La memoria dannata di Vittorio Emanuele III

di Johannes Balzano

La squallida bassezza raggiunta dal nostro paese si rispecchia totalmente nella diatriba sulla tumulazione della salma di Vittorio Emanuele III nel Pantheon. Premetto che queste righe non sono dettate da una nostalgia monarchica o savoiarda, ma anzi, chi scrive ha sempre abbracciato le idee repubblicane mazziniane, che come ben sappiamo furono agli antipodi con l’unificazione calata dall’alto dei Savoia durante il Risorgimento italiano.
L’ultimo re italiano, in verità il penultimo, in quanto lasciò un mese prima del referendum sulla monarchia il trono al figlio Umberto II, a settanta anni dalla sua morte non trova pace e un popolo di forcaioli, capitanati da pennivendoli addestrati, monta le barricate dell’indignazione moralista contro il ritorno del corpo, ormai polverizzato, del piccolo uomo, non mi riferisco solo alla statura, capo di stato e imperatore per quasi mezzo secolo del neonato Regno d’Italia. I falsificatori della storia per professione, in cerca di rivisitazione storiche quotidiane per de-storicizzare il nostro presente, appoggiati dall’antifascismo di salotto, dai “liberi pensatori democratici”, da qualche prete orfano della Prima Repubblica e dai paladini del web a cinque stelle glissano sulle vere responsabilità del Re, accusandolo di essere responsabile delle leggi razziali, avendole controfirmate e quindi promulgate. Naturalmente le conseguenze di un eventuale rifiuto non sono state nemmeno prese in considerazione dalla massa di critici: il rifiuto di firmare un atto di governo, oltre ad essere insolita come decisione, avrebbe portato ad una inevitabile crisi tra Mussolini e la Corona in un momento in cui il Duce aveva raggiunto il suo apice di popolarità sia nazionale che internazionale. Inoltre neanche venti anni prima erano cadute le più longeve e potenti monarchie europee, quella guglielmina e quella asburgica e quindi la soppressione della monarchia non era proprio fantascienza. Questi pseudo storici che non prendono in considerazione il contesto politico e sociale degli ultimi anni trenta fungono da olio per l’ingranaggio dell’odio della nuova santa inquisizione democratica, a cui si è piegata anche la chiesa, che tenta con tutti i mezzi, da quelli repressivi a quella della comunicazione e della demonizzazione storica, di distruggere ogni vincolo con il passato.
La Damnatio memoriae a cui si sta cercando di sottoporre il ricordo di Vittorio Emanuele III non si basa solo sul falso storico della responsabilità per le leggi razziali ma sull’omissione del suo più grande errore, o meglio della sua più grande colpa durante il suo regno, la deposizione di Benito Mussolini nella fitta trama che coinvolse lui, i nemici di guerra e i deputati del Gran Consiglio del Fascismo che votarono la caduta del Duce. La vergognosa fuga in concomitanza con l’abominevole armistizio badogliano fu purtroppo un atto dovuto. Una sua caduta in mano nemica, che poi in quei giorni chi fossero i nemici nessuno lo aveva ben presente, avrebbe di certo aiutato il suo onore ma avrebbe concluso, probabilmente nel sangue, la sua dinastia. La rimozione di Mussolini e il cambio di governo con annesso armistizio portarono il paese in una delle più cruenti guerre civili sul suolo Europeo, ma non solo. Conseguenza dei suoi atti fu anche l’occupazione tedesca da parte dell’Italia, occupazione non punitiva come raccontano i catechisti democratici, ma puramente strategica per contrastare l’avanzata americana. La collaborazione col nemico e la preparazione al cambio di fronte rendono purtroppo Vittorio Emanuele colpevole di alto tradimento. Il suo comportamento portò alla morte migliaia di persone, macchiò di disonore l’Italia e i suoi soldati e lasciò, proprio i soldati italiani, in balia tra i fuochi i quali pagarono amaramente e crudelmente, a volte, il voltafaccia del Savoia.  Naturalmente tutto ciò è ampiamente tralasciato dai forcaioli che si appellano all’ennesimo falso per portare avanti la loro pulizia storica, scagliandosi per l’ennesima volta contro un cadavere ormai decomposto, pugnalando laddove non trovano risposta.
Seppur colpevole di molte nefandezze ritengo però che sia giusto tumulare la salma di Vittorio Emanuele come quella di Umberto II all’interno del Pantheon. Nel 1878 si è deciso di dare ai Re italiani quest’ultima dimora come omaggio alla loro dinastia la quale, con molte contraddizioni e sicuramente lontana anni luce dall’eroico Risorgimento che alcuni volevano e molti di noi, si immaginano, unificò finalmente un paese governato dalla croce e da casate straniere. Inoltre non possiamo dimenticare che proprio Vittorio Emanuele III fu il re della Grande Guerra, quello della disfatta di Caporetto ma anche della riscossa del dopo Caporetto. A chi lo accusa di aver permesso la presa del Fascismo, invito nuovamente a pensare a quelle che sarebbero state le conseguenze, probabilmente un nuovo governo Giolitti, tenuto in vita da qualche mano celeste, mentre il paese sprofondava tra le fiamme di una guerra civile alimentata da socialisti e liberali, perfetti alleati nel caos.
Merita senza dubbio il riposo eterno nella casa del padre, della madre e del nonno, come la merita suo figlio, il corpo di Vittorio Emanuele III, mentre i nipoti ancora in vita possono benissimo essere relegati nei salotti del trash italiano, senza dubbio più influenti delle camere decisionali politiche. Ma per giustificare tale scelta basta una questione di principio. Chi siamo noi viventi per poter vietare una sepoltura? Su quale ragione possiamo decidere sulle sorti di un corpo ormai polverizzato?
Concludo infine con un po’ di sano qualunquismo “salviniano” o “fusariano”, a volte monotono, ma spesso vero in tutta la loro semplicità. Con la disoccupazione alle stelle gli stipendi ai minimi, il costo della vita ai massimi una classe politica incapace di cambiare passo, l’immigrazione massiccia, la mancanza di risposta dalle istituzioni, l’esplosione della criminalità e della violenza, dove la troviamo la forza, per scagliarci contro un morto? Contro un morto, morto settanta anni fa?

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