Cesare Battisti – Gli alpini (1°parte)

È la «Dante Alighieri» che mi ha in­vitato a parlare. Ed io ho risposto subito si obbedendo al vivo desiderio di corrispon­dere ad un suo invito e spinto dal caldo senso di gratitudine che anima ogni irre­dento verso questa associazione: non pen­sando se avrei saputo parlare in modo de­gno e di essa istituzione e di questa gra­titudine nostra.

Infiniti sono infatti i titoli di beneme­renza della «Dante Alighieri» verso di noi. Nessuna associazione ci è stata così come questa fedelmente e costantemente amica nei lunghi oscuri anni della nostra sogge­zione, nessuna ha studiato allora con al­trettanto amore la nostra intricata e di­sperata situazione. Essa è stata il vincolo fra noi e la nazione; col suo tramite noi avemmo comunanza di spirito con la più pura rappresentanza dell’arte e della cul­tura italica; essa è stata generosa del suo contributo per la fondazione di scuole ita­liane e per quella molteplice attività che ci salvò dalla rovina estrema.
E non è questo che costituisca il titolo maggiore alla nostra riconoscenza.
L’aver compiuta questa missione, con la più grande modestia che si possa immagi­nare, senza il compenso della sanzione pub­blica, fingendo di non fare quando faceva moltissimo, di non dare quando offriva a piene mani, l’esser venuta ad aiutarci come il cavaliere della leggenda che presta il suo braccio e la spada e si allontana per rimanere ignoto, e non vuol parole di rin­graziamento, è opera ben più grande e più nobile, che solo a noi irredenti è dato co­noscere. Ed oggi che è lecito parlarne, perché la redenzione di Trento e Trieste è moralmente conseguita e la conquista ma­teriale è un fatto immancabile, sia con­cesso a me di invocar qui non la mia rap­presentanza politica o parlamentare, ma di arrogarmi quella più ideale, la rappre­sentanza dei miei compagni d’arme irredenti per dire alla « Dante Alighieri » tutta la nostra riconoscenza.
E ancora, o signori, ho accettato di par­lare perché, scegliendo a soggetto della mia parola il soldato italiano, mi veniva concesso di associare il nome glorioso del- P istituzione, che accoglie le energie più vive dell’intellettualità, a quello dell’eser­cito, espressione e simbolo della forza e della volontà del popolo.
Dei nostri soldati al fronte, io non saprò dir nulla che già altri meglio di me non abbia detto e scritto e presentato nelle visioni fotografiche; ma mi resterà pur sempre da affermare una cosa, che mai sarà detta a sufficienza: la gratitudine de­gli irredenti verso i soldati d’Italia, non solo per le loro gesta gloriose, ma per la accoglienza fraterna serbata agli irredenti che accorsero tra le loro file.
Ohi vive lontano dal campo può aver con diverso criterio apprezzato l’opera dei mille trentini e dei mille triestini che chie­sero e conseguirono l’onore d’esser accolti nell’esercito; può con spirito di calcolo e di scetticismo aver istituito raffronti tra il sacrificio individuale e l’utile ove dovrà ridondare alle terre irredente; ma da chi vive al campo, dalla grande massa ano­nima del popolo, io non ho sentito che pa­role di amore, di infinito amore.
Fin eh’ io viva — tra i ricordi del campo, che sono e saranno i ricordi più belli della mia vita — non dimenticherò il paterno affetto con cui i montanari di età matura gareggiavano nel far scudo coi loro petti ai più giovani tra i miei compagni d’arme, gareggiavano nell’alleviar loro le fatiche come se fossero non dei combattenti ma degli amici che bisognava ad ogni costo, con ogni sacrificio, portar vivi e sani nelle loro case, nelle loro famiglie. Non dimen­ticherò fin ch’io viva la devozione di cui ho visto circondati gli ufficiali irredenti e il dolore dei soldati per la morte che si abbatté ormai su molti degli esuli delle mie terre.
Non dimenticherò mai gli slanci di fra­ternità e la commozione da cui vidi per­vasi tanti umili soldati nel salutare le terre irredente conquistate e nel trovare la do­cumentazione della barbarie austriaca.
Oh! ben fummo da quest’onda di affetti compensati della amarezza profonda che alla vigilia della guerra ci procurava il vederci talvolta non compresi, il sentir ci­tate o con scherno, o con scetticismo o con ignoranza il nome delle nostre città, il ve­der confusa l’azione del governo austriaco che ci opprimeva, l’azione di pochi e ser­vili con quella sana e puramente italica del popolo.
All’amore infinito dei soldati d’Italia per le terre che col loro sangue essi riscat­tano, io rispondo con parole d’amore; e se di loro, se degli alpini, che più di tutti, per convivenza di mesi, ho imparato ad apprezzare, non saprò dir cose nuove, cer­cherò di dir le cose buone che mi hanno fatto pensare.

