Archetipi herzoghiani

di Attilio Sodi Russotto

Da sempre, una delle vie privilegiate dall’Arte per approcciarsi al reame dell’esistente è senza subbio quella dell’archetipo. Cos’è, dunque, un archetipo artistico? Esso è una figura primordiale, un esempio immediato, un simbolo innato e predeterminato dell’inconscio umano collettivo, per usare una terminologia prettamente junghiana.
La Natura è tutto nella cinematografia di Werner Herzog. La savana sterminata, le immensità dell’Amazzonia, i profondissimi oceani, l’aridità dei laghi di sale e la floridezza rigogliosa delle foreste del nord Europa: tutto concorre ad esser supremo palcoscenico per l’Uomo, intento a condurre la propria battaglia della vita.
In questa grandiosa filmografia di regista e documentarista insigne, due film, usciti ad un decennio di distanza l’uno dall’altro, emergono fra tutti, figli entrambi della memorabile collaborazione di Herzog con l’attore Klaus Kinski ed il produttore Walter Saxer; due film, questi, in cui è possibile ricavare, osservando l’antinomico porsi dell’Uomo nei confronti della Natura, i due grandi archetipi, le due grandi Weltanschauung, che muovono l’uomo moderno, e con le quali tutti noi ci troviamo a confrontarsi: Aguirre, der Zorn Gottes(1972) e Fitzcarraldo (1982).
Aguirre, personaggio modellato sul reale conquistador ribelle Lope de Aguirre, morto nell’attuale Venezuela intorno alla metà del ‘500, è niente meno che la personificazione della hybris. Aguirre è l’uomo tracotante, colui che privo di ogni pietas, di ogni ideale, di ogni bene fuor del proprio ego, è disposto a far fallire una spedizione nella disperazione e nel sangue, a far morire inutilmente i suoi uomini, persino la sua stessa figlia con la quale giunge addirittura a covare insani propositi incestuosi, in nome soltanto della propria vanità, del proprio guadagno, del proprio sperpero.
Non esistono radici per l’intelligentissimo Aguirre, che si comprende esser pur stato ufficiale di valore: egli è l’uomo della sovversione, anzi, egli è la Sovversione, incarnandone la personificazione nei suoi diabolici occhi guizzanti, nel sussurro serpentino, nell’insaziabile orgoglio. Sovversione contro Dio, ovvero contro la Fede Cattolica, religione ufficiale del Regno di Spagna, e summa di una determinata scala di valori contro la quale Aguirre, superbo, si staglia; sovversione contro Cesare, cioè contro gli stessi Reali, legittimi detentori dell’imperium, che giunge persino a “detronizzare” in una farsesca cerimonia, pretendendo di sostituirli con un utile idiota di cui subito si dichiara luogotenente; sovversione contro la Giustizia, imbastendo egli un finto processo con cui fa condannare per tradimento l’integerrimo e legittimo comandante della spedizione, Pedro de Ursua.
La hybris di Aguirre, crudele tiranno, si riassume nel rapporto ch’egli nutre con la Natura. Non esistendo in costui alcun rispetto, né per uomini, né per Dei, ecco che del creato non teme affatto di abusare, ritenendo che nulla, di terreno o divino, potrebbe mai riuscire ad ostacolare la sua ascesa inarrestabile. In un crescendo di furia, sembra quasi che ogni sconfitta, ogni cadavere, ogni disfatta incrementino ancora di più in lui l’odio ineffabile verso la Patria, verso la Tradizione, verso tutto quanto vi è di buono, e nelle pagine della cinematografia di tutti i tempi risuonano ancora le parole di quel monologo immortale, nel quale egli stesso, con somma arroganza, giunge a riconoscere il suo status infame: “Ich bin der große Verräter. Es darf keinen größeren geben” (Io sono il più grande traditore. Non ve ne sarà mai uno più grande.”), lanciando infine l’ultima sua oltraggiosa sfida alla Natura, che, implacabile, lo punirà nel più spietato dei modi: “Ich bin der Zorn Gottes. Die Erde, über die ich gehe, sieht mich und bebt.” (Io sono il furore di Dio. La terra che calpesto mi vede, e trema).
