Il Primo Re

di Attilio Sodi Russotto

Terminata l’ultima inquadratura de Il Primo Re, ultima fatica del giovane romano Matteo Rovere, credo che ogni italiano appassionato di settima arte possa essere consapevole di aver visto un film spartiacque nella storia della contemporanea cinematografia italiana.
Il film, feroce storia della nascita di Roma, è certamente una grande opera, girata da Rovere con la maestria di un grande, e che ritengo possa certamente aspirare al rango di capolavoro moderno, capace di raccontare la forza dell’epica tenendosi lontano dai soliti clichè hollywoodiani. Un uso sicuro della macchina da presa accompagna lo spettatore nei meandri di una storia che più o meno tutti conoscono, ma che mai era stata svelata con una tale intensità narrativa.
Gli attori regalano poi una prova senza dubbio esaltante, grazie alla quale non c’è bisogno di capire ogni parola del protolatino (sottotitolato in italiano, espediente già usato da Mel Gibson) parlato dai personaggi per afferrare il feroce, indissolubile affetto fraterno che lega Romolo e Remo, “la foglia ed il suo dorso”. La paura, l’affetto innato, la rabbia ferina, sgorgano da ogni ruga del volto, scivolano nella lunga barba incolta, brillano dagli occhi di un Alessandro Borghi del quale già si conoscevano le ottime doti recitative, ma che forse mai è saputo entrare così in profondità nel personaggio, penetrandolo, assorbendolo, facendolo proprio. Tutt’intorno la natura laziale, selvaggia e misteriosa, madre e matrigna, avvolge le vicende umane, sublimandole.
Un gran film quindi, un capolavoro, certo. Non è tutto però: deliberatamente ho specificato, all’inizio “ogni italiano appassionato di cinema”. Il Primo Re è davvero, infatti, il film che ogni italiano dovrebbe vedere, meditare nel suo cuore e preservare nella sua mente.
Il Primo Re è Sangue, un sangue di fratellanza, un sangue difeso fino allo stremo delle umane forze, un sangue sparso come gemma di vita per la nascita di un Popolo la cui gloria attraversa i secoli e la Storia, un Popolo che, anzi, seppe fare la Storia, Popolo del quale abbiamo il magnifico e terribile onore ed onere di essere discendenti.
Il Primo Re è Suolo, è terra difesa fino all’ultimo rivolo di sangue, fino all’ultimo osso spezzato dalla mazza o all’ultimo brandello di carne maciullato dalla spada. Terra talvolta inospitale e feroce, talvolta misteriosa e benevola (bellissima la sequenza della caccia al cervo nel bosco), ma terra posseduta, conquistata, amata, in cui le radici di un Popolo, di una Stirpe penetrano il terreno e saldamente vi restano ancorate. Una Terra senza la quale lo stesso Popolo non è più sé stesso, perde Identità, e gli uomini “tornano soli”, come soli erano in principio Romolo e Remo, sballottati e quasi annegati dalle impetuose acque del Tevere.
Infine, e soprattutto, Il Primo Re è Tradizione. Romolo e Remo, la pietas e la hybris. Remo è un empio perché nel suo rifiutare il Divino, anzi, nel volersi dichiarare egli stesso pari a un Dio, non commette solo un atto di blasfemia. Remo spegnendo il fuoco sacro e disonorando il terreno consacrato disonora il suo stesso essere Uomo, rinnega la sua Identità, rinuncia alla Comunità, si pone fuori dalla Storia. Remo è l’uomo moderno, preda delle pulsioni e della materialità, che credendo di innalzarsi verso una libertà effimera ed illusoria crolla miseramente nel buio della sua grettezza. Romolo è un monito, un monito a non spegnere la sacra fiamma della Tradizione e dell’Identità, bensì a tramandarla a coloro che verranno, un monito a vivere ardendo senza bruciarsi, a saper guardare oltre ed elevare la propria visuale verso l’Eternità.
Per questo è così importante che ogni italiano veda e capisca Il Primo Re: perché nel Primo Re sta l’epica del nostro Popolo, un’epica sanguinaria, primordiale, semplice e misteriosa al contempo, un’epica di Sangue e di Suolo. Un’epica di gloria.  

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