La lotta politica di Lenin

Prefazione a “Un passo avanti e due indietro”

di Cristiano Ruzzi

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 si cominciarono a manifestare una serie di trasformazioni all’interno della politica Russa: a dispetto delle varie guerre, delle rivoluzioni, e dell’avvento della seconda rivoluzione industriale, l’Impero Zarista era l’unico fra le grandi potenze europee che si reggeva ancora su un sistema autocratico. L’analfabetismo e la mortalità infantile erano molto diffusi fra i vari strati della popolazione, e l’agricoltura interna mostrava forti segni di arretratezza e soffriva, fin da quando era stata abolita la servitù della gleba, di una forte sovrabbondanza di manodopera. Sotto la guida del ministro delle Finanze Sergej Vitte furono fatti alcuni tentativi per creare un primo sviluppo industriale, ma nonostante ciò il paese rimase ancora prevalentemente agricolo, mentre la classe operaia si concentrò prevalentemente in poche zone urbane: e su queste basi della società russa che il partito socialdemocratico, nato nel 1898, cominciò a muovere i suoi primi passi politici. I suoi primi congressi evidenziarono le correnti politiche che si muovevano all’interno di esso, in particolar modo il secondo, tenutosi prima a Bruxelles e poi a Londra nel 1903, dal quale avverrà la spaccatura fra bolscevichi e menscevichi sullo statuto del partito. Ed è da tale divisione che Lenin, leader dei bolscevichi, difende le proprie posizioni politiche nel suo saggio Un passo avanti e due indietro, ripubblicato per la collana “Internazionale” dalla Casa Editrice Le Frecce. Rispetto agli altri scritti di questo periodo, Un passo avanti e due indietro si muove a cavallo tra il resoconto dei vari eventi che si susseguirono durante il congresso e la critica politica dell’autore, ben evidenziata a partire dal “Primo paragrafo dello Statuto”: per Lenin, coloro che aderivano al partito socialdemocratico avrebbero dovuto, per diventarne dei membri e militanti effettivi, anche sottostare alle statuto e alle regole interne, mentre invece Martov e gli altri menscevichi chiedevano un’adesione più “aperta”, nel quale potevano diventare membri del partito non soltanto i militanti, ma anche i simpatizzanti e i sostenitori delle altre classi sociali. Tale linea politica sarà oggetto di pesanti critiche e accuse da parte di Lenin, che accuserà il leader menscevico di “opportunismo” ed “economicismo”, colpevole con la sua linea politica di voler impedire una seria organizzazione politica del partito e addirittura, in questo modo, di “favorire l’anarchismo”. D’altronde non era la prima volta che Lenin rivolgeva questo genere di critiche: nel “Che fare?”, opuscolo pubblicato l’anno precedente, egli descriveva:

“La tendenza politica fondamentale dell’«economicismo»: gli operai debbono condurre una politica economica (o più esattamente trade – unionista, che abbraccia anche la politica specificatamente operaia)”.[1]

Ciò non era sufficiente, secondo Lenin, per far nascere all’interno del movimento operaio una propria coscienza politica: essa sarebbe dovuta venire dall’esterno, ossia:

“Dall’esterno della sfera dei rapporti fra operai e padroni. Il campo dal quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi. […] Per dare agli operai delle cognizioni politiche, i socialdemocratici devono andare tra tutte le classi della popolazione, devono inviare in tutte le direzioni i distaccamenti del loro esercito”.[2]