Se dunque possiamo vedere Aguirre come l’ideale rappresentante dell’Oro come categoria dell’umano, come l’uomo moderno e sradicato, pronto a tradire in nome della speculazione, innanzi a lui, in un titanico contrasto, si staglia Fitzcarraldo.
Brian Sweeny Fitzgerald, detto “Fitzcarraldo” dagli indigeni, incapaci di pronunciare correttamente il suo nome inglese, è quello che potremmo definire un esempio di Übermensch.
Chi è Fitzcarraldo? E un capitano d’industria, un industriale dall’enorme ricchezza, con interessi in America Latina che spaziano dalle ferrovie, al ghiaccio fino al caucciù; ripresosi con discreto successo da passate sventure finanziarie, ha sempre saputo godersi i piaceri della vita, stimato dai suoi dipendenti, e con ad attenderlo nell’alcova un’amante stupenda (nientemeno che Claudia Cardinale) che lo ama follemente. Un uomo che ha tutto, ha saputo vivere ogni attimo della propria esistenza trasportato da una gioia tragica, eppure quel tutto mostra di non essergli ancora abbastanza.
Chi è Fitzcarraldo? Un sognatore, un genio visionario, un uomo che sente di vivere solo in funzione di qualcosa di superiore. È la Bellezza, l’incantato struggente miraggio della Bellezza a scatenare la sua volontà costruttiva. Amante della lirica, eccolo concepire il più ardito e stupefacente dei desideri: costruire a Iquitos, villaggio amazzonico sperduto in mezzo all’immensa foresta, un magnifico Teatro dell’Opera, con l’idea di usarlo per inondare di Bellezza, appunto, quelle terre, e farvi esibire nientemeno che Enrico Caruso, la cui ugola l’aveva folgorato in quel di Manaus.
Non sussiste alcun guadagno materiale ricavabile da un simile folle progetto, anzi, gli sforzi in tal senso verranno a gravare pesantemente sulle finanze delle sue imprese, eppure Fitzcarraldo vi si lancia con incredibile ardore, con amore sconfinato, con rifulgente ardimento. Non vi è cupidigia in quest’uomo dinamico, biancovestito pure in mezzo ai fanghi fluviali ed agli indigeni delle selve, non vi è astio, non vi è invidia, no: solo un sogno incommensurabile, ineffabile, inspiegabile, un sogno capace di render merito ad una vita intera. Affascinati seguiamo le peripezie di quest’imprenditore improvvisatosi comandante, i tentativi di trasportare una nave intera attraverso la foresta, gli scatti di frustrazione ed i balli ebbri di felicità di chi vede il miracolo ad un palmo e con prometeico sforzo ad esso tende, sentendo quasi di poterlo toccare.
Riuscirà Fitzcarraldo nel suo intento? No: fallirà proprio quando tutto sembrava ormai compiuto. Eppure non è stata vana la sua fatica: egli è fiero, ugualmente soddisfatto, meno ricco ma immensamente più felice, poiché pur non essendo riuscito ad edificare quel magico teatro, l’orgoglio di quell’indicibile volere, di quella tensione trascendente, di quella danza gioiosa sui confini dell’incognito, lo pervade e lo pacifica.
Chi è dunque Fitzcarraldo? Fitzcarraldo è l’Uomo, con l’iniziale maiuscola, colui che ha saputo vivere, che ha reso tutto sé stesso interprete coerente di un modo organico di approcciarsi al divenire delle cose, colui che ha saputo dominare la Natura senza mai abusarne, colui che ha lanciato al cosmo una leale tenzone, e ne accetta sereno la sconfitta.
Ecco il supremo contrasto fra l’Oro ed un’Idea superiore, ecco la lotta mortale fra la speculazione ed il Sublime, e se nell’ultima sua immagine scorgiamo Aguirre solo sulla sua zattera, alla deriva e circondato di cadaveri gonfi d’acqua, delirante e ricoperto di scimmie, la sequenza finale di Fitzcarraldo ci regala il suo splendido protagonista felice al braccio della sua donna, contemplante la gloria d’un ultimo concerto a bordo della sua nave prima di riconsegnarla, schiena ritta e sguardo dritto al Sole, sguardo di chi ha fallito, eppur anche nel fallimento ha saputo vincere.

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