***

Chi sono gli alpini d’Italia!

Che cos’erano prima di vestire la divisa del soldato?
Con che animo, con che cuore hanno im­pugnato le armi?
Quali le ragioni del loro eroismo, della loro resistenza magnifica?
E che saranno domani questi figli, do­mani, nella nuova Italia, nell’Italia vera­mente redenta?
Gli alpini sono i figli dei monti: scen­dono dalle Alpi che cingon l’Italia, ven­gono da valli remote, perdute, lontane da rumori. La lor giovinezza è trascorsa fra pascoli e boschi. Hanno vissuto lunghi in­verni nella neve, nelle tormente. Poco sanno d’agi e di ricchezze. È loro ignota la grande proprietà; tutto il loro patrimo­nio consiste in miseri campicelli, in poveri tuguri. Ed è un re chi ha il campo e la casa veramente suoi e non dell’ipoteca. Sono patriarcali nella fede, ne’ costumi, ne­gli interessi. Quanto accolgon di nuovo si innesta sulle vecchie tradizioni e ne prende il colore.
Vengon questi alpini dall’Alpe severa e nevosa, ma i più fra loro — nell’età virile, dai 18 ai 40, ai 50 anni, non hanno avuto, non hanno la gioia di vivere in seno alla loro famiglia, coi vecchi genitori, con la sposa, coi figli.
La scarsezza dei frutti della terra e tante altre cause, e antiche e recenti, che non è il momento di esporre, li condannano all’esilio in terra straniera, esilio che dura mesi ed anni: esilio interrotto sempre, an­che quando è fortunato, perché un vivo sen­timento nostalgico accompagna nel mondo questi alpigiani, che quando hanno avuto la fortuna di accumulare, tra infiniti stenti, un modesto tesoro di ricchezza, pensano con affanno ad un altro tesoro: al paesello natio, ove voglion riposarsi e spegnersi.
Ai vagabondaggi dei nostri montanari voi non trovate limiti. L’aver a 24 anni varcato e rivarcato più volte l’oceano rien­tra nelle cose normali. Le terre ove mag­giori sono per ragioni di clima, di lingua, di usi, le difficoltà, sono loro famigliari. Hanno costruito ferrovie in Siberia, hanno scavato nelle miniere d’Australia; hanno abbattuto le vergini selve della Balcania; il lor sudore ha fecondato le pampe argen­tine. Conoscono bene Strasburgo, Parigi, Londra, New York, i porti del Sud come quelli del Nord. Non s’è compiuta al mondo nessuna grande impresa, dal Canale del Panama alle gallerie che perforan le Alpi, alle nuove città americane sorte, quasi per incanto, a cui essi non abbiano collaborato.
Or bene, quando la demoniaca follia non già di un redivivo Barbarossa, ma di tutto un popolo, di tutta una razza, volle sca­tenata la guerra europea, questi montanari nostri, che oggi vestono la divisa dell’al­pino, erano per gran parte esuli nel mondo. In pochi giorni li vedemmo tornar tutti a valanga. Le ferrovie e i piroscafi ce li re­stituivano a decine, a centinaia di migliaia.
Molti io ne vidi scendere ai primi del­l’agosto 1914 per la grande porta setten­trionale d’Italia, per la via del Brennero.
Tornavano stanchi, affranti, sgomenti e preoccupati del domani, avviliti per le per­dite pecuniarie; avviliti pei mali trat­tamenti.
Ma bastava che uno intonasse una can­zone d’Italia, un ritornello perché quanti erano stipati in una carrozza e assai spesso in un carro merci, o quanti stavan bivac­cando, nell’attesa, fra binario e binario, cambiassero l’espressione del dolore in quella della gioia.
E i più non attendevano d’aver varcato il vecchio confine, di aver finito il non lieto incontro coi treni dei soldati austriaci su cui era scritto: Direttissimo per Parigi, per Londra, o per Pietrogrado; non atten­devano d’esser in terra di libertà per sven­tolare bandiere e fazzoletti tricolori.
