Cesare Battisti – Gli Alpini (4°parte)

Va senza spavalderia alcuna. Perché quella sicura coscienza di sé, quel coraggio che si è creato attraverso lo spasimo, il dolore di intere generazioni di emigranti, si integrano nelle virtù proprie della razza montanina: la serietà, la persistenza e la bontà squisita del cuore.
Serietà che talvolta può parere freddezza, indifferenza, magari ottusità. Ed è solo abitudine di riflessione, lenta quanto vo­lete, ma persistente.
Chiedete ad un alpino: Si può scalar quella roccia? Possiamo scendere in quel precipizio? Arriveremo non visti, di sop­piatto, nella tal posizione? Nessuna rispo­sta impulsiva. È facile che l’interrogato concluda con un «Si può tentare», ma mai si ha una dichiarazione che esprima la certezza della riuscita o dimostri un pre­valere del desiderio sulla possibilità, sul­l’azione effettiva.
Ma quando l’alpino ha detto «Si può tentare», egli tenta e non torna indietro.
È tenace. Nessun altro soldato ha come gli alpini la virtù, della perseveranza. Chi, non avendo con loro famigliarità, li vede partire dall’accampamento, per andare in trincea o in ricognizione, a passo lento e misurato, prova quasi un senso di irritazione, né crede conciliabile quella loro posatezza con la guerra. Ma dopo sette, otto, dieci ore di marcia quegli alpini continuano con lo stesso passo, senza om­bra di stanchezza; e quando giunti in prossimità di una vetta o di una qual­siasi lontana meta, li credereste sfiniti, allora li cogliete a cantarellare e fischiare con quell’allegria che per solito è ca­ratteristica di chi parte e non di chi arriva.
Egual costanza hanno nell’affrontare il nemico. Sono capaci di star ore e ore ag­grappati su un ciglione di roccia, in posi­zioni inverosimili, sotto la tempesta del fuoco, per esser pronti ad un attacco im­provviso. E quando da una trincea, da uno sperone di monte hanno cacciato il ne­mico, vi si attaccano come le ostriche allo scoglio. Un’asprissima guglia nella regione Tonale era stata guadagnata per merito speciale di un plotone con un’azione diffi­cile e sanguinosa durata dalla primissima alba a notte inoltrata.
Il drappello vittorioso dovea avere il cambio con truppa fresca. Ma quegli al­pini rifiutarono e pregarono, pretesero anzi fosse concesso loro di rimanere alla difesa del posto. «Noi lo abbiamo conquistato, noi conosciamo le difficoltà, conosciamo le prime insidie che possono esser tese, sap­piamo come ripararci dai colpi, intuirne la direzione. La prima difesa contro pos­sibili attacchi deve esser nostra. » E lì rimasero, esposti al gelo, sulla nuda pietra, con scarsezza di cibo, fieri e felici, fedeli ad una loro ideale consegna per altre ven­tiquattro ore, finché la conquista loro po­tesse essere consolidata.
Nel conflitto l’alpino si accinge con pru­denza e con precauzione; ma quando è nella mischia nulla più lo trattiene.
Nell’urto ad arma bianca egli ha tutto l’impeto di un meridionale, aumentato dalla pesantezza, dalla mole del suo corpo. Io non saprei come descriverli. Vedendoli ho avuto l’impressione di un masso roto­lante che tutto stritola e distrugge quel che incontra.
Se certe cose non fossero documentate nei bollettini delle ricompense al valore, non si crederebbero e si avrebbe ritegno a narrarle per tema dovessero essere rite­nute gonfiature.
Nella lotta accanita presso una malga presa, perduta, ripresa fu visto un alpino, che non aveva più munizioni ed era in un terribile corpo a corpo con un nugolo di austriaci, disfarsi a pugni e a calci di loro, scaraventandoli come fuscelli, è la parola, a dritta e a manca.
Un ufficiale austriaco che pur essendo armato fino ai denti, e aiutato dal suo at­tendente, era stato fatto prigioniero da un alpino inerme, piangeva, piangeva per l’ira, il dolore e l’avvilimento d’esser stato por­tato via come un bambino.
Alla serietà, alla tenacia gli alpini uni­scono la bontà. Sono felici quando riescono a collaborare con gli ufficiali, a dar loro buone indicazioni sul nemico, felici quando possono aiutar i più. deboli nella lotta con­tro la montagna. Né lo fanno per servilità; neppur, vorrei dire, per spirito di cortesia, ma per un sentimento profondo di giustizia.
