L’amor di Patria nel Carso di Slataper

“Voglio essere utile alla mia terra, alla mia Patria, alla mia umanità. Bisogna essere uomini completi…”  

Pubblicare “Il Mio Carso”, in questa epoca di inquieto relativismo, significa non solo voler ribadire la centralità di un autore tra i più quotati dalla critica letteraria nella prima metà del Novecento, ma rendere omaggio ad un uomo, nel senso integrale della parola, che ha dato la sua ancora giovane vita per la grandezza della Patria con fervore, slancio e dedizione assoluti. Slataper (Trieste 1888 – Monte Calvario 1915), caduto sul fronte durante la Grande Guerra, fu un letterato nel significato più squisito ma non solo, egli volle essere prima di tutto un uomo, dotato di alto senso morale e politico. E come tale fu tra i primi a Trieste, dopo il sacrificio di Guglielmo Oberdan, ad occuparsi di pressanti problemi sociali e nazionali, quali l’irredentismo, movimento patriottico, propaggine del più puro pensiero risorgimentale, che trovò in lui un ardente e fedele propugnatore. Slataper, figlio di una città cosmopolita, si conquistò palmo per palmo il terreno della sua sofferta italianità. Una città portuale, economicamente florida dove in quell’epoca regnava una rilevante, gretta, assuefazione politica all’Austria. Di questa città, crocevia culturale per molti versi simile alla vicina Fiume, incrocio e fusione di più etnie, Slataper portò nel sangue quel senso attivistico e faustiano della vita che caratterizza il suo temperamento pratico e volitivo ed insieme esuberante ed espansivo, sempre conscio della propria missione civile, artistica e morale. Una inesausta ricerca del moto infinito, sacro e liberatorio, chiaramente riscontrabile in questo breve pensiero in data 14 febbraio 1907 tratto da un suo diario giovanile: “Non ho voglia di scrivere, non posso più. O meglio il dolore che scroscia nell’anima! Meglio l’urlo inumano, e il sangue gorgogliante della viva ferita, che questo insulso abbandono, annichilimento, annientamento!”. Scipio Slataper non rimase mai fermo su sterili posizioni estetizzanti e personalistiche, sentiva invece il problema nazionale nel profondo della sua esistenza e lo manifestava con frasi profonde: “Voglio essere utile alla mia terra, alla mia Patria, alla mia umanità. Bisogna essere uomini completi”. Così scriveva il militante Slataper a un amico nel 1911, l’anno della composizione del “Mio Carso” e che verrà terminato a Praga; rivelando un credo politico granitico e una rettitudine che nessuna realtà poteva scalfire. Scriveva di lui Giuseppe Gerini, redattore di riviste culturali a Fiume d’Italia, nel 1940, con chiare e pregnanti parole “Slataper rimane per noi soprattutto un esempio, un monito, un’idea rivelata nell’ambito di una vita breve ma significativa, dedicata sostanzialmente all’azione morale e politica”. Slataper prima di giungere a comporre “Il Mio Carso” manifestava già a 17 anni una propensione a forgiare la vita di ideali e di speranze, si interessava con grandi capacità alla critica teatrale, scriveva le prime novelle, professava persino idee socialiste ma non frequentava più di tanto i circoli sociali.  A vent’anni avvenne la svolta. Nel 1908, Slataper si recò a Firenze, dove entrò in contatto con Giuseppe Prezzolini, che rimase ben impressionato dai suoi scritti, tanto da pubblicarne alcuni nella rivista “La Voce” riunendoli nelle “Lettere triestine” che suscitarono grande scalpore ed indignazione nella città giuliana. “La Voce” una delle riviste culturali italiane più importanti della prima metà del Novecento diede in quegli anni notevole spazio al dibattito nazionale ospitando articoli e interventi di illustri intellettuali italiani. È nel 1910 che Slataper iniziò, in effetti, a comporre il primo nucleo del “Mio Carso”, che venne infine stampato nel maggio 1912 dall’editore della “Voce”, ma con l’eliminazione di molte pagine fatta dallo stesso autore dietro suggerimento di alcuni amici. Nel “Mio Carso”, finalmente, il tumulto dei suoi anni giovanili trovano un accorato e sublime sfogo lirico. La sua prosa fu da alcuni critici definita scabra, strascinata e pesante da altri invece lieve, romantica, tumultuosa e fiabesca… Al triestino di origini istriane, Giani Stuparich, il