Da quest’ultima affermazione ne deriverà quelli che poi verranno definiti i “rivoluzionari di professione”: un gruppo di élite, preparati dal punto di vista culturale e politico, capaci di assumere il ruolo di guida intellettuale e di avanguardia delle classi lavoratrici. Tale concezione della lotta politica rivoluzionaria, atta a rovesciare il potere delle classi borghese e a portare al potere il proletariato, la si vedrà (pur con le differenze del periodo storico) nell’Italia del primo dopoguerra, quando Benito Mussolini e qualche centinaio di futuristi, arditi, sindacalisti rivoluzionari ed ex militari fonderanno i Fasci di Combattimento a Milano, allo scopo di riscattare l’Italia  dalla “Vittoria mutilata” ottenuta dopo la fine del conflitto e porre un freno alle violenze del Bienno Rosso di quegli anni; stessa cosa si vedrà anche in Germania, qualche anno dopo, quando uno sconosciuto Adolf Hitler prenderà la tessera numero 555 del Partito dei Lavoratori Tedeschi (in realtà per incrementare la propria consistenza numerica il DAP aveva cominciato la numerazione delle tessere a partire da 501). Il metodo di lotta delle tre ideologie porterà a risultati diversi: fascismo e nazionalsocialismo otterranno il potere all’interno del contesto politico nel quale agivano (squadrismo ed elezioni politiche), riuscendo a mantenerlo a consolidarlo (ci vorrà la Seconda Guerra Mondiale per abbatterli), la linea politica di Lenin comporterà dei risultati totalmente diversi: dopo il fallimento della rivoluzione del 1905, scoppiata durante la guerra Russo – Giapponese, Lenin e buona parte dei dirigenti bolscevichi  trovarono rifugio all’estero. Le varie sconfitte subite dalla Russia durante la Grande Guerra e, nel febbraio del 1917, l’abdicazione dello Zar Nicola II e la creazione di un governo provvisorio daranno la possibilità a Lenin e al suo entourage di rientrare in Russia (attraverso un treno messo a disposizione dei tedeschi), e di dare il via alle varie fasi della Rivoluzione Russa che culmineranno con la presa del Palazzo d’Inverno da parte di operai e militari tra la notte del 24 e del 25 ottobre di quello stesso anno[3] e la creazione di un governo rivoluzionario guidato dai bolscevichi. Nonostante il trattato di pace con la Germania e la ridistribuzione della terra ai contadini, il neonato Stato Sovietico non riuscirà ad arginare la difficile situazione economica e sociale del popolo russo, portando a una serie di situazioni (Il terrore rosso, la Guerra Civile, la repressione dei marinai di Kronstadt e la guerra sovietico – polacca), che si concluderanno dopo la morte di Lenin e la presa del potere del nuovo leader sovietico, Iosif Stalin. Ora, dopo il crollo di Muro di Berlino nel 1989[4] e la scomparsa della maggior parte dei regimi comunisti e dell’Unione Sovietica, il lettore si potrebbe porre la domanda “può avere ancora senso leggere i libri di Lenin”? La risposta è parzialmente positiva: anche se il comunismo, giunto al potere in Russia, ha ottenuto più risultati negativi che positivi, è anche vero che le teorie di Lenin per creare un’efficace lotta politica e di diffusione delle proprie idee fra le varie classi sociali risultano ancora valide, nonostante sia passato più di un secolo da quando sono state formulate. La loro efficacia risiede nella lezione che possiamo trarre dalla Rivoluzione d’Ottobre, quando un ristretto gruppo politico riuscì a porsi alla testa dei rivoluzionari, dando prova che la qualità, se ben indirizzata, può prevalere sulla quantità.

[1] Lenin, Che fare?, in Opere Scelte Vol. I, Edizioni in lingue estere, Mosca 1948, p. 152.

[2] Lenin, Che fare?, in Opere Scelte Vol. I, Edizioni in lingue estere, Mosca 1948, p. 192.

[3] Secondo il calendario giuliano, vigente allora in Russia. Per il calendario gregoriano invece la data è tra il 7 e l’8 novembre 1917.

[4] In realtà, se dovessimo analizzare l’evoluzione politica del marxismo – leninismo in Europa e nel resto del mondo, esso aveva già cessato di esistere con il sessantotto e le proteste studentesche di quegli anni, laddove il teorico marxista viene sostituito dal militante del movimento studentesco e dal radical chic, ossia «il tipo medio del consumatore della cultura di protesta, che trangugia ogni giorno la sua razione di quella letteratura marxista, sessuomane, negrofila, che le grandi case editrici gettano sul mercato in quantità sempre maggiore. Il consumatore culturale è progressista, cinese, antirazzista, per lo stesso motivo per cui indossa i blue-jeans e beve Coca-Cola, “consuma” il romanzo cocon o il diario di “Che Guevara come si “consuma” una scatola di fagioli o un rotolo di carta igienica, “consuma” la rivolta giovanile che ormai si fabbrica e vende come una qualunque merce». (A. Romualdi, “Contestazione” controluce, in «Ordine Nuovo», marzo – aprile 1970, p. 21.)

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