In Val Oamonica un gruppo di alpini fece passare un brutto quarto d’ora a dei borghesi che motteggiavano un prigioniero austriaco.
Sono gente dal cuor d’oro. Lo spirito di solidarietà non ha per loro confini. Ma non aspettatevi il loro aiuto nelle piccole cose, nel superfluo, nelle esteriorità. Se un compagno resta addietro nelle marce l’unico aiuto è un «Spicciati». Se qual­cuno stenta ad arrampicarsi, gli dicono «Coraggio, devi imparare!». Se stenta a portar lo zaino: «Poltrone!».
Ma se davvero incombe il pericolo, ma se sul drappello si abbatte la furia di morte, ma se la tormenta e il gelo mi­nacciano una fine orrenda fra gli spasimi, se v’è un ferito da strappare ai nemici oh! allora la solidarietà non ha limiti; le cure sono infinite, sono materne!
Rimane indimenticabile nella memoria di chi lo ha visto il ritorno dei compagni col ferito o col morto. Quante cose dicono i loro volti silenziosi e mesti! Il medico è sempre pronto e sollecito, ma guai se non lo fosse! Forse l’incuria gli sarebbe perdonata dalla madre del ferito; dai compagni no, mai.
E quali audacie non sanno commettere per salvare un loro ufficiale. Ricordo un bergamasco, attendente di un valoroso uf­ficiale, cittadino benemerito di questa Mi­lano, caduto in un superbo attacco sulle più. aspre rocce del Tonale. Con ardore egli si lanciò a sorreggere il tenente. Cadde anche egli colpito da una raffica di mitra­gliatrici; pure le forze gli sarebbero state sufficienti per trascinarsi al sicuro e farsi medicare. Non volle. Preferì fingersi morto per rimanere al fianco del suo ufficiale nella speranza di poter soccorrerlo.
Dopo breve agonia l’ufficiale moriva, ma l’attendente gli rimaneva vicino, corpo a corpo, per ore e ore, nella speranza di po­ter riportarne la salma in salvo a notte avanzata.
E che immenso amore metton gli alpini nel comporre negli improvvisati piccoli composanti le spoglie dei caduti! E come ne adornano le tombe coi fiori dell’Alpe, con le croci di abete e, quando v’è tra loro qualcuno che sa maneggiare lo scal­pello, con lapidi e cippi! Il loro dolore è però sempre dolore d’uomini forti; non vi è in esso mai nulla di scomposto; nulla che accenni a debolezza, timore, od acca­sciamento. Sotto la scorza del dolore per­mane la calma e la serenità.
Calma e serenità per cui vi sembrano sognatori e poeti quando scrutan con l’oc­chio i monti lontani e vi additano il cor­rugamento o la falda di monte ove, a di­stanza di miglia e di miglia, si annida la loro valle natia; quando contemplano le aurore e i tramonti.
Calma e serenità che li fa apparire bam­bini, fanciulloni nelle ore del riposo, nelle giornate di calma, o quando beffeggian gli austriaci che sbagliano il bersaglio e spre­cano granate e shrapnells.
Scroscia come una risata sonora il loro grido «Vampa, Vampa!» allorché scor­gono il balenìo del cannone austriaco. E rapidi come saette si buttano a terra die­tro ai ripari, mentre il proiettile giunge miagolando, fischiando. Le pallette degli shrapnells hanno appena finito di picchiet­tare al suolo, che già sono ritti in piedi e sembrano provocare il nemico a spre­care munizioni. Che se il nemico, come succede spesso, si accanisce contro bersa­gli, ove non può far vittime e danni, al­lora prorompono nel grido «Evviva la sposa!» che è il grido con cui accompa­gnano nelle sagre, nelle feste nuziali, l’in­nocuo sparo dei mortaretti e delle pistole.
Buoni e semplici come eroi e fanciulli; audaci e prudenti come soldati di razza; robusti, resistenti come il granito dei loro monti; calmi, sereni come pensatori o filo­sofi; col cuor pieno di passione malgrado la fredda scorza esteriore, al pari di vul­cani coperti di ghiaccio e di neve; tali apparvero nell’Alpe nostra, gli alpini d’Ita­lia, all’irrompere della santa guerra di redenzione e di libertà.

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