“Un giorno della mia vita” di Bobby Sands

di Dario Papale Scudieri

Uomini, idee, conflitti. Il diario dal carcere di Sands è un susseguirsi di ossimori, di  estremi opposti che convivono, come la “tomba”, la cella sudicia dove egli passa i quattro anni di carcere, e la ferma speranza di chi nonostante tutto ancora crede nelle proprie idee, di chi è fiero di combattere la propria guerra.
Una storia da inquadrare nella sempre viva questione irlandese, una situazione da toccare con attenzione, una bomba difficilmente disinnescabile, ma che allo stesso tempo porta con sé racconti di fratellanza, di identità, di libertà.
È in questo ambiente terribile, quello delle “Troubles” irlandesi degli anni 60-90 del ‘900, che Sands opera diventando ben presto membro di spicco dell’IRA, rivendicando la libertà delle province dell’Irlanda del Nord occupate dalla corona inglese.
Emerge chiaramente, nelle parole di Sands, il fortissimo sentimento di “irishness”, quell’identità irlandese che l’Inghilterra opprime da troppo tempo, la stessa che consente ai prigionieri del carcere di Long Kesh di intrattenere lezioni di gaelico da una cella all’altra, nonostante la condizione da campo di concentramento che sono costretti a subire. Ed è incredibile come la sola identità nazionale ha potuto dar vita a questa lotta strenua, all’ultimo sangue, come il solo desiderio di “un’Irlanda unita, laica e socialista” [Cit. B. Sands] sia stato sufficiente ad accettare le quotidiane violenze fisiche e psichiche.
Docce gelate o bollenti, perquisizioni anali continue, manganellate, cibo putrido, sono solo alcune delle sofferenze subite dai prigionieri repubblicani nelle carceri della Corona. Sands subisce ognuna di queste violenze, vivendo per quattro anni in celle dove sulle pareti vi erano escrementi, sul pavimento urina e rifiuti, dividendo il materasso fino e bagnato con i vermi che avevano ormai infestato le mura. Colpisce il parallelismo con i lager nazisti, che emerge da un ricordo di infanzia dell’autore: rammenta di un giorno in cui, a casa sua, vide un film sulle atrocità subite dagli ebrei durante il nazismo, rimanendo incredulo di fronte al fatto di vivere la stessa situazione sulla sua pelle.  
Margaret Tatcher considerava i repubblicani dei terroristi e dunque, non concedendo loro lo status di rifugiato politico, avallava indirettamente le terribili violenze e condizioni dei detenuti.
Le posizioni intransigenti delle istituzioni inglesi e la resistenza repubblicana si ripercuotevano fortemente nel tessuto sociale, nel ceto medio, tra i lavoratori e rendevano il clima sempre più pesante: le guardie carcerarie, ad esempio, si sentivano giustificate dalle azioni del proprio governo a maltrattare e violare i detenuti. Nelle pagine del diario di Sands la paura dell’arrivo sistematico di A, B o C (i “nomi” che Sands dà alle guardie carcerarie) traspare quasi fino a toccarla, l’ansia che A spari il disinfettante tossico direttamente dentro la cella senza evacuarla, o che B, ubriaco, si faccia strada a suon di manganellate, è direttamente proporzionale al sollievo di averla scampata almeno per quella volta.
Il ritmo infernale della routine di Long Kesh è smorzato dalle lezioni di gaelico, lingua utile per comunicare e non farsi capire dai secondini, da una buona scèal (notizia) che poteva rianimare gli spiriti o, nei casi più fortunati, da una sigaretta. Sands ci fa capire quanto sia importante valorizzare le cose più piccole, ma anche che purtroppo ce ne accorgiamo solo quando non le abbiamo più: quando riesce nell’impresa di far entrare fortunosamente delle sigarette nei Blocchi H, la soddisfazione nell’inspirare, odorare e contemplare il fumo è letteralmente tangibile.
Le violenze quotidiane sono intervallate anche da riflessioni politiche abbastanza articolate.
Sands è senza dubbio un socialista, interprete di quel socialismo fortemente identitario differente dall’universo delle sinistre internazionaliste. La lotta di classe marxista è adattata al conflitto Irlanda/Inghilterra dove la monarchia inglese è il padrone e la repubblica irlandese il servo oppresso. Una rielaborazione, un socialismo nazionale prodotto dall’inestinguibile ed inesauribile identità irlandese, carattere fondamentale di cui Sands si fa prima promotore e poi martire, nel momento in cui decide di iniziare lo sciopero della fame a oltranza, morendo nel 1981.
Non poteva, Sands, essere ben visto dalla neoliberista per eccellenza Margaret Tatcher, che dirà dell’ attivista irlandese:

«Bobby Sands era un criminale. Ha scelto di togliersi la vita. Una scelta che l’organizzazione alla quale apparteneva non ha concesso a molte delle sue vittime.»

Concludendo la lettura, si possono elaborare diverse considerazioni. A prescindere dalla fede politica, viene spontaneo chiedersi come siano potute accadere violenze simili solo pochi decenni fa, come abbia potuto l’ Inghilterra, nazione simbolo del progresso occidentale, volere, applicare e accettare tali scempi all’ umanità; come gli organismi internazionali di tutela dell’ individuo abbiano potuto chiudere entrambi gli occhi di fronte a sangue, torture e morte.
Viene sicuramente da domandarsi perché le vicende di Long Kesh, dei Blocchi H, e di ogni carcere ospitante detenuti repubblicani, siano pressochè sconosciuti al grande pubblico.
La questione irlandese rimane un capitolo buio, oscuro, tetro, della storia contemporanea inglese e continentale, un pietoso esempio di fratricidio che pesa sulla fragile schiena della nostra coscienza europea, un fardello che ci ricorda di non sottovalutare e opprimere le rigogliose identità del Vecchio Continente.
A tal proposito, il diario di Sands ci obbliga a riflettere, ci costringe a pensare, e proprio come accadeva ai detenuti repubblicani ci mette con le spalle al muro: l’odierna Europa è veramente unita? E su quali eventi, ideali e personalità poggia le proprie basi?  

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