1917: fatidiche trincee – Recensione

di Attilio Sodi Russotto

Recandosi nella chiesa parrocchiale di Poggio a Caiano, il piccolo comune toscano nel quale vivo fin dalla mia nascita, sulla destra, nei pressi dell’ingresso, ci si imbatte in una cappella  dominata da una statua di Gesù deposto e da un’effige di Maria addolorata; su due pareti della cappella, intorno a quel Cristo ed a quella Madonna, riposano i caduti poggesi della Prima Guerra Mondiale dei quali è stato possibile rinvenire i resti mortali, e di altri, di cui non è rimasto altro che il ricordo, sono visibili piccole lapidi commemorative. Ogni tanto mi capita di sostare qualche minuto da solo in quella cappella, osservando i dagherrotipi sbiaditi ed illuminati da una luce fioca di quei miei giovani compaesani, leggendone i cognomi ricorrenti, ed è a loro che è corso immediato il pensiero terminata la visione di 1917, di Sam Mendes.
Già, Sam Mendes, colui che aveva raccontato la crisi di coscienza della piccola borghesia americana in quell’indimenticabile capolavoro che fu American Beauty, regista dall’innegabile talento ma talvolta un po’ troppo discontinuo, capace di alternare film bellissimi ad altri tutto sommato trascurabili, conduce lo spettatore da qualche parte in Francia, nell’aprile del 1917, fra le trincee inglesi della Grande Guerra; qui riposano due giovani caporali, Blake (Dean Charles Chapman) e Schofield (George MacKay). Svegliato Blake dall’ufficiale superiore, il caporale tende la mano al commilitone per aiutarlo ad alzarsi, ed entrambi si avviano ad apprendere il compito a cui sono stati destinati.
Niente di semplice, purtroppo. I tedeschi, con una finta ritirata, hanno ordito una trappola in cui, inconsapevoli, stanno per cadere quasi duemila soldati inglesi, fra cui il fratello maggiore di Blake. Qualcuno dovrà comunicare l’ordine di fermare l’attacco, prima che sia troppo tardi. I due caporali, i due amici, i due commilitoni partono così, da soli, in una missione quasi suicida attraverso la prima linea. Sarà una lunga giornata, ed un’ancor più lunga notte, mentre il tempo corre troppo veloce.
Proprio qui ricade la scelta vincente, e profondamente toccante, di Mendes. In 1917 si sceglie infatti non di fare un film storico, né un’opera di propaganda (del resto la Grande Guerra si presta molto meno a tali scopi, e non a caso la quantità di film dedicati al secondo conflitto rispetto al primo è numericamente sbilanciata in modo soverchiante), ma di raccontare piuttosto il cameratismo, la rabbia, l’amore, l’abnegazione, l’onore di una gioventù in guerra.
Come detto, la politica è assente da 1917. Il fatto che Blake e Schofield siano inglesi è assolutamente indifferente; avrebbero potuto essere italiani, tedeschi, francesi, austriaci, ed il film non sarebbe cambiato di una virgola. È l’uomo che si fa soldato ed il soldato che si fa uomo ad essere oggetto primario di osservazione, un’indagine frenetica e dolorosa, ma allo stesso tempo austera, colma di dignità e scevra da retoriche inopportune. Lo spettatore viene preso per mano dalla macchina da presa e da una fotografia sopraffina di Roger Deakins, giustamente premiata con un Oscar ed in grado di ricordare tanto da vicino le atmosfere spettrali di Full Metal Jacket, e trascinato nell’inferno del fronte, nella distruzione, nel fuoco, in cui giovani uomini si immergono, muoiono o sopravvivono, in un caso e nell’altro lasciando che il meglio del proprio spirito riemerga.
In mille momenti Blake e Schofield, soprattutto Schofield che non può nemmeno dirsi motivato da legami di parentela, potrebbero acquattarsi in un angolo in attesa che la tempesta passi, salvare la pelle e tornare a casa, avendo pronta la giustificazione innanzi al superiore di non essere giunti in tempo per trasmettere l’ordine: ma non lo fanno, mai. L’abnegazione prevale, un’abnegazione silente, composta, onorevole, decorosa. Dulce et decorum est pro Patria mori, scriveva Orazio nell’Ode terza, ed in 1917 si combatte, si piange in silenzio e si muore, ma non sono morti vane.
Papa Benedetto XV definì la Prima Guerra Mondiale “un’inutile strage”; fu una strage, certamente, immensa ed incommensurabile, fu un dramma indicibile che vide popoli fratelli combattersi fra loro e milioni di giovani morire, ma non fu inutile. In quelle trincee, in quel fango, in quel ghiaccio, in Francia come sul Monte Grappa, si forgiarono Uomini, si costruirono Identità, ci si lanciò, fucile in spalla, elmetto sul capo, incontro al proprio destino, si sparse il rosso sangue sulla nuda terra d’Europa.
1917 è stato criticato per l’apparente mancanza di trama, per il soggetto scarno, è stato tacciato di essere “una specie di videogioco”, ma solo chi non ha voluto calarsi nel significato ultimo dell’opera può uscirsene con simili obiezioni. 1917, infatti, non vuole raccontare una trama, ma cantare un’ode di fuoco, ferro e sangue; un’ode al virile cameratismo, puro, non insozzato da opportunismi (notevole che il film si apra e si chiuda con un close-up su una stretta di mano fra commilitoni); un’ode al soldato come categoria dell’anima, soldati come il nonno del regista, fuciliere di Sua Maestà, a cui è dedicata l’opera; un’ode a chi morì, come i giovani poggesi di un secolo fa, tenendo negli occhi che si spengono l’ultima immagine della donna amata, della mamma, di tempi felici, della Patria.  

Inserisci un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.