come evitare l’assideramento.
Questo spiega come decine di migliaia di alpini abbiano potuto passare l’inverno sui monti più. alti senza soffrire. Lo stato di salute fu ottimo, né una sola trincea fu abbandonata. Nelle trincee a 3200, 3300 metri, trincee scavate nella neve, ove già in ottobre si aveano temperature di meno 30°, il nostro alpino seppe resistere, mera­vigliosamente. E se di ciò tocca merito alla prudente organizzazione, all’abbon­danza dei ricoveri, dei ripari, degli indu­menti adatti, ciò testimonia pure anche della forza di adattabilità e di resistenza dei nostri montanari.

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L’educazione, l’istruzione militare, l’or­ganizzazione speciale della truppa alpina sono uno dei maggiori coefficienti del va­lore, del successo, della buona riuscita del soldato alpino.
Non io, soldato volontario, venuto ul­timo nella famiglia degli alpini, potrei o saprei tesser la storia bellissima delle com­pagnie alpine e degnamente dirla in que­sta Milano che ospita il senatore Perrucchetti, il generale illustre, che, quarantatre anni or sono, dettava il primo programma d’organizzazione delle milizie alpine. Ben può Egli dirsi oggi felice del modo con cui la sua proposta s’è realizzata e della bontà ormai largamente sperimentata della sua iniziativa.
L’autonomia ampia di cui usufruiscono le compagnie alpine, le dotazioni di mezzi di cui dispongono, per cui ciascuna può e deve amministrarsi da sè, e provvedere a tutti i propri bisogni, sono valse a render quest’arma più. rapida nelle sue funzioni, più libera nei suoi movimenti, più com­patta e completa nella sua organizzazione.
Una compagnia alpina è un piccolo mondo a sé. Aleggia su tutto uno spirito di ben intesa autonomia e tutti i compo­nenti son vincolati da un legame profondo di solidarietà.
L’affetto e la buona armonia fra soldati e ufficiali, la reciproca stima e il comune consentimento al dovere verso la patria sono le caratteristiche di tutto l’esercito italiano. Avviene tra noi l’opposto di quel che si verifica nell’esercito d’Austria, ove la rivoltella e il bastone tengon il posto del­l’affetto. Ma l’affiatamento tra soldati alpini e ufficiali alpini è maggiore che in qualsiasi altra truppa. È maggiore perché ufficiali e soldati sono dominati da un’eguale passione, da un egual amore: la montagna. Maggiore, perché anche in tempo di pace l’ufficiale degli alpini fa spontanea rinun­cia per molti mesi ogni anno alla vita della città, di società, di circoli, di salotti; si adatta a vivere in modesti borghi di mon­tagna e sulle montagne stesse, dove gli unici rapporti sono coi soldati. Da qui la famigliarità, la confidenza, l’amicizia verso di essi ; amicizia e confidenza che sono fat­tori di elevamento.
Per accennare ad uno fra i molti buoni risultati della istruzione delle truppe al­pine, rileverò come l’alpino sia lusingato nel suo amor proprio da un ben inteso spi­rito di corpo. Spirito di corpo, determinato non dalla ridicola boria di credere una ca­tegoria di soldati migliore di un’altra, ma dalla missione, dal compito speciale che gli è affidato e che gli è costantemente tenuto presente. Egli, che deve difendere le Alpi, sa, sente di essere la sentinella avanzata della patria.
Egli ha la fortuna di combattere sul suolo identico a quello che è stato il campo delle sue esercitazioni; egli, sulla montagna, si trova nel suo elemento di vita, come il pilota in mare e l’areonauta in aria.

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