Fahrenheit 451 – Recensione

di Cristiano Ruzzi

Gli appassionati di cinema sanno bene il ruolo avuto dai reboot e remake nella produzione cinematografica degli ultimi anni, con risultati che variano dagli alti (pochi) ai bassi (parecchi).
Tra questi si può includere Fahrenheit 451 del regista Ramin Bahrani, con il tentativo – per la seconda volta – di adattare sul piccolo schermo il romanzo di Bradbury.
Prima di addentrarci nella recensione vera e propria facciamo un piccolo chiarimento; il film di Bahrani non è un adattamento al 100% del libro, anzi: l’ambientazione del film è abbastanza simile alla controparte cartacea, essendovi una tecnologia avanzata che ricopre un ruolo dominante nella società, ma è più simile nei suoi estremi alla società nostrana, in cui le azioni effettuate dai pompieri vengono trasmesse in diretta, e commentate a suon di “Mi piace” ed emoticon. Inoltre, se nella trama originale i libri sono stati totalmente vietati, nella società dello sceneggiato televisivo il governo permette ai suoi cittadini una minima scelta fra tre libri (la Bibbia, la gita al faro e Moby Dick). Il senso di allarme costante – dovuto all’imminenza della guerra atomica nel romanzo – viene sostituto da un regime totalitario che governa gli Stati Uniti dopo una seconda guerra civile americana menzionata a più riprese; viceversa, i ribelli che cercano di preservare i libri vengono etichettati con il nome di “Eels” (che potrebbe essere tradotto come un qualcosa di sgradevole, infido, portatore di Caos). Ai fini dell’adattamento scompaiono alcuni personaggi, primari e secondari, altri cambiano totalmente e ne vengono aggiunti di nuovi (come il padre di Montag, che rivive nei ricordi del protagonista attraverso una serie di flashback). Il risultato finale è quello di essere davanti a un TV movie con una trama molto generica per il genere fantascientifico, dove a pagarne il prezzo è proprio il libro alla quale essa si ispira.
L’essenza del romanzo è totalmente assente nella pellicola: il personaggio della moglie di Montag che il professor Faber sono stati accorpati, venendo così a mancare quella struttura atta a creare, nella trama cartacea, la progressiva consapevolezza del protagonista nella cultura racchiusa nei libri. Così come il ruolo del capitano John Beatty, il quale si ritrova mutilato della personalità della sua controparte, che costituiva il pathos centrale del romanzo, per venire rilegato nel generico ruolo di comandante/allievo nei confronti del protagonista con riflessioni auto-distruttive tra una scena e l’altra. In maniera analoga, il personaggio di Clarisse McClellan subisce una totale metamorfosi: se nelle prime pagine del libro viene presentata come una ragazza che si relaziona con Montag tramite una serie di dialoghi esistenziali verso la società e sé stessa, nel film la troviamo nei panni di un corriere della Resistenza, nel tentativo di colmare il vuoto lasciato dal personaggio di Faber (con risultati altalenanti). A tutto questo, poi, bisogna aggiungere le modifiche che sono state fatte alla trama con tanto di finale che – evitando eventuali spoiler – è totalmente diverso da quello raccontato da Bradbury.
Arrivando alle conclusioni si può solo dire che se siete fan del romanzo rimarrete delusi da questa nuova trasposizione, e di certo opterete per il primo adattamento del 1966 di Truffaut il quale, pur con i suoi pro e contro, rispecchiava abbastanza fedelmente la trama del libro.

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