Tornarono a legioni, tornarono quasi tutti gli emigranti e si ricondussero alle dimore loro, ma non col gruzzolo che eran soliti portare a Natale; tornarono, e senza mezzi, dovettero sostare nei loro paesi, in luoghi privi di industrie, privi di lavoro e perciò scarsi di pane.
Nelle grandi città, nelle regioni manufatturiere, lo scoppio improvviso della conflagrazione europea portò subitanei sconcerti; crollarono industrie fiorenti, ma al lor posto altre ne sorsero; per una industria suntuaria che veniva meno, sorgevan a de­cine gli opifici, per le munizioni, pei viveri, per le multiformi necessità della guerra. Si arenarono molti commerci; ma ne nacquero di nuovi, anche troppi…. talvolta e non sempre leciti. Vi fu crisi, ma fu crisi di as­sestamento. In breve la vita dell’ industria tornò normale, divenne anzi fiorente.
Una disoccupazione vera e propria non ci fu.
Altrettanto avvenne nell’agricoltura che vide maggiormente ricercati e apprezzati i propri prodotti.
Ma non fu così per le regioni alpine, per le povere valli, ove le magre risorse della piccola proprietà hanno bisogno del largo compenso che offre l’emigrazione.
Non fu così pei montanari, per gli emi­granti risospinti nei piccoli villaggi natii dal turbine della guerra.
Dinanzi a loro sorse lo spettro della disoccupazione. Essi, i lavoratori per ec­cellenza, dovettero rimanere con le brac­cia incrociate, trasformati da sostenitori della loro famiglia in parassiti del misero peculio, della magra scorta delle loro donne. E rimasero disoccupati, nel momento in cui la vita cresceva spaventosamente di prezzo.
Questa fu la vigilia di guerra dei nostri alpini.
Vigilia di guerra nella quale sentivano, subivano tutti i danni del flagello scate­natosi, senza toccare alcuno dei compensi materiali, non solo ; ma senza esser in grado di farsi, per la ormai inevitabile par­tecipazione dell’ Italia, quella preparazione morale che il popolo più minuto, più modesto potea farsi nelle città, nei maggiori centri abitati.
Giacché la caratteristica essenziale dei paesi alpini è l’isolamento, terribile spe­cialmente d’inverno.
Noi conosciamo la montagna d’estate, quando in mezzo ad essa sorgono cittadine avventizie e si improvvisano centri di vita, lì, ove nell’inverno è squallore e morte. Non conosciamo invece, o ben scarsamente e raramente, la montagna ove si vive senza giornali, con pochi libri, senza cir­coli, senza ritrovi, senza caffè, dove il ritmo della vita pubblica pulsa lento, lento. Non conosciamo la montagna che si avvolge nel sonno letargico, dove la vita si limita alla patriarcale raccolta di tre o quattro generazioni di una famiglia attorno al fo­colare, e non si hanno altre notizie da commentare all’infuori di quelle fredde e sco­lorite che il prete annuncia dal pulpito, o dì tanto in tanto comunica il maestro o il medico.
I reduci dalle terre straniere, gli alpini che attendevan nei paeselli natii la chia­mata alle armi, nulla seppero del fervor di vita che dal marzo al maggio decorso si schiuse nelle cento città d’Italia; nulla della magnifica preparazione del popolo delle città e dei borghi, che ascoltava la parola dei suoi migliori uomini politici, che col fiorir della primavera rievocava l’epica gesta dei mille, del popolo che si abbandonava a vere esplosioni e deliri del sentimento.
Tutto questo non seppero i montanari che attendevano di tramutarsi in soldati; quella forza misteriosa e immensa, che è data dalla suggestione della folla, essi non subirono.

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