La tradizione romana di Guido De Giorgio – Recensione

di Andrea Frabotta

“La restaurazione che noi proponiamo, riprendendo il pensiero, l’aspirazione e l’ideale di Dante, è un ritorno allo spirito di Roma, non la ripetizione pura e semplice del passato.”

Guido De Giorgio, scrittore italiano collaboratore di René Guénon, membro del gruppo di Ur, è uno dei personaggi importanti del movimento tradizionalista del 900, e anche collaboratore di Julius Evola. Nell’opera “La tradizione romana”, che incarna il suo principale pensiero, egli attacca la società borghese occidentale accusandola di essere materialista, e di aver dimenticato le vie dello spirito. Ma la sua riflessione non si ferma soltanto a una critica della società (atto in sé semplificatore), anzi: tra le soluzioni proposte da De Giorgio vi è un ritorno per gradi alla tradizione romana, da compiere attraverso l’ideologia fascista (ma che, sempre secondo De Giorgio, il fascismo non era riuscito a comprendere appieno). Si capisce, quindi, che il libro è stato scritto per un’altra epoca che non è la nostra. Secondo De Giorgio nell’epoca a lui attuale si poteva lavorare per rivoluzionare l’occidente: ciò non vuol dire che il suo libro sia anacronistico, perché più il tempo passa e più dimentichiamo cos’è la spiritualità, cos’è la tradizione. Precisiamo: noi abbiamo dimenticato completamente cosa siamo, e da dove veniamo. Ecco perché questo libro ci serve: a ricordarci i simboli che vediamo ogni giorno, mentre camminiamo per le nostre strade, per ricordarci che Roma non è solo una città ma è lo spirito stesso dell’occidente. Noi dobbiamo ricordare e riacquistare la nostra unicità, sintesi tra Occidente e Oriente, il nostro ordine sempre attuale di una società organica, dove ognuno ha il suo ruolo. Tale società tradizionale viene descritta così dal De Giorgio: ci sono i monaci che costituiscono il nucleo che si occupa della spiritualità e di custodire Le Antiche Tradizioni. I guerrieri che si occupano di difendere il popolo e la tradizione, e nella loro azione si uniscono al Divino, annullando completamente per loro volontà l’aspetto individuale della vita, come fanno del resto anche i monaci; come diceva Spengler: “Alla fine è sempre un plotone di Soldati che salva la civiltà”. Poi ci sono i lavoratori sui quali si basa la società, volgendo però il lavoro tradizionale verso la qualità, permettendo all’uomo di realizzarsi e sentirsi parte di qualcosa di Superiore (valori che a noi contemporanei appaiono sconosciuti). Va ricordato che in una società del genere, queste tre Caste sono poste tutte su uno stesso livello, e tutte fanno il loro dovere per la crescita della società: questo è lo spirito che poi verrà innestato nel corporativismo Romano. Secondo Guido De Giorgio l’unica cosa che può salvare l’occidente dalla catastrofe è la tradizione romana: in essa possiamo ritrovare i nostri ritmi e le nostre forme. Molti si chiederanno: perché proprio costei può salvare l’occidente? Non è un fatto di presunzione, ma un dato tangibile che solo Roma è riuscita ad unire insieme il logos orientale e la práxis occidentale. Solo Roma è riuscita a non guardarsi in un’unica direzione (indietro e avanti): dimenticando cosa c’è dietro di lei, Roma è riuscita sempre a rivoluzionarsi nel vero senso della parola, attraverso un ciclo interno di nascita, morte e rinnovazione, senza dimenticarsi la vera essenza nascosta dietro al nome che essa porta: ecco perché il compito di salvare l’occidente spetta a Roma. È qui la differenza rispetto a tutte le altre tradizioni del mondo. Questa visione duale e ciclica la si può ritrovare nei suoi simboli, come nel culto unicamente Italico di Giano e nella doppia scure del fascio littorio.

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