cui fratello Carlo ebbe analogo destino di Slataper immolandosi anch’egli nel primo conflitto mondiale, dobbiamo il grande merito di aver composto uno dei primi saggi critici, più completi e significativi sull’autore del “Mio Carso”. Stuparich portò alla conoscenza della critica il valore letterario, psicologico e umano di Slataper. “Il Mio Carso” è senza dubbio, ancora oggi, un fulgido esempio di letteratura “primitiva”, un’espressione esuberante della cultura; un’opera dove risalta ovunque la tendenza romantica del massiccio, del poderoso, dell’infinito. In questo libro Slataper con parole sofferte e altisonanti inneggia alla vita libera, all’aria aperta, all’affermazione di un uomo che vuole rimanere onesto per possedere dal profondo le cose sane e naturali del mondo. Slataper rappresenta un felice incontro tra più etnie, un “fiore selvaggio” dell’altipiano carsico che desidera con ardore la terra in cui è nato. Da qui la sua irruente italianità, l’amore per Oberdan e l’ammirazione per Garibaldi e quindi la passione per il problema dell’irredentismo che tanto dibatté nella sua breve ma intesa esistenza. A differenza dell’irredentismo nazionalista e muscolare di Fauro Timeus, Slataper alimenta idee e prospettive per un irredentismo democratico, mazzinianamente rispettoso delle altre culture e civiltà presenti nella terra giuliana.  “Il Mio Carso” è un’opera che può essere definita senza dubbio il filone aureo ricavato dalle numerose lettere scritte da Slataper alle sue amiche Elody Oblath, la sfortunata Gioietta (Anna Pulitzer) ed infine Gigetta (Luisa Carniel) che divenne sua moglie.  “Il Carso” confessava Slataper a Gigetta nel 1913 “fu il canto conclusivo della mia giovinezza: dieci giorni dopo non lo avrei più potuto scrivere”. Questo romanzo non è semplicemente un’opera basilare per la conoscenza di Slataper ma è anche una tappa importante della prosa lirica italiana di quel periodo. L’impressionismo lirico che arricchisce questo libro autobiografico di Slataper, che definirei prezioso frammento per la rinascita dell’Italia di oggi, non sorge da ingenue ansie poetiche o da falsi moralismi e ricercati estetismi ma è il dono fecondo di una visione concreta, umana e poetica della realtà. A dispetto della sua breve vita, Slataper lascia, a chiunque abbia passione per la storia e la virtù delle tradizioni patrie, una feconda eredità artistica, morale e intellettuale assolutamente benefica e sorprendente. Nel gennaio del 1915 parallelamente a Nazario Sauro e ad altri istriani Slataper portò il suo soccorso ai terremotati della Marsica (Avezzano) e subito dopo alla dichiarazione di guerra si arruolò volontario, lasciando in apprensione la giovane moglie che aveva da poco dato luce al figlioletto Scipio Secondo. Anche il figlio di Slataper, anni dopo, andrà incontro a un tragico destino, sul fronte russo, durante il secondo conflitto mondiale. Il 21 gennaio 1943 cadde eroicamente in combattimento a Novo Postepolewka durante le fasi della ritirata, ed in sua memoria venne decretata l’alta concessione della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Slataper cercò con ostinazione e istintiva abnegazione un legame tra l’Uomo e l’artista, la storia e la natura, per creare in sé una propria identità che comprendesse insieme il mondo morale e il mondo artistico ed estetico. Una concreta fusione dunque tra l’arte e la vita coniugandolo con un messaggio di amore e speranza per tutti gli italiani. E quindi, operando nel raggiungimento di una così nobile comunione di intenti, Scipio Slataper, nel vigore dei suoi anni e in piena coerenza con il suo essere uomo e patriota, cadde il 3 dicembre 1915 sul Monte Calvario (Podgora) compiendo fino in fondo il suo dovere a compimento della sua luminosa ed eroica vita.  Slataper, fiore reciso dal fuoco, tornò così al Carso, all’amata terra in cui nacque, per combattere contro l’ingiustizia e la sopraffazione, per una Patria italiana più grande e libera da ogni asservimento.                                       

Marino Micich  

Direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume

Per acquistare il libro: https://www.lefreccedizioni.it/prodotto/il-mio-